Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 63

La solitudine dei numeri primi

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:


    I numeri primi sono divisibili soltanto per uno e per se stessi.

    Sono numeri solitari e incomprensibili agli altri.

    Alice e Mattia sono entrambi “primi”, entrambi perseguitati da tragedie che li hanno segnati nell'infanzia: un incidente sugli sci per Alice, che le ha causato un difetto a una gamba, la perdita della sorella gemella per Mattia.

    Quando, da adolescenti, s'incontrano nei corridoi di scuola, riconoscono il proprio dolore l'uno nell'altra. Crescendo, i loro destini s'intrecciano in un'amicizia speciale, finché Mattia, laureatosi in fisica, non decide di accettare un posto di lavoro all'estero. I due si separano per molti anni e sarà una sequenza di eventi a ricongiungerli, per riportare in superficie una quantità di emozioni mai confessate e costringere Alice e Mattia ad affrontare la domanda delle loro esistenze: due numeri primi potranno mai trovare un modo per essere insieme?

    LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI è una meditazione commovente sulla solitudine, sull'amore e sulle conseguenze dell'infanzia.

    «E’ la storia dei corpi di Alice e Mattia. Del loro stravolgimento nel corso di un ventennio (1984-2007). Credo che LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI sia un horror sentimentale sulla famiglia e sulla sua impossibile emancipazione, accompagnato dalle note blu elettrico di un synt analogico».

    Saverio Costanzo

  • Genere: drammatico
  • Regia: Saverio Costanzo
  • Titolo Originale: La solitudine dei numeri primi
  • Distribuzione: Medusa
  • Produzione: Offside, Bavaria Pictures, Les Film des Tournelles, Le pacte
  • Data di uscita al cinema: 10 settembre 2010
  • Durata: 118’
  • Sceneggiatura: Saverio Costanzo, Paolo Giordano
  • Direttore della Fotografia: Fabio Cianchetti
  • Montaggio: Francesca Calvelli
  • Scenografia: Antonello Geleng, Marina Pinzuti Ansolini
  • Costumi: Antonella Cannarozzi
  • Attori: Alba Rohrwacher, Luca Marinelli, Arianna Nastro, Vittorio Lomartire, Martina Albano, Tommaso Neri, Isabella Rossellini, Roberto Sbaratto, Maurizio Donadoni, Giorgia Senesi, Aurora Ruffino, Giorgia Pizzo, Filippo Timi, Andrea Jublin
  • Destinatari: Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:

    LE INTERVISTE
    Saverio Costanzo (regista e sceneggiatore)

    Come e perché ha deciso di dirigere un film tratto dal adattare libro di Paolo Giordano?


    E' stato il mio produttore Mario Gianani a farmelo leggere dopo averne acquistato i diritti per il cinema: mi è piaciuto, aveva i primi due capitoli molto forti, ma non posso dire di averne avuto un innamoramento a prima vista, una folgorazione. Stavo lavorando ad un altro progetto e una storia d'amore non mi sembrava esattamente ciò che desideravo raccontare in quel momento. Mi sono proposto come sceneggiatore e solo lavorando in profondità sulla storia di Paolo mi sono accorto quanto le prime due immagini del libro, l'incidente occorso ad Alice bambina sulla neve e l'abbandono della sorellina nel parco da parte del piccolo Mattia, riuscivano nell'impresa, direi miracolosa, di dare immagine al dolore originario dell'infanzia, alla ferita primaria che poi muove tutta l'esistenza di una persona. Nelle due immagini iniziali del romanzo c'era qualcosa di archetipico. Riguardavano tutti. Puoi non aver mai sciato oppure compiuto, pur di andare ad una festa, il gesto maldestro di lasciare per mezz'ora una bambina in un parco, ma quelle due immagini finivano col rappresentare qualcosa in cui chiunque si identifica. Ed è allora, sulla base di questa fascinazione, che mi sono appassionato. Da subito ho creduto che la trasposizione per il grande schermo si prestasse ad un iperbolico miscuglio di generi cinematografici. Alla fine, se sono costretto a darne una definizione, direi si tratta di un horror romantico incentrato sui sentimenti, sulla famiglia e sulla impossibile emancipazione della coppia.

