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20 Sigarette

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:


    Unico film italiano premiato a Venezia (Premio Controcampo Italiano, con menzione speciale della giuria per l’eccezionale interpretazione del protagonista Vinicio Marchioni), insignito anche del premio Pasinetti del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani, amato dal pubblico e dai giovani (standing ovation con più di dieci minuti di applausi alla Mostra del Cinema), lodato da tutta la critica e dal Presidente Napolitano, che, dichiarandolo molto vero, intenso, coinvolgente, vi ha letto un ritorno del cinema italiano all’impegno civile e morale, “20 Sigarette” è un film dichiarato di interesse culturale nazionale dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

    LA STORIA

    Novembre 2003: Aureliano, un 28enne anarchico e antimilitarista, precario nel lavoro e nei sentimenti, riceve all’improvviso l’offerta di partire subito per lavorare come aiuto regista alla preparazione di un film che si svolge in Iraq, al seguito della missione di pace dei militari italiani. Nonostante le critiche degli amici, tra cui la sua “amica del cuore” Claudia, e la preoccupazione dei suoi familiari, tra cui soprattutto la madre con cui convive, Aureliano parte per l'Iraq.

    Si ritrova così al centro di un mondo, quello militare, che non approva e su cui ha molti pregiudizi, scoprendo però in coloro che incontra una umanità e un senso di fratellanza che appartengono anche a lui.

    Al seguito di Stefano Rolla, il regista che lo ha coinvolto con la sua passione per il cinema e il suo entusiasmo per il lavoro e per la vita, Aureliano non fa in tempo a finire un pacchetto di sigarette che si ritrova, come protagonista, al centro della tragedia dell’attentato alla caserma di Nassirya del 12 Novembre 2003.

    Unico civile sopravvissuto di una strage che ha ucciso ben 19 italiani, Aureliano, pur gravemente ferito, riesce a mettersi in salvo.

    Testimone oculare dell’avvenimento, Aureliano passa dall’ospedale americano di Nassirya a quello del Celio di Roma, in una lunga degenza in cui si ritrova assediato dai politici, dai militari e dai giornalisti perché nel frattempo è diventato suo malgrado un eroe per caso.

    Assistito amorevolmente da Claudia, Aureliano si trasforma così da Ragazzo in Uomo, maturando sia nei sentimenti che nella sua visione della vita, fino a rielaborare la sua vicenda nella scrittura di un libro di memorie, in cui rinuncia alla sua condizione di vittima per affermare di sentirsi anche lui in qualche modo responsabile di fronte alla Storia con la S maiuscola.

    Il film non vuole essere una cronaca oggettiva di quello che è successo a Nassirya nel 2003.

    È il racconto in “soggettivà di quegli avvenimenti fatto da colui che li ha vissuti in prima persona. Caso abbastanza insolito di film diretto dalla stessa persona che è anche il personaggio storico protagonista della vicenda narrata, Venti sigarette è soprattutto il racconto di come un ragazzo come tanti si possa trovare all’improvviso e senza rendersene conto al centro della Storia con la S maiuscola e capire così che tutti noi, con le nostre scelte e la nostra vita quotidiana, siamo comunque responsabili e protagonisti della storia pubblica e politica del mondo in cui viviamo.

    Tutto questo raccontato con un punto di vista squisitamente interiore, antieroico, antiretorico, tutto raccolto intorno alla figura del giovane protagonista (alter ego dell'autore) che, nonostante la durezza delle cose narrate, vuole mantenere un registro leggero, a volte quasi disincantato, e aprire al contempo ad una molteplicità di riflessioni drammatiche e contenuti tragici, in maniera personale.

  • Genere: drammatico
  • Regia: Aureliano Amadei
  • Titolo Originale: 20 Sigarette
  • Distribuzione: Cinecittà Luce
  • Produzione: R&C produzioni
  • Data di uscita al cinema: 8 settembre 2010
  • Durata: 94’
  • Sceneggiatura: G. Romoli, F. Trento, V. De Biasi, A. Amadei
  • Direttore della Fotografia: Vittorio Omodei Zorini
  • Montaggio: Alessio Doglione
  • Scenografia: Massimo Santomarco
  • Costumi: Catia Dottori
  • Attori: Vinicio Marchioni, Carolina Crescentini
  • Destinatari: Scuole di ogni Ordine e Grado
  • Approfondimenti:

    NOTE DI REGIA

    Venti sigarette è il frutto di una lunga elaborazione dell’esperienza più atroce della mia vita, nel tentativo di trarne qualcosa di costruttivo.

