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L'Ultimo Pulcinella

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:


    L'ultimo Pulcinella liberamente ispirato a un soggetto inedito di Roberto Rossellini, è la storia di un rapporto spesso traumatico tra un ragazzo napoletano che cerca nuovi stimoli creativi e di vita lontano dalla sua città, e di un padre, artista di strada, che guadagna con fatica la vita continuando a cantare e a recitare nelle piazze di Napoli "le storie di Pulcinella". È anche la storia quindi di un mondo che cambia, di generazioni che stentano a capirsi, ambientata fra la Napoli d'oggi e la Parigi delle banlieues, altro crocevia di faticose e spesso violente contraddizioni, dove padre e figlio cercheranno con fatica di costruire nuovi sogni anche attraverso il teatro.

    L'ultimo Pulcinella, il film diretto da Maurizio Scaparro, protagonista Massimo Ranieri, girato fra Napoli e Parigi, ripercorre il viaggio di un attore napoletano, Michelangelo (Massimo Ranieri) che rassegnatamente recita e canta a Napoli il suo Pulcinella dove può e che, improvvisamente, è costretto a lasciare Napoli per Parigi dopo che la sua ex moglie (Valeria Cavalli) gli ha rivelato che suo figlio Francesco (Domenico Balsamo) è scappato nelle banlieues parigine da una sua amica, Cecilia (Carla Ferraro), per avere assistito a un omicidio di camorra. A Parigi Michelangelo ritrova un suo vecchio amico professore della Sorbona (Jean Sorel) e la sua assistente Faiza (Margot Dufrene) che lo aiutano a riconquistare la fiducia del figlio, ma soprattutto conosce Marie (Adriana Asti) ex attrice di varietà senza età, rinchiusa in un vecchio e cadente teatro nelle banlieues di cui è proprietaria e ormai custode. Tutti insieme e con l'aiuto di Cecilia, che ha una particolare influenza politica su molti giovani del quartiere (maghrebini, francesi, italiani), decidono di realizzare un sogno che fu già di tanti italiani del passato, "les italiens": riscoprire il teatro e mettere in scena uno spettacolo ispirato a un soggetto inedito di Roberto Rossellini su Pulcinella. Malgrado le difficoltà di vita del quartiere e le tensioni crescenti con la polizia Michelangelo cercherà di creare uno spazio dove possa essere nuovamente riconosciuta la dignità e l'utilità dell'artista; a Parigi a Napoli, in Europa oggi.
  • Genere: Drammatico
  • Regia: Maurizio Scaparro
  • Distribuzione: Bolero Film
  • Produzione: Compagnia Italiana - Faro Film - Rai Cinema
  • Data di uscita al cinema: 2008
  • Durata: 89 minuti
  • Sceneggiatura: Rafael Azcona, Diego De Silva, Maurizio Scaparro
  • Direttore della Fotografia: Roberto Meddi
  • Montaggio: Luca Gianfrancesco
  • Scenografia: Giantito Burchiellaro
  • Costumi: Gianni Addante
  • Attori: Massimo Ranieri, Adriana Asti, Jean Sorel, Valeria Cavalli, Domenico Balsamo, Carla Ferraro, Margot Dufrene, Georges Corraface, Antonio Casagrande
  • Destinatari: Scuole di ogni Ordine e Grado
  • Approfondimenti:


    di Massimo Nava

    L'idea all'inizio mi sembrò un po' folle, comunque molto particolare, uscita dalla mente di un regista funambolico come Scaparro: il rapporto tra la maschera di Pulcinella e le periferie francesi che in questi anni sono state alle cronache delle televisioni di tutto il mondo per moti di piazza, scontri con la polizia, violenze, storie di grande emarginazione e, tra l'altro, di un tipo di discriminazione poco conosciuta ancora.

    E poi, piano piano, seguendo la lavorazione del film, ho capito che c'era un forte filo conduttore, un qualcosa che legava in qualche modo la storia di Pulcinella alle periferie parigine. Non perchè ci sia un filo ideale, culturale o soltanto questo tra la Parigi che è grande capitale e la Napoli ex grande capitale con legami storici. C'è un'idea, un amore della Francia per il teatro italiano, per la maschera napoletana e Pulcinella è entrato anche nel linguaggio della politica perché quando i Francesi vogliono raccontare qualche cosa che li scandalizza o che li fa sorridere o che crea polemica a proposito di vicende politiche nazionali, usano anche loro a volte linguaggi napoletani ed il famoso "segreto di Pulcinella" è entrato nel linguaggio politico e nel linguaggio comune dei Francesi.