    Che rapporto si è creato con Paolo Giordano?

    Per me Paolo è un uomo molto libero - e non è facile esserlo se si ha un successo di quel tipo alle spalle - ed è soprattutto un grande scrittore. Io so che questo sarà il suo mestiere, che non potrebbe fare altro, e che il suo primo romanzo non sarà certamente il suo migliore.

    Che contributo ha dato al vostro film?

    Mi ha sorpreso perché ha partecipato alla distruzione e alla ri-creazione del suo libro e della sua storia con la distanza di chi sa che non gli appartiene, che quella cosa fa parte della sua esistenza ma che non ne è la vita, con la consapevolezza e la distanza di chi sa di avere già altro nella testa e nel suo futuro. E' molto facile convincersi delle propria grandezza o superiorità dopo un successo enorme ma lui non ha ceduto a questa vanità e credo ciò sia avvenuto perché ha ancora molto da dire e un suo mondo da esplorare. E' un amico, una persona che rispetto come tale e non solo come collaboratore.

    Come avete lavorato alla sceneggiatura?

    Siamo partiti rispettando l'iter narrativo del romanzo. Abbiamo steso la storia con lo stesso incedere lineare del libro. In un secondo momento abbiamo sentito il bisogno di fare un passo ulteriore: distruggere e ricreare una nuova storia per consentire al lettore/spettatore di perdersi, di provare quello spaesamento necessario al cinema, a maggior ragione se la storia è conosciuta. In una settimana abbiamo fatto dei tagli di pancia. Abbiamo demolito la struttura originaria seguendo soltanto ciò che ci emozionava e sacrificandone il resto. In questa fase credo la sceneggiatura ha preso il volo. Ho voluto fin dal primo momento che Paolo lavorasse alla stesura del film con me poiché si trattava della sua storia ed io non volevo in nessun modo prevaricarla. Ma era comunque importante far perdere i riferimenti al lettore. Raccontare la stessa storia ma in una forma completamente diversa: l'intersecazione dei piani era l'unico modo che avevamo a disposizione per consegnare al lettore una nuova lettura del libro.

    Può farci un esempio?

    I due incidenti iniziali che aprono il romanzo (Alice cade sulla neve/Mattia abbandona la sorellina) se li avessimo riproposti al cinema in modo lineare, correvamo il grande, grandissimo rischio di ingannare lo spettatore, ammiccando ad una suspense superficiale e soprattutto portandolo a farsi un'unica domanda: la bambina muore? Il bambino ritroverà la sorella? Ecco, questo credo sia il rischio peggiore che corre il cinema: concentrare l'attenzione sul cosa accade e non sul perché quella cosa sta accadendo in quel momento di fronte ai tuoi occhi. Sono certo che lo spettatore intrattenuto da una suspense superficiale non conserverà niente di ciò che ha visto. Tu non hai avuto fiducia in lui, perché allora lui dovrebbe conservarti nella sua memoria? Un film deve avere l'ambizione di rimanere “proiettato” nello spettatore fino a diventare immagine del suo inconscio e questo non avviene mentre lo fruisci ma molto dopo, nel tempo. Non so quale sia la ricetta. E' un miracolo, e dei miracoli non credo neanche esista una ricetta. Ogni volta è diverso. Sono certo però che l'unico approccio possibile sia la purezza con cui fai le cose. Il gusto dominante è andare a vedere ciò che già si conosce. Un film tratto da un libro popolare ha di solito un discreto successo. Il pubblico si rassicura nella conoscenza della storia che vede al cinema. In questo modo però si perde il senso più profondo del cinema, che non deve rassicurare ma al contrario consegnare allo spettatore uno spaesamento, metterlo in discussione, fargli perdere il centro, la strada conosciuta. Nei confronti di un romanzo così popolare come quello di Paolo il compito era molto complicato perché una vicenda che tutti conoscono doveva diventare una nuova esperienza. Dovevamo permettere al lettore di assumere una nuova storia senza che si domandasse ogni due per tre: «dov'è questo personaggio? Dov'è questo fatto?» E dunque riuscire nell'impresa di modificare la storia a sua insaputa, evitandogli l'irritazione che lo porterebbe alla perdita di attenzione e perciò al distacco dal film.