    Una tale elaborazione comprende tutti gli aspetti dell’esistenza e mi spinge a raccontare, oltre all’attentato in sé, la persona che ero prima, la persona che sono ora, l’umanità che ho incontrato in questa avventura, i sentimenti.

    Sì, perché si tratta di un film di sentimenti, più che di guerra.

    LA FAMIGLIA: la mia famiglia è un casino. Ex hippies che hanno finito per convogliare tutte le esperienze accumulate nei tanti viaggi in giro per il mondo, semplicemente in un amore per la bella vita.

    Da una famiglia così non può che nascere un figlio punk, ribelle, in polemica con la casa borghese e radical chic che lo ospita ancora a 28 anni.

    Generalmente, ho descritto le situazioni familiari come un’esplosione, con contrasti continui.

    I toni sono quelli della commedia, come a sottolineare che, spesso, i problemi che viviamo nel quotidiano ci sembrano enormi, fino a che non entriamo in contatto con problemi molto più seri. Questo emerge con forza quando, tornato a Roma, in ospedale, vedere i miei genitori ha significato la salvezza, il ritorno alla vita, provocando un'esplosione di pianto.

    LA SOCIALITA’: il mondo che vivevo a 28 anni è una sorta di adolescenza prolungata. Gli ideali sono molti e condivisi nel gruppo degli amici.

    Come in adolescenza, le certezze sono persino troppe, nonostante il precariato economico, professionale ed affettivo.

    Ognuno fa qualcosa che “fa fico”; c’è chi canta, chi fa le installazioni e chi fa politica. Io riprendevo tutto con la telecamera e montavo piccoli documentari e videoclip.

    Queste situazioni sono descritte come l’opposto della famiglia; nulla è serio, neanche il pericolo della guerra. Ma nel gioco dei ruoli io ero quello che non poteva rifiutarsi di partire, ero il “matto”.

    Una volta passato attraverso il frullatore della vita e della morte, il gruppo diventa uno degli elementi di contrasto con cui misurare il proprio cambiamento e rappresenta, simbolicamente, l'autocritica.

    L'AMORE: amore è un parolone. Almeno finché non sono stato costretto a scoprire l'amore per la vita. Nel 2003 una delle caratteristiche del mio ruolo era di essere un farfallone. Una fidanzata brasiliana che sta in Brasile e sta bene lì, un’amica speciale con cui fare “all’amicizia” e una continua instabilità. Come se non fossi capace di fermarmi ad apprezzare quello che avevo, alla continua ricerca di qualcosa di nuovo. Il fatto che la mia amica speciale sia ora la mia compagna di vita è una vittoria dei sentimenti sulla ragione, sulla propria considerazione di sé, sulla considerazione che gli altri hanno di noi. Questo è uno dei contenuti profondi del film: l‟umanità va ben oltre il ruolo che uno si è ricavato nella società.

    IL MONDO MILITARE: sono arrivato in Iraq con tutti i pregiudizi di chi è arrivato all’aeroporto militare direttamente dal centro sociale. A 18 anni mi sono finto gay per evitare la naja.

    Nel novembre del 2003 partecipavo all’organizzazione delle numerose manifestazioni per la pace che, in quel periodo, portavano in piazza milioni di persone.

    Oggi non rinnego nulla né del mio pacifismo né della mia avversità alle missioni militari all’estero ma, dopo aver visto morire dei ragazzi di vent’anni, dopo aver fatto amicizia con il Ten.

    Massimo Ficuciello, dopo essere stato salvato da un gruppo di civili iracheni, ho sentito fortemente sulla mia pelle che non basta dichiararsi contrario.

    Non è possibile schierarsi da una o dall’altra parte perché non è possibile auspicare la morte né degli uni né degli altri. Anche questa è una vittoria dell’umanità sul ruolo sociale. I militari che ho conosciuto io rappresentano un'umanità varia, fatta di fomentati guerrafondai come di persone curiose, aperte e oneste; di autoritari, di bugiardi, di simpatici e di anonimi.