    Che cosa lega le periferie parigine, teatri di emarginazione e violenza, alla maschera napoletana? Innanzi tutto c'è un legame forte tra le periferie napoletane, le periferie delle nostre città e, se vogliamo, tutte le periferie del mondo con la periferia francese. La periferia francese non ha soltanto uno specifico sociale, economico, legato alla Francia. La periferia francese è il centro del mondo, il centro del mediterraneo, è il centro di una dimensione sociale che oggi è comune e ci è comune. C'è un problema di integrazione, c'è un problema di lavoro, c'è un problema di valori, di crescita giovanile e il teatro in qualche modo è la metafora per il tutto. E' il punto in cui, come si vede nel film, i giovani trovano un motivo di riscatto, un motivo di integrazione, un motivo di sogno che non si sa a che cosa porterà e se porterà a qualche cosa perchè i ragazzi che si improvvisano attori sono anche ragazzi che sono disoccupati, qualcuno spaccia la droga, qualcuno è un poco di buono, qualcuno cerca lavoro, in ogni caso tutti sono lì alla mattina a improvvisarsi attori perchè non hanno altro da fare e in qualche caso partecipano anche a scontri con la polizia che li va a cercare in teatro non certo per reprimere la cultura che in questi quartieri non c'è. Li va a cercare perchè lì si nascondono.

    E il teatro come possibile metafora di un riscatto sociale diventa così un elemento fondante, un elemento conduttore del film, ed è la cosa più toccante, che rende più forte questo legame tra il viaggio di un Pulcinella fallito, di un teatrante per vocazione ma che ormai - lo vedete all'inizio del film - non ha più neanche speranze di riuscire a coronare il suo sogno perchè quel teatro lì anche nella Napoli di oggi, nell'Italia di oggi è un po' superato, un po' perduto perchè sono valori, sono maschere, sono tradizioni che si perdono nel tubo catodico della pubblicità, della televisione, di un altro modo di pensare che ha di fatto contaminato e preso anche quel grande mondo di vite e umanità che è una città come Napoli.

    Napoli è stata sfregiata in tanti anni, è teatro quotidiano di violenze, è stata additata come vergogna italiana, per la vicenda dell'immondizia e poi Napoli tutte le volte riesce in fondo a riscattarsi ancora con la sua maschera riuscendo, non solo a trovare il modo di teatralizzare e di sorridere persino della propria monnezza, ma anche a dare grandi lezioni di vita e di umanità e quindi a rinascere ogni volta. E questa rinascita che si ripete persino nei secoli della storia napoletana, e che per certi aspetti è anche un po' la storia d'Italia, la ritroviamo, in fondo, in questo filo che ci porta a Parigi dove lo sguardo dei francesi verso l'Italia è spesso e volentieri un sguardo su un'Italia che segretamente amano e che magari pubblicamente detestano. L'Italia del teatro, l'Italia della musica, l'Italia della creatività, dell'arte; l'Italia, paese un po' complicato, paese a volte disprezzato, paese che non sempre ha la fiducia e la credibilità che meriterebbe, ma l'Italia sempre affascinante e quindi l'Italia che è quella del grande cinema, che è quella dei grandi attori che poi si sono espressi a Parigi, dei grandi artisti che per secoli e da sempre sono venuti a Parigi, da Leonardo da Vinci all'epoca di Francesco I, ai grandi musicisti dell'Ottocento, Rossini, Donizetti, Verdi, vennero a Parigi, i grandi cantanti e i grandi cantanti lirici e i grandi teatranti, i grandi registi. E Scaparro acconto a Strehler con il Théâtre de l'Europe, e con il suo Théâtre des Italiens, è parte recentissima di questa storia. Les Italiens dai tempi di Goldoni del resto sono un certo tipo di emigrazione che porta l'idea dell'Italia, l'idea dei sentimenti nazionali ovviamente forzati perchè certamente non credo che tutti gli italiani si riconoscano in Pulcinella, ma in una parte di Pulcinella senz'altro.