    Come ha fatto?

    La fortuna di un romanzo come quello di Giordano, best seller da un milione e mezzo di copie con grande capacità di penetrazione, è anche stata merito di un titolo forte e di una copertina riuscita. Dunque, per avere la libertà di mutare la storia e renderla nuova al ai sensi del lettore/spettatore, abbiamo cercato di fare un lavoro sul colore verde della copertina dell'edizione Mondadori: il colore che l'inconscio del lettore associa al libro ritorna spesso nel film. In questo modo lo spettatore, pur trovandosi di fronte a qualcosa di diverso nella forma e nella sostanza, noterà una forte verosimiglianza con il materiale di partenza. La memoria di un best seller reperibile ovunque, tra le pile delle librerie come negli scaffali degli autogrill, è rappresentata dal volto ambiguo e inquieto di una ragazza che guarda “qualcosa” tra le foglie di un cespuglio: Cosa guarda? Abbiamo usato questa domanda come architrave per costruire la nuova storia. Nel film il verde delle foglie che ritorna come elemento cromatico raggiunge il suo culmine quando Alice, all'apice del suo digiuno, trapassa il tempo attraversando un tunnel di foglie che la porta dalla sua casa nel 2007 a quella di Mattia nel 1984, la notte dell'abbandono della sorellina. La ragazza ritratta nella copertina sta guardando il dolore originario dell'uomo che la completerebbe. Sta guardando la sua assenza. Questa svolta non esiste nel libro ma rappresentando l'immagine della copertina il lettore/spettatore crederà di averla letta e perciò ne accetterà lo spaesamento e sarà capace di compiere la nuova lettura di una nuova storia e il libro ha così un corpo.

    Lei ha dichiarato che l’idea guida è la storia dei corpi di Alice e di Mattia e del loro stravolgimento nel corso di un ventennio. In che senso?

    Ho chiesto a Luca Marinelli e ad Alba Rohrwacher in primis, ma anche agli altri interpreti, di fare uno specifico lavoro sul corpo per due motivi: il primo è di ordine politico-filosofico, nel senso che il corpo credo sia oggi un forte elemento politico, e la sua distruzione è una rivoluzione che una persona è in grado di compiere dentro se stesso. Un modo per opporsi, per dire questo non mi sta bene. Il secondo motivo è di ordine squisitamente concreto - cosa che risulta essere più filosofica dell'assunto stesso - ovvero per poter rendere sullo schermo un passaggio di tempo che fosse credibile mi occorreva un cambiamento del corpo. Non sono un regista teso al racconto convenzionale, non amo il trucco e le parruccate del cinema, e avendo bisogno di qualcosa che suscitasse credibilità nello spettatore rispetto allo scorrere di 7 anni, i 10 chili in meno di Alice e i 15 in più di Mattia mi garantivano di rendere credibile un passaggio di tempo e di poterlo rendere secco e imprevisto. In più la metamorfosi di entrambi i personaggi principali consentiva agli attori di rimanere ancorati al film durante tutto l'arco della lavorazione e di poter compiere un percorso personale dentro a quello del loro personaggio.

    Che cosa capita dimagrendo 10 chili o guadagnandone 15, quanto si cambia, cosa si scopre di se stessi?

    Mi interessa più il percorso autentico dell'attore come persona che quello del personaggio che sta interpretando in quel momento. Per poter rendere le cose più attraenti, vere e sensate all'interno del gioco cinico del cinema il percorso da compiere deve essere reale. Questo per me è categorico. La cosa che mi rende più soddisfatto è quando un attore, o meglio una persona che fa di mestiere l'attore, riesce a compiere un'esperienza dentro il film non difendendosi dietro il suo personaggio ma mettendosi in gioco come persona.

    Come e perché ha scelto i suoi interpreti?