    Credo di rendergli molto più onore descrivendoli così che semplicemente come eroi senza macchia e senza paura.

    LA GUERRA: ho trascorso solo poche ore in Iraq, giusto il tempo di fumare un pacchetto di sigarette. Ma dell’attentato e dei minuti di terrore che ne sono seguiti ricordo ogni singolo fotogramma e ho scelto di non risparmiare nulla allo spettatore.

    Il tutto è girato in soggettiva, offrendo la possibilità di vivere quei minuti come li ho vissuti io: confusione, panico, ricerca di un nascondiglio, orrore per le ferite, per il sangue.

    E poi chiasso che sfonda i timpani, cadaveri, fiamme, colpi di mitra ed esplosioni. Il terrore che spezza il fiato, che si specchia negli occhi dei compagni di sventura, che ti spinge a scappare nonostante il piede a penzoloni e l’occhio dilaniato. La guerra in 20 sigarette è un concentrato di paura che dura pochi minuti ma non sembra finire mai. La guerra che ho vissuto io finisce con i civili che si accalcano, che strillano, che mi caricano su una macchina e buttano sul mio corpo insanguinato un bambino immobile, candido, freddo. La guerra finisce con la morte.

    LA RABBIA: un’esperienza così non lascia solo l’umanità e l’amore.

    Lascia anche una buona dose di rabbia. L’ipocrisia di un paese in fibrillazione per gli eroi di Nassirya, il presenzialismo costante di politici, generali, preti e giornalisti.

    Il senso di colpa per essere sopravvissuto, il senso di responsabilità che si prova quando una storia che sembrava lontanissima arriva così vicina da ustionarti.

    Il mondo di cui ti sentivi parte ora inneggia a: “10, 100, 1000 Nassirya” e nessuno sembra capire che non c’è bisogno di imbracciare un fucile per uccidere delle persone a migliaia di chilometri da qui.

    Il misto di rabbia e tristezza che si prova quando non riesci a tenere in braccio la tua bambina senza rivedere nel suo volto quello di un bambino che ha avuto la sfortuna di essere nato e morto a Nassirya.

     

    Iraq – Cenni storici di L.D.F.

    L’Iraq (o Irak) è uno Stato dell’Asia che confina a nord con la Turchia (una notevole parte di cittadini iracheni e turchi di estrazione curda vive nella zona di confine), Arabia Saudita e Kuwait a sud, Sira e nord-ovest, Giordania a ovest e Iran verso est.

    Praticamente l’Iraq per buona parte del suo territorio è l’antica Mesopotamia ovvero la terra tra due fiumi, il Tigri e l’Eufrate.

    Le etnie che popolano l’Iraq sono sostanzialmente tre: l’arabo che è la maggioritaria (70 – 80 % degli abitanti), la curda (20 – 25%) insediati a nord e a nord est come abbiamo già scritto verso la Turchia e la turcomanna (discendenti di Gengis Khan) la minore con una percentuale del 2 -3 %. Gli iracheni sono, in maggioranza, mussulmani di cui il 55% sciiti e il 42% sunniti.

    Ci sono anche minoranze di diverse religioni tra cui la cattolica che conta più di 3000, 4000 fedeli.

    L’Iraq, dopo alterne vicende che lo portarono, nel corso dei secoli, a subire la dominazione della Siria e poi dei mongoli, infine cadde sotto l’impero ottomano che, nel 1638, lo incorporò definitivamente, facendolo diventare una propria provincia. Alla fine del I conflitto mondiale, l’Iraq venne occupata da truppe britanniche e l’Inghilterra lo dichiarò, autonomamente, stato indipendente nel 1919.

    Tale riconoscimento, sempre con notevoli limitazioni, sia militari che politiche, venne ratificato dalla Società delle Nazioni nel 1932.

    L’Iraq, proprio per la sua pur limitata indipendenza dovette subire vari colpi di stato: il primo, nel 1941, sostenuto dalla Germania nazista che portò allo sterminio degli ebrei iracheni; un secondo, nel 1958 orchestrato dai vertici militari; un terzo e un quarto nel 1963 che fece precipitare l’Iraq nel caos, un quinto nel 1969 che portò il potere il summita partito Baath tra i cui capi emerse, dopo poco tempo, Saddam Hussein.

