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Il Concerto

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:


    All'epoca di Brežnev, Andreï Filipov è il più grande direttore d'orchestra dell'Unione Sovietica e dirige la celebre Orchestra del Bolshoi. Ma viene licenziato all'apice della gloria quando si rifiuta di separarsi dai suoi musicisti ebrei, tra cui il suo migliore amico Sacha. Trent'anni dopo lavora ancora al Bolchoi, ma… come uomo delle pulizie. Una sera Andreï si trattiene fino a tardi per tirare a lustro l'ufficio del direttore e trova casualmente un fax indirizzato alla direzione del Bolshoi: è del Théâtre du Châtelet che invita l'orchestra ufficiale a suonare a Parigi… All'improvviso, Andreï ha un'idea folle: riunire i suoi vecchi amici musicisti, che come lui vivono facendo umili lavori, e portarli a Parigi, spacciandoli per l'orchestra del Bolshoi. È l'occasione tanto attesa da tutti di potersi finalmente prendere una rivalsa…

  • Genere: Commedia
  • Regia: Radu Mihaileanu
  • Distribuzione: BIM DISTRIBUZIONE
  • Produzione: Les productions du Trésor Una coproduzione Oï Oï Oï productions – Les productions du Trésor
  • Data di uscita al cinema: 2009
  • Durata: 120 minuti
  • Sceneggiatura: Radu MIHAILEANU, Alan Michel BLANC e Matthew ROBBINS
  • Direttore della Fotografia: Laurent Dailland
  • Montaggio: Ludovic Troch
  • Scenografia: Stan Reydellet
  • Costumi: Viorica Petrovici
  • Attori: Alexeï GUSKOV, Dmitry NAZAROV, Mélanie LAURENT, François BERLEAND, MIOU MIOU, Valeri BARINOV Anna KAMENKOVA PAVLOVA Lionel ABELANSKI Alexander KOMISSAROV RAMZY
  • Destinatari: Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:


    Intervista con il regista

    Radu Mihaileanu Come è nato il progetto?

    Sono stato contattato da un produttore che mi ha proposto un copione scritto da due giovani autori: era la storia di una falsa orchestra del Bolshoi che approdava a Parigi. L'idea di base mi piaceva molto, il resto meno. Così ho chiesto al produttore se potevo sviluppare una mia sceneggiatura a partire dal soggetto iniziale e mi ha dato il suo consenso.

     

    Come si è svolto il processo di scrittura?

    Innanzitutto, con il mio complice Alain-Michel Blanc, sono andato due settimane in Russia per incontrare tutte le persone che in seguito avrebbero ispirato i nostri personaggi. Questi colloqui ci hanno offerto un'enorme quantità di spunti per i dialoghi, le scene e le idee che hanno poi preso corpo nella sceneggiatura. Era il 2002, prima delle riprese di Vai e vivrai. Quando la Productions du Trésor ha ripreso il progetto di Le Concert, per un po' abbiamo pensato di girare il film in inglese con attori americani. Per puro caso, il destino ha deciso diversamente e siamo tornati alle lingue originarie della storia: il francese e il russo. Ad ogni modo, la sceneggiatura è stata condensata nella sua struttura definitiva dal nuovo trio che si è formato: il produttore Alain Attal, Alain-Michel Blanc e io.

     

    In Le Concert ritroviamo il tema dell'impostura positiva…

    È un tema che mi pervade mio malgrado. Forse dipende dal fatto che mio padre, che si chiamava Buchman, durante la guerra dovette cambiare cognome per sopravvivere. Diventò Mihaileanu per affrontare il regime nazista e successivamente il regime stalinista. Anche se io ho tratto benefici dalla sua scelta, esiste in me un conflitto tra queste due identità. D'altronde, ho a lungo sofferto per il fatto di essere considerato un "estraneo" nel luogo dove mi trovo, che sia la Francia, la Romania o qualsiasi altro paese ovviamente. Oggi lo considero una ricchezza e sono felice di sentirmi ovunque partecipe e al tempo stesso estraneo. Probabilmente è per questo che all'inizio i miei personaggi hanno immense difficoltà e fingono di essere quello che non sono: per liberarsi da se stessi e cercare di gettare un ponte verso gli altri.