    Volevo due volti insoliti per il cinema, ma nonostante abbia cercato a lungo mi sono trovato a non poter prescindere da Alba. Ero combattuto perché la sua mi sembrava una scelta prevedibile: LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI e Alba Rohrwacher, e allora io cosa ci sto a fare? Questa domanda mi ossessionava. Ma poi, dopo averla sottoposta ad una serie di provini, ho capito che il film non poteva prescindere da lei. Alba non è un'attrice ma un'artista. Per me un attore deve “rischiare la vita”. Il tipo di interprete che ammiro e rispetto di più è quello che si mette in gioco completamente rischiando con fatica il proprio equilibrio fisico e mentale e Alba è mossa da un enorme fuoco artistico. La definirei una gigantessa che trasmette coraggio a chi le sta intorno: senza di lei sono certo il nostro film non esisterebbe, o quantomeno non in questa forma. Alba è del tutto consapevole del suo corpo e se riesce ad essere in un rapporto puro con ciò che sta facendo ti sorprende ogni volta. Mi piace perché non ha niente di intellettuale e il suo approccio al cinema è del tutto altruistico: non concentra mai l'attenzione solo su se stessa ma sul film dove abita il suo personaggio. In questo senso penso sia stata il mio vero compagno di viaggio.

    Come è andata invece con Luca Marinelli?

    Con lui è stato diciamo amore a prima vista. Mi era stato segnalato da un'amica che l'aveva visto recitare in un saggio di diploma dell'Accademia d'arte drammatica Silvio D'Amico . L'ho incontrato, gli ho fatto un provino e mi sono molto divertito perché Luca possiede un fenomenale e sottile senso dell'ironia di cui avevo bisogno per il personaggio. Nel libro Mattia è molto interiorizzato e Giordano con la letteratura racconta i suoi pensieri, ma io avevo bisogno di descriverne le azioni: non conosco la matematica, non credo molto nella rappresentazione della genialità e così ci siamo ancorati al suo senso di colpa immaginandolo come un eroe Dostoevskiano. Ci interessava di Mattia la sua colpa e quanto questa muova e determini la sua azione nel corso della storia. L'ironia di Luca poi ci ha consentito di alleggerire la portata tragica del personaggio. Marinelli è una persona con una presenza scenica fenomenale e con una faccia che non ti stanchi mai di guardare. Si è buttato con grande coraggio nella sua metamorfosi rischiando la vita appunto, come ogni uomo che fa di mestiere l'attore ha la responsabilità di fare. Lo ha fatto senza paura. E' stato molto coraggioso.

    Come è nata l'idea di coinvolgere Isabella Rossellini nel ruolo della madre di Mattia?

    Ho pensato a lei dopo averla vista nel recente TWO LOVERS di James Gray dove l'ho trovata fenomenale nella capacità, nonostante un piccolo ruolo, di toccare corde molto diverse. Isabella ha nello sguardo la follia tipica di chi è pronto a tutto, di chi può sorprenderti da un momento all'altro. Non finirò mai di ringraziarla perché nonostante sia un'attrice con un bagaglio di esperienza enorme con noi si è messa in gioco completamente. Il 90 % del nostro film è improvvisato nei dialoghi e quelli di una scena molto importante che la riguardava sono stati inventati da lei una sera mentre eravamo a cena a Torino con altre persone. Parlava di Adele (il suo personaggio) e delle domande che le avrebbe voluto fare. La trovavo sublime e l'ho invitata a scriverli subito per poi riproporli in scena l'indomani, cosa che ha fatto incantando tutti. Ho trovato straordinario lo spirito materno e immediato che è stata in grado di trasmettere. Ha saputo lavorare su tre epoche diverse e ogni volta determinarle con piccole nuances. Mi ha colpito la generosità avuta verso di me, che rispetto ai registi con cui ha lavorato, non sono davvero nessuno… Quando è andata via dal set mi è mancata la sua presenza, è mancata a tutti.

    Quanto conta la musica nel film e perché?

    Con la musica abbiamo cercato di storicizzare le epoche e di fare in modo che la storia cambiasse tono attraverso le età che racconta: gli anni 80 seguono il suono di un sintetizzatore analogico, i suoni degli horror Carpenteriani, di De Palma; per gli anni 90 abbiamo usato un brano di Ennio Morricone tratto da L'uccello dalle piume di cristallo di Dario Argento che accompagna la condizione emotiva, fredda e distaccata dell'adolescenza e la prima techno degli anni „89/90. Nella parte della storia ambientata nel 2001, invece, ci siamo ispirati alla classica storia d'amore con lui che parte e lei che resta. Abbiamo scelto dei valzerini ed alcuni pezzi pop romantici molto riconoscibili ed espliciti nel racconto di una storia d'amore appunto. Nell'ultima parte, infine, la musica è il silenzio. Restano due corpi nudi e il silenzio, perché sostanzialmente non c'è più nulla da dire né musica da suonare.