    Quello che vediamo nel film è in fondo questo viaggio, questo viaggio ideale, questa fuga dall'Italia ma nella stesso tempo questo forte attaccamento alle radici che vengono costantemente recuperate o addirittura riprodotte all'estero quasi a irrorare di sentimenti, di idee, di tradizioni, anche gli altri mondi in cui gli italiani si trovano a vivere, questa in fondo è un po' la storia del nostro paese.

    Il ritrovare le periferie francesi che, come si vedrà nel film, sono per certi aspetti più tragiche più drammatiche di quanto non lo siano certe periferie italiane, ma paradossalmente sono meno degradate perchè c'è uno stato che comunque interviene in modo più forte, ma dentro questo degrado si sente sopratutto il dramma della non integrazione di queste popolazioni che ci vivono.

    Trovare queste periferie sullo sfondo di un film, che in fondo è un film-teatro o è teatro e cinema, teatro e cinema insieme perchè troverete poi ad un certo punto questo riferimento a Rossellini e quindi è comunque un atto d'amore sia verso il teatro sia verso il cinema.

    Dentro queste periferie si vede anche la Francia di oggi, una Francia che a volte è sconosciuta, che non è quella dell'Eliseo, che non è quella dei palazzi haussmanniani di Parigi, che non è quella dei grandi monumenti, ma che quella di queste periferie che non appartengo o non sembrano appartenere nemmeno agli ideali della république, gli ideali di egalitè, fratenitè che sono scritti persino sui monumenti, sulle facciate, sulle bandiere, sanciti nella Costituzione e che poi, invece, non si verificano nella realtà quotidiana.

    Naturalmente le periferie sono anche teatro di violenza, sono anche teatro di delinquenza, e questo spiega - e lo vedrete nel film - anche una certa arroganza, una certa esasperazione della polizia.

    Anche se va ricordato che anche nei drammatici giorni delle esplosioni nelle banlieue, la polizia tenne un comportamento piuttosto corretto e non ci furono ne' morti ne' feriti.

    Quello che poi viene fuori con forza in questo film e che ritroviamo poi in fondo in questo legame tra Napoli e Parigi, tra le periferie napoletane e le periferie parigine, è che dentro questo teatro c'è un palcoscenico multiculturale dove sentiamo lingue, suoni, colori; dentro la maschera napoletana, dentro il teatro napoletano c'è una storia di emigrazione ma c'è sopratutto il mediterraneo, con i suoi suoni, con le sue tradizioni, con qualcosa che in qualche modo ci lega tutti quanti ed è quindi una sfida anche culturale, anche una sfida civile quella di avere ricordato questi fili che uniscono questi giovani, ma che uniscono in fondo i nostri popoli, le nostre civiltà.

    Ed è stridente, in fondo, pensare che il Mediterraneo è stato una culla di civiltà, è stato la culla della civiltà, è stato il grande lago dei popoli della civiltà romana, greco-romana, araba, è stato il mare nostrum con il latino lingua franca, ed oggi, invece, è così drammaticamente teatro di violenze, teatro di contrasti etnici, politici; pensiamo, per citare solo una cosa, alla crisi del Medio Oriente.

    Oggi non c'è più il latino come lingua franca, forse molte tradizioni e molte radici del grande mediterraneo si sono perdute, ma il teatro con i suoi linguaggi, con i suoi linguaggi che sono anche corporali, che sono di movimento, che è maschera in fondo, quindi non ha bisogno per certi aspetti della parola perché, se vogliamo, persino, non tutti gli italiani, voglio dire, capiscono che cosa dice Pulcinella, ma Pulcinella parla con i suoi movimenti, parla con la sua gesticolazione, e questi ragazzi parlano tutti insieme una stessa lingua, che è la lingua del Mediterraneo, che è la lingua di civiltà che si sono sovrapposte, combattute, ma poi, alla fine, si incrociano e che sono in qualche modo costrette a vivere insieme sul palcoscenico della vita.

    Massimo Nava

     

     

     

    Diario di un percorso

    di Rafael Azcona

    Sono state due le "avventure" che ho accettato con gioia di fare con Maurizio Scaparro, e una terza sta per comincaire mentre scrivo queste note. La prima è stata quando nel 1984 venne a Madrid e mi propose di collaborare al suo Don Chisciotte, frammenti di un discorso teatrale. Io, naturalmente, avevo già ricevuto diversi inviti per adattare il romanzo per il cinema e per la televisione. Avevo sempre detto di no, perché non mi interessava "raccontare" un testo così alto, ma anche spesso così eccessivo, così difficilmente "riducibile". Secondo me era ancora più pericolosa perché bisognava avere a che fare con i cervantisti, "animales peligrosisimos".