    Nel 1980 gli USA e i paesi della Nato appoggiarono militarmente ed economicamente l’Iraq nella guerra contro l’Iran verso cui il governo iracheno vantava pretese territoriali.

    La guerra, senza vinti o vincitori, durò 8 anni lasciando sul terreno una massa enorme di morti da ambo le parti.

    Saddam che, fino al 1988, aveva cercato di modernizzare il paese con il riconoscimento di numerosi diritti civili alle donne e l’instaurazione di un potere laico, aveva la convinzione di essere l’estremo baluardo di difesa degli occidentali ad est contro un Iran in cui, dopo l’avvento di Khomeini, il fondamentalismo islamico era alla base di ogni istituzione.

    Fu forse questa consapevolezza (errata) o forse qualche segreta promessa da parte dell’occidente che Saddam Hussein occupò, nel 1990, il Kuwait dichiarando che avrebbe dovuto essere annesso all’Iraq come 19° provincia.

    Nel 1991 si formò contro Saddam una coalizione internazionale di cui fu promotore Gerge W. Bush senior, allora Presidente degli Stati Uniti che dichiarò guerra all’Iraq, lo sconfisse e, da allora fino al 2003, il paese visse un isolamento dannoso più per il popolo che non per gli uomini al potere.

    George W. Bush senior ebbe, nel 1991, l’intelligenza politica, dopo la vittoria della coalizione, di non far cadere Saddam Hussein prevedendo che senza di lui, uomo laico, il fondamentalismo religioso, nascosto ma vivo nel paese avrebbe avuto il sopravvento.

    Nel 2001 dopo il tragico 11 settembre che vide la distruzione delle Torri gemelle a New York, George W. Bush junior, allora Presidente degli USA attuò una politica di opposizione a Saddam, accusandolo di produrre armi chimiche di distruzione di massa (non è certo che il governo di Washington credesse o meno a queste accuse) ma visto che Bush e i suoi collaboratori principali ritenevano che gli attentatori delle Torri gemelle provenissero dall’Iraq, la convinzione o meno che le pericolose armi esistessero davvero, fu il “casus belli” e determinò il 20 marzo 2003 l’invasione dell’Iraq da parte degli USA cui parteciparono Gran Bretagna, Australia, Polonia.

    Il secondo conflitto iracheno non fu appoggiato dalle Nazioni Unite e quindi non ci fu, come nel 1990, alcuna coalizione internazionale.

    Il 1° maggio 2003 Bush annunziò trionfalmente la fine del regime di Saddam, senza rendersi conto di quanto l’anziano dittatore, uomo violento e prepotente ma soprattutto laico, poteva costituire una barriera contro il fondamentalismo islamico che, con i suoi studenti rivoluzionari (i talebani) da allora imperversa in Iraq, causando eccidi tra militari e civili e coprendo violenti omicidi con lo scopo di imporre la Shari’a, la dura legge islamica di cui il paese sotto Saddam si era in parte liberato. Saddam Hussein, in seguito, processato fu condannato a morte e il 30 dicembre 2006 impiccato.

    E oggi nel 2010 l’Iraq è nel caos.

    E’ una repubblica parlamentare difesa essenzialmente da forze straniere e gestita da uomini politici ritenuti corrotti.. I talebani impazzano con violenza in tutto il paese e il Presidente USA Barack Obama ha annunciato, nonostante l’opposizione del comandante in capo delle forze americane in Iraq, generale Petraeus, fino a pochi mesi fa era in Afghanistan, che le truppe statunitensi nel prossimo anno inizieranno a ritirarsi dal territorio iracheno.

    Un altro Vietnam? L’Italia iniziò a inviare truppe in Iraq subito dopo il 1° maggio 2003 data che Bush proclamò come la fine di una guerra vittoriosa.

    Il 21 maggio 2003 venne approvata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite la risoluzione 1483 nella quale si invitavano tutti gli Stati a contribuire alla rinascita dall’Iraq “favorendo” la sicurezza del popolo iracheno e lo sviluppo della nazione.

    L'Italia partecipò attraverso la missione "Antica Babilonia" fornendo forze armate dislocate nel sud del Paese, con base principale a Nassirya, sotto la guida inglese.