    Il finale è diverso rispetto al libro?

    A me la matematica non interessa, non la capisco e dunque non avevo da dimostrare l'assunto per cui i numeri primi non si incontrano mai. Ritenevo poi un'ingiustizia ideologica la voluta eliminazione del lieto fine. Se, nella conclusione del libro, i due protagonisti si separano, nel film invece li lasciamo di fronte ad una presa di responsabilità. Nella scena finale del parco, quando Alice mette la mano sulla testa di Mattia, i due sembra diventino finalmente adulti prendendo coscienza del loro dolore. Ma, attenzione, non si tratta di un happy end, è il contrario. Se d'ora in poi finirà la fuga da se stessi, inizierà il mistero e l'avventura della coppia e la difficoltà di non replicare gli errori commessi dai propri genitori.

    Paolo Giordano (sceneggiatore)

    Durante la scrittura del suo romanzo ha mai pensato, consapevolmente o meno, che la sua narrazione fosse già in qualche modo cinematografica?

    Mi rendevo conto che la mia narrazione fosse spesso strutturata in scene – un limite che solo in seguito ho cercato di superare – e che il visivo fosse il senso dominante. Ma non ritenevo ovvio che questi elementi rendessero la mia scrittura automaticamente cinematografica. Tuttora non credo sia così. Ne ho avuto la conferma dal grande sforzo che è stato necessario per elaborare una trasposizione della Solitudine.

    Quando è stato contattato da Saverio Costanzo e Mario Gianani, che cosa l’ha convinta ad accettare il progetto e a collaborare alla trasposizione per il cinema?

    In quel periodo ricevetti proposte da diverse produzioni. Ero piuttosto disorientato. Fu l'incontro personale, con Mario prima e con Saverio dopo, a convincermi che fossero loro le persone più adatte. C'era fra di noi una straordinaria convergenza di riferimenti e di intenzioni.

    Come si è svolto il vostro lavoro di sceneggiatori?

    Saverio ha avviato la prima stesura, dopodiché abbiamo lavorato quasi sempre insieme. Concentravamo l'attività in periodi di intensa collaborazione, poi ci separavamo e ognuno maturava le proprie perplessità e migliorie. Quando ne avevamo accumulate a sufficienza, iniziava una nuova sessione. Abbiamo approcci diversi, Saverio e io, in un certo senso complementari: lui parte da idee astratte e gradualmente le condensa in scene, io comincio da dettagli e ci lavoro attorno per attribuire un significato.

    Lei aveva dichiarato tempo fa che i protagonisti del suo libro trovano una corrispondenza delle proprie storie e dei propri pensieri l’uno nell’altra, ma questa corrispondenza è sempre imprecisa: come è stata resa sullo schermo questa serie di incontri impossibili?

    Il cinema ha la fortuna degli sguardi, che da descrivere a parole sono spesso faticosi. E, soprattutto, ha gli attori. La corrispondenza invisibile fra Alice e Mattia è stato senz'altro l'aspetto più preoccupante in fase di sceneggiatura: sembrava sempre troppo implicito, sfuggente. E infatti così doveva essere. Gli attori, con le loro infinite modulazioni che nessuno può prevedere scrivendo, hanno cancellato subito ogni incertezza.

    Quali sono a suo parere le analogie e le differenze tra il suo romanzo e il film che ne è stato tratto?

    Esistono una forte analogia di atmosfere e di senso e una sostanziale corrispondenza di trama, benché il film abbia comportato alcuni tagli e ricompattamenti. I caratteri dominanti dei personaggi sono gli stessi nel film e nel libro e, addirittura (per quanto la mia visione in tal senso possa contare) rivedo negli attori scelti le sembianze fisiche dei miei protagonisti immaginati. Una differenza importante, che attribuisce personalità proprie alle due opere, è una certa ricchezza di colori, una pienezza di volumi del film, laddove il romanzo privilegia il vuoto e la monocromaticità.