    Ma la proposta di Scaparro fu un'altra, e mi colpì subito per la sua originalità. Mi apparve chiaro, fin dal nostro primo incontro, che il suo obiettivo preciso era quello di mettere in evidenza, proprio con il mezzo cinematografico, l'anima teatrale che costantemente affiora nel romanzo. L'Hidalgo si trasformava (in teatro, in cinema, in televisione, con emozioni complementari e diverse) da individuo in personaggio, che si "travestiva" nella sua camera da letto per presentarsi sul grande palcoscenico del mondo. Questa attenta intuizione, perfettamente fedele allo spirito cervantino, non aveva niente di casualmente eccentrico, né appariva in opposizione con una autentica e semplice lettura del libro, e rappresentava, con risultati che mi sono parsi felicissimi, la libertà, la dignità dell'uomo, la fantasia, in un paesaggio di miseria morale che lo circonda.

    Stimoli analoghi ho avuto dai primi incontri di lavoro con Scaparro (e con Jean Launay che ha avuto il compito di curare la scelta e l'itinerario dei "frammenti" del testo di Marguerite Yourcenar) a proposito di quel suo Adriano, che aveva un sottotitolo "parlante" suggerito dai taccuini della scrittrice francese, "portrait d'une voix", ritratto di una voce.

    Questo mi pare, accanto all'uso dei frammenti di un discorso teatrale naturalmente privilegiati, sia il punto centrale del lavoro di Scaparro, e del rapporto che questi elementi "naturali" avevano con la parola, che poteva, per la sua forza originaria, essere protagonista del lavoro teatrale e credo anche, sorprendentemente, della edizione televisiva.

    Così, quando nelle prime scene Scaparro introduce accanto alla lingua italiana scelta per lo spettacolo, frammenti di lingua greca, e spagnola, e latina, credo che il pubblico possa sentire, come ho sentito in quelle notti trascorse con lui e con gli attori, e in particolare con quel grande artista che è Giorgio Albertazzi, attraverso le parole (che sono musica, e danza, e immagini, e teatro sempre), la nascita di una grande civiltà mediterranea, che ci appartiene, e di cui spesso dimentichiamo la forza.

    Sono uscito da questa seconda avventura con Scaparro, consapevole di un compito che può appartenere anche a noi che talvolta speriamo o ci illudiamo di essere "artisti" e "poeti".

    La terza avventura è praticamente in atto mentre scrivo queste note. E riguarda quel film su L'ultimo Pulcinella tratto da uno spettacolo teatrale molti anni fa diretto da Scaparro e arrivato anche in Spagna, con grande successo, con Massimo Ranieri protagonista.

    Ricordo che con ostinazione Scaparro ogni volta che abbiamo lavorato assieme nelle sue esperienze cinematografiche (o filmiche) sul Don Chisciotte o sulle Memorie di Adriano è sempre al teatro alla fine che pensa, è sempre al teatro che si torna. Così è per L'ultimo Pulcinella, che però questa volta nasce completamente concepito e costruito come prodotto cinematorgrafico. Ma comunque sarà un film che in tutto il suo percorso segnerà/sarà un atto di amore per il teatro. L'ultimo Pulcinella liberamente ispirato a un soggetto inedito di Roberto Rossellini molto caro a Maurizio.

    Un po' come augurio, un po' come riflessione sul lavoro che stiamo sviluppando in questi mesi, gli ho ricordato la frase che in tempi non sospetti ho detto a un giornalista che mi chiedeva cosa fosse per me il cinema. Gli ho risposto quasi d'istinto e non so quanto lo credessi davvero mentre lo dicevo: "Il cinema è teatro!". Non so se sia davvero così, ma per Maurizio certo lo è e mi fa piacere di averlo accompagnato come potevo in questa sua nuova avventura.