    La missione italiana iniziò il 15 luglio 2003 ed era un'operazione militare con finalità di peacekeeping (mantenimento della pace), con i seguenti obiettivi:

    • ricostruzione del "comparto sicurezza" iracheno attraverso l'assistenza per l'addestramento e l'equipaggiamento delle forze, a livello centrale e locale, sia nel contesto della NATO sia sul piano bilaterale;

    • creazione e mantenimento della necessaria cornice di sicurezza;

    • concorso al ripristino di infrastrutture pubbliche ed alla riattivazione dei servizi essenziali; • rilevazioni radiologiche, biologiche e chimiche;

    • concorso all'ordine pubblico;

    • polizia militare;

    • concorso alla gestione aeroportuale;

    • concorso alle attività di bonifica, con l'impiego anche della componente cinofila;

    • sostegno alle attività dell'ORHA;

    • controllo del territorio e contrasto alla criminalità.

    E’ necessario considerare che i militari italiani, essendo impegnati in una operazione di pace, potevano (e possono), in base alle regole di ingaggio solo difendersi qualora venissero attaccati.

    Il 12 novembre 2003 avvenne il primo grave attentato di Nassirya.

    Alle ore 10:40 ora locale, le 08:40 in Italia, un camion cisterna pieno di esplosivo scoppiò davanti la base MSU (Multinational Specialized Unit) italiana dei Carabinieri, provocando l'esplosione del deposito munizioni della base e la morte di diverse persone tra Carabinieri, militari e civili.

    Il tentativo del Carabiniere Andrea Filippa, di guardia all'ingresso della base "Maestrale", di fermare con il fucile AR 70/90 in dotazione i due attentatori suicidi riuscì, tant'è che il camion non esplose all'interno della caserma ma sul cancello di entrata, altrimenti la strage sarebbe stata di ben più ampie dimensioni.

    I primi soccorsi furono prestati dai Carabinieri stessi, dalla nuova polizia irachena e dai civili del luogo.

    Nell'esplosione rimase coinvolta anche la troupe del regista Stefano Rolla che si trovava sul luogo per girare uno sceneggiato sulla ricostruzione a Nassirya da parte dei soldati italiani, nonché i militari dell'esercito italiano di scorta alla troupe che si erano fermati lì per una sosta logistica.

    L'attentato provocò 28 morti, 19 italiani e 9 iracheni.

    Gli italiani sono:

    i carabinieri

    • Massimiliano Bruno, maresciallo aiutante, Medaglia d'Oro di Benemerito della cultura e dell'arte

    • Giovanni Cavallaro, sottotenente

    • Giuseppe Coletta, brigadiere

    • Andrea Filippa, appuntato

    • Enzo Fregosi, maresciallo luogotenente

    • Daniele Ghione, maresciallo capo

    • Horacio Majorana, appuntato

    • Ivan Ghitti, brigadiere

    • Domenico Intravaia, vice brigadiere

    • Filippo Merlino, sottotenente

    • Alfio Ragazzi, maresciallo aiutante, Medaglia d'Oro di Benemerito della cultura e dell'arte

    • Alfonso Trincone, Maresciallo aiutante

    i militari dell'esercito

    • Massimo Ficuciello, capitano

    • Silvio Olla, maresciallo capo

    • Alessandro Carrisi, primo caporal maggiore

    • Emanuele Ferraro, caporal maggiore capo scelto

    • Pietro Petrucci, caporal maggiore

    i civili

    • Marco Beci, cooperatore internazionale

    • Stefano Rolla, regista

    Rimasero gravente feriti altri 20 carabinieri: Tenente Riccardo Ponzone; M. A. s. UPS Vittorio De Rasis; M. C. Paolo Prodan; M. C. Maurizio Lucchesi; M. O. Antonio Lombardo; Mar. Riccardo Saccottelli; Mar. Marilena Iacobini; Brg. Maurizio Bissoli; Brig. Cosimo Visconti; V. Brig. Roberto Gigli; V. brig.Pietro Livieri; V. brig:Paolo Di Giovanni; App. "s" Roberto Ramazzotti; App. "s" Antonio Altavilla; App. "s" Marco Pinna; App. Agostino Buono; App. Ivan Buia; Car. "s" Mario Alberto Calderone; Car. "s" Matteo Stefanelli, Vice Brigadiere Fabio Fedeli e un civile Aureliano Amadei collaboratore del regista Stefano Rolla.