    Le piacerebbe continuare a scrivere per il cinema ed eventualmente diventare un giorno regista?

    Non so rispondere in assoluto. Sicuramente, non esiterei a rifarlo se trovassi un soggetto intrigante su cui lavorare, oppure se capitasse di nuovo l'occasione di collaborare con qualcuno che possa aiutarmi a maturare anche come scrittore. La regia è una tentazione pericolosamente forte (credo lo sarebbe quasi per chiunque), ma mi accorgo che per il momento va repressa: finché mi sentirò attratto più dall'esperienza in sé che dalla necessità di adoperare proprio quel tipo di linguaggio, non sarà il momento giusto per cimentarmi.

  • Spunti di Riflessione:

    di Marco Patrizi

    1) “La solitudine dei numeri primi”: riflettete sul titolo, prima della visione del film; quali diversi significati può assumere?

    2) Qual è la scena di apertura del film? Quali personaggi ci vengono presentati in essa?

    3) Qual è la vostra opinione sulla situazione familiare di Alice e Mattia: una prima analisi quali pensate possano essere quei fattori che, nel futuro, saranno responsabili del loro crollo interiore?

    4) Quali analogie potete riscontrare tra in numeri primi e i due protagonisti? Cosa rende Alice e Mattia dei “numeri primi”?

    5) Quale scelta è stata fatta per narrare l’evoluzione temporale degli avvenimenti?

    6) Il rapporto tra Alice e Viola: cosa significa effettivamente la prima per la seconda? Che importanza ha avuto tale rapporto per la crescita delle due?

    7) Il rapporto tra Alice e Viola è molto più significativo di quel che appare ad un’interpretazione superficiale. Operate una riflessione sui sottili legami che sussistono tra ciò che l’una e l’altra simboleggiano.

    8) Determinate con esattezza gli eventi responsabili del crollo psicologico di Mattia ed Alice.

    9) Operate una vostra analisi personale sui modi in cui le tragedie che hanno segnato per sempre i due protagonisti si siano poi riflesse nelle loro vite?

    10) Cosa rende, a vostro parere, Alice e Mattia così compatibili tra di loro?

    11) I due protagonisti sono complementari tra loro, hanno bisogno l’uno dell’altra per completarsi poiché da soli sono come persone a metà. Ma, in ultima analisi, si completano davvero a vicenda e, secondo voi, un “numero primo” può essere e sentirsi una persona a metà?

    12) Richiamate alla memoria i film che prendereste, come esempio, per quel che riguarda la trattazione del disagio e dell’impossibilità di uniformarsi alla società. “La solitudine dei numeri primi” come tratta, secondo voi, tali temi rispetto alle opere filmiche che ricordate?

    13) Come viene presentata la società nel film? Tramite quali maschere e stereotipi ci viene fornita la posizione della società nei confronti del “diverso”?

    14) Come affrontano i due protagonisti il proprio dolore? Come tentano di soffocare i demoni che li tormentano?

    15) Quali atteggiamenti assumono le famiglie di Alice e Mattia nei confronti del loro disagio? E, soprattutto, si rendono conto del loro stato d’animo e lo sottovalutano?

    16) Riflettete sul finale del film: come si conclude la narrazione?

    17) Quale significato attribuireste all’epilogo della vicenda?

    18) Avete letto il libro da cui è stato tratto il film? Provate ad elaborare per sommi capi una vostra versione di un’ipotetica trasposizione cinematografica.

    19) Su quali scelte di regia vi trovate in disaccordo, nel tradurre attraverso la macchina da presa i temi del libro?

    20) Quali scelte di regia, inquadrature ed accorgimenti nella colonna sonora, rendono al meglio il disagio interiore dei protagonisti ed in generale i grandi temi trattati?

    21) Il sentirsi diversi, il sentirsi disomogenei rispetto ad una società che giudica ed alla quale non ci si sente di appartenere, o meglio alla quale si sente di non meritare l’appartenenza: esprimete la vostra opinione su come questi temi si insinuino nella nostra vita di tutti i giorni.

Letto 17019 volte

Video

Altro in questa categoria: « Somewhere Stanno tutti bene »

Indice dei Film

I Più Visti negli ultimi 6 mesi

Has no content to show!