    Rafael Azcona

  • Spunti di Riflessione:

     

    1. Pulcinella è una maschera del carro di Tespi. Rappresenta Napoli con le sue debolezze, le sue sofferenze e il suo grande desiderio di sopravvivere, comunque, pur in mezzo alla fame, al dolore e alle privazioni. Pulcinella non è buono ma intelligente e furbo, sa com'è la sua vita e prova a riderci sopra e a prendersi in giro per non piangere. Secondo la vostra opinione egli rappresenta bene il popolo di Napoli nel corso della sua lunga storia? Approfondite l'argomento.

    2. Nella domanda precedente abbiamo parlato del "carro di Tespi". Effettuate ricerche su questa definizione stabilendo provenienza e diffusione.

    3. Per secoli gli attori, quasi tutti girovaghi, viaggiavano in loro malandati carri, andando per città e città e per paese e paese, scavalcando montagne e attraversando pianure desolate con lo scopo di presentare, ovunque, i loro poveri spettacoli per vincere lo spettro della fame che era sempre loro compagno di vita. Queste condizioni, che ora definiremmo disumane, sono narrate mirabilmente in molti testi: ne citiamo uno per tutti, scritto nel secolo diciannovesimo "Capitan Fracassa" di Teophile Gautier. Effettuate ricerche in relazione alle tragiche condizioni di vita, nel corso dei secoli e in tutta Europa, dei commedianti itineranti.

    4. Quando gli attori del carro di Tespi con i loro personaggi fissi (Colombina, Rosaura, Leandro, il servo furbo, in genere Arlecchino) hanno iniziato a non interessare più il pubblico non sono scomparsi ma si sono trasferiti, agli albori del ventesimo secolo, nel varietà e nelle sue compagnie girovaghe di avanspettacolo. Approfondite l'argomento, ricordando le parole che Carlo Goldoni, nel diciassettesimo secolo, scrisse in Il teatro comico: "Il mondo è annoiato di veder sempre le cose istesse, di sentir sempre le parole medesime, e gli uditori sanno cosa deve dire l'Arlecchino prima ch'egli apra la bocca".

    5. Ritornando a parlare dei personaggi del carro di Tespi, ogni regione italiana ha avuto (e ha) la sua maschera che diveniva protagonista in relazione al luogo dove i commedianti si trovavano. Tra queste citiamo Brighella, Arlecchino, Pantalone, Balanzone e Rugantino. Approfondendo le notizie relative all'appartenenza delle maschere citate a una nostra regione, si può affermare che ognuna di loro sia lo specchio dei piccoli vizi e delle debolezze degli abitanti della regione di cui sono l'espressione?

    6. Michelangelo, il Pulcinella del film sopravvive, a Napoli, lavorando quando e come può. Quale fatto lo spinge a lasciare la sua città per andare a Parigi?

    7. Quando Michelangelo, giunto nella capitale francese, si trova in una banlieue, cosa accade, cosa vede e chi incontra per trovare in quel quartiere, lontano dalla sua città, qualcosa di Napoli?

    8. Come e perché Michelangelo, a Parigi, diventa di nuovo Pulcinella?

    9. Pulcinella è una maschera molto amata in Francia al punto che si è diffusa, anche oltralpe, una frase che gli si riferisce come il famoso "segreto di Pulcinella". Qual è il suo significato?

    10. La maschera francese più famosa è Scaramouche di cui si parla anche nel già citato capitan Fracassa di Gautier: un buffo soldataccio, pauroso e spaccone, vile con i potenti e prepotente con i deboli, ridicolo e sciocco quanto basta per finire sempre malmenato da qualcuno. Molto diverso dal nostro Pulcinella che comunque in Francia è quasi altrettanto amato. Secondo voi cos'hanno in comune queste due maschere di così diversa provenienza?

    11. Nella banlieue parigina in cui arriva Michelangelo, abitano varie etnie che, si può dire, rappresentino gran parte del mondo. E come in tutte le periferie gli abitanti vivono immersi in tanti problemi. Quali? E con quali di essi si imbatte Michelangelo?

    12. Quando e come Michelangelo trova a Parigi un vecchio teatro e un vecchio amico?

    13. Quando e come Michelangelo, ridiventato Pulcinella, rianima quel teatro polveroso in cui sembrava fosse scomparsa ogni traccia di vita?

    14. E' giusto secondo la vostra opinione affermare che il teatro, nel momento in cui lo si vive, rappresenta una metafora di riscatto sociale?

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