    Inoltre l'attentato provocò anche 140 feriti lievi.

    A Nassirya, pochi mesi dopo l'attentato del 12 novembre 2003, il 6 aprile 2004, si ebbe uno scontro tra le truppe italiane e l'Esercito del Mahdi. I militari italiani furono impegnati nella città in uno scontro della durata di 18 ore attorno a due ponti che permettono il passaggio del fiume, nel quale furono feriti lievemente undici bersaglieri; le perdite irachene furono di una quindicina di morti, tra cui sembra una donna e due bambini, e oltre 35 feriti. La mattina del 27 aprile 2006 un convoglio formato da quattro mezzi dei Carabinieri di MSU partì dalla base di Camp Mittica per raggiungere l'ufficio provinciale di Polizia irachena per il consueto servizio e il coordinamento dei pattugliamenti congiunti come già avevano fatto molte altre volte. Alle 8:50 ora locale (le 6:50 in Italia) il secondo veicolo della colonna passa sopra all'ordigno posto nel centro della carreggiata. All'interno del mezzo (VM90P), che ospita anche un ufficiale dell'esercito italiano in qualità di ufficiale di collegamento, si sprigionò una fiammata che causò la morte istantanea per shock termico di tre dei cinque militari presenti a bordo. La sfortuna in questo caso fu fondamentale: la carica cava dell'ordigno colpì la sottoscocca della ruota sinistra del mezzo, punto più debole della struttura e soprattutto non angolato, per cui penetra nel mezzo con una altissima temperatura trasformandone l'interno in un forno. Il maresciallo aiutante Carlo de Trizio ed il Maresciallo Aiutante Franco Lattanzio morirono poco dopo, prima di riuscire a raggiungere l'ospedale. Il 7 maggio morì anche il maresciallo aiutante Enrico Frassanito rientrato a Verona, dopo le prime cure ricevute a Kuwait City; era rimasto gravemente ustionato nell'attentato. Il 5 giugno 2006, nell'anniversario dell'Arma dei Carabinieri, ci fu un altro attentato ai militari italiani in missione in Iraq. Alle 21:35 ora locale un ordigno, probabilmente comandato a distanza, fu fatto scoppiare al passaggio di un mezzo blindato. L'esplosione avvenne a circa 100km a nord di Nassirya. Il veicolo era in testa ad un convoglio diretto a Tallil; i primi soccorsi arrivarono proprio da medici che appartenevano al convoglio.

    Nell'attentato rimase ucciso il caporal maggiore Alessandro Pibiri mentre altre quattro persone rimasero ferite, uno in maniera grave, ma si sono tutti ristabiliti. I militari colpiti appartenevano alla brigata Sassari.

    Due furono le inchieste aperte sul primo attentato di Nassirya. Una avviata dalle autorità militari voleva scoprire se è stato fatto tutto il necessario per prevenire gli attacchi. Le due forze armate coinvolte giunsero a conclusioni diverse; l'Esercito chiese una consulenza al generale Antonio Quintana, secondo il quale sistemare la base al centro della città e senza un percorso obbligato a zig-zag per entrare all'interno di essa è stato un errore. Mentre per la commissione nominata dall'Arma dei Carabinieri e guidata dal generale Virgilio Chirieleison non ci sono state omissioni nell'organizzazione della sicurezza della base. Lo stesso Abu Omar al-Kurdi, terrorista di al-Qā’ida, reo confesso dell'organizzazione dell'attentato, ha recentemente affermato che era stata scelta la "Base Maestrale" in quanto si trovava lungo una strada principale che non poteva essere chiusa. L'altra inchiesta è stata aperta dalla procura di Roma per cercare di individuare gli autori del gesto. Il suo lavoro non fu facile dato che fu necessario lavorare su un territorio straniero in cui le condizioni non erano stabili. L'unica cosa stabilita con certezza fu che a scoppiare fu un camion cisterna con 150-300 kg di tritolo mescolato a liquido infiammabile. I comandanti militari, italiani inizialmente coinvolti nell'inchiesta sono stati tutti assolti con formula piena.

  • Spunti di Riflessione:

    di L.D.F.

    1) L’Occidente, nel corso degli ultimi 20 anni, ha dichiarato guerra all’Iraq in due diversi momenti: nel 1991e nel 2003. Approfondite in merito i seguenti argomenti: a) Chi era il dittatore iracheno nel 1991 e nel 2003? b) Chi erano i presidenti americani nel 1991 e nel 2003? c) Quali furono i motivi scatenanti che portarono alla guerra del 1991? d) Quale fu il “casus belli“, reale o presunto che determinò la guerra del 2003? e) Perché, nel 1991, contro l’Iraq ci fu una coalizione di quasi tutti i paesi occidentali mentre, nel 2003, la stessa situazione non si verificò? f) Perché, concluso il primo conflitto, il dittatore iracheno non venne deposto? g) Perché, alla fine della seconda guerra, Saddam Hussein venne deposto, gli furono uccisi i due figli maschi e, dopo qualche mese di fuga, venne catturato e condannato a morte?

    2) Il partito di Saddam era il Baath, formato esclusivamente da iracheni di religione sunnita. I sunniti in Iraq sono in minoranza rispetto agli sciiti. Quanto questo fatto, soprattutto alla fine del secondo conflitto, portò a faide, a vendette e a delitti?

    3) I sunniti nella religione islamica sono coloro che agiscono “nel rispetto della sunna”; gli sciiti si sono costituiti dopo uno scisma. Effettuate ricerche in merito chiarendo anche la differenza religiosa sociale e comportamentale tra sunniti e sciiti.

    4) Chi sono i Talebani? Sono loro che armano il pensiero e le mani di giovani kamikaze (e non solo in Iraq), oppure, secondo la vostra opinione, in ogni attentato fondamentalista di origine islamica, c’è nascosta, la mano di Osama Bin Laden e di Al Qaida. Approfondite l’argomento.

    5) Da quale lingua deriva il termine kamikaze e quando, storicamente, venne usato per la prima volta?

    6) L’Italia partecipò alla coalizione internazionale del 1991 mentre ritornò in Iraq solo dopo la Risoluzione del n. 1483 del 21 maggio 2003 che stabiliva che … Effettuate ricerche in merito.

    7) L’Italia è giunta in Iraq perché coinvolta in un’operazione internazionale di peacekeeping. Chiarite il significato delle ultime due parole della frase precedente.

    8) Sapete cosa significhino, in termini militari, le cosiddette regole di ingaggio che ogni militare italiano o di altri Stati deve firmare prima di andare in paesi come l’Iraq, in stato, si può dire, di guerra permanente? Effettuate ricerche in merito.

    9) Dopo aver risposto alle domande precedenti, approfondite la vostra conoscenza su quali siano i termini delle regole di ingaggio dei militari italiani in partenza per l’Iraq?

    10) Perché Aureliano l’autore del film, anarchico e antimilitarista, si trovò a partire per l’Iraq?

    11) Aureliano era essenzialmente un contestatore. Perché, entrando nel campo italiano di Nassirya a contatto con uomini in divisa, italiani come lui, provò subito, nei loro riguardi, un senso di fratellanza e di amicizia?

    12) Come, dopo l’assalto omicida del kamikaze al campo italiano, Aureliano riuscì, quasi miracolosamente, a salvarsi?

    13) Quali furono, in Aureliano pur nello choc subito, il dolore, la rabbia e forse il desiderio di vendetta nel vedere intorno a sé tanti giovani italiani, come lui, trucidati senza pietà?

    14) Perché Aureliano, tornato in Italia, e ricoverato a Roma all’ospedale militare del Celio, diventò per l’opinione pubblica, un eroe, forse più dei militari coinvolti? Forse perché fu “un eroe per caso”? Esprimete la vostra opinione in merito.

    15) Quanto la tragedia vissuta ha modificato il carattere di Aureliano, trasformandolo da ragazzo in uomo?

    16) Quanto è contata l’assidua presenza di Claudia, accanto ad Aureliano, in questa trasformazione?

    17) Perché Aureliano si sente, ancora oggi, corresponsabile dell’attentato di Nassirya? Forse perché la Storia, quella con la S maiuscola si realizza con una forma di cosciente o incosciente partecipazione da parte di tutti e quindi anch’egli non può non sentirsi responsabile dell’attentato in cui anch’egli rischiò di morire?

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