     

    Il film parte subito su una nota ironica con la manifestazione degli ex comunisti che in realtà sono delle comparse…

    Quando sono andato in Russia con Alain-Michel Blanc, siamo rimasti colpiti da questa manifestazione che si svolge tutte le domeniche mattina a Mosca e che cristallizza il paradosso della nuova società russa: da un lato, gli ex comunisti pervasi di nostalgia, i venditori di medaglie che smerciano la loro mercanzia a manifestanti e turisti e, dall'altro, i nuovi capitalisti duri e puri. In mezzo, c'è una grande quantità di persone, di cui alcune sono un po' smarrite. Ho trovato questo contrasto tragico e comico al tempo stesso.

     

    Attraverso la metafora del concerto, il film parla dei rapporti fondamentali tra il singolo e la collettività.

    Durante il missaggio ho capito che questa metafora è insita anche nella scelta stessa del concerto che occupa la parte finale del film, il Concerto per violino e orchestra di Čajkovskij. Secondo me, alla base dell'attuale crisi, c'è proprio il rapporto tra il singolo e la collettività. Oggi constatiamo che abbiamo raggiunto il massimo grado di individualismo e che gli esseri umani si sentono in una situazione precaria rispetto al mondo: vorrebbero mantenere i diritti fondamentali dell'individuo, tornando tuttavia a una società più solidale. E mi sono reso conto che quel concerto di Čajkovskij non potrebbe essere armonioso se il violino e l'orchestra non fossero complementari. Se il violino non suona bene, l'orchestra va per conto suo e viceversa, i due elementi sono indissociabili. La crisi dimostra con forza l'importanza di questo binomio: il legame tra individuo e collettività deve essere molto solido e, per trovare l'armonia e il benessere, bisogna cercare di suonare il più possibile all'unisono.

     

    Quest'armonia si forgia anche attraverso gli scambi tra russi, gitani e francesi che hanno tutti una visione del mondo molto diversa …

    È quello che oggi si chiama "dialogo interculturale" : in ogni società, compresa quella francese, grazie alle ondate migratorie, è molto presente la mescolanza delle culture, che arrichisce tutti, malgrado le difficoltà che comporta. È il nostro mondo di oggi e lo sarà ancora di più domani. Ed è quello che descrive il film, quando un gruppo di semi-barboni russi, gitani ed ebrei, originari di Mosca, approda a Parigi: è l'incontro tra una cultura slavo-orientale e una cultura occidentale, ricca e cartesiana. All'inizio lo shock è esplosivo: i "barbari" dell'est, di cui io faccio parte, arrivano nel paese dei "civilizzati", che temono che i loro diritti acquisiti siano minacciati e che le regole che hanno definito non vengano rispettate. Ma alla fine, malgrado le tensioni, da questo incontro scaturiranno bellezza e luce. E il concerto esprime l'armonia che nasce da questo scontro tra culture.

     

    Appunto, come si può definire «l'armonia suprema» di cui spesso parla Andreï nel film?

    È il sogno che vogliono realizzare i miei personaggi russi che sono stati messi al bando dalla società. In qualche momento della nostra vita, siamo tutti stati messi alla prova e "al tappeto", come si dice nel pugilato. È molto difficile rialzarsi ed è proprio questo che i miei personaggi tentano di fare. Cercano innanzitutto di ritrovare l'autostima e poi di rimettersi in piedi e di tornare a essere degli esseri umani con una dignità. Per ritrovare un'armonia suprema, anche solo per un secondo, per il tempo di un concerto, e per dimostrare a se stessi che hanno ancora la forza di sognare e di stare in piedi. È una piccola vittoria sulla morte, che ci spia da dietro le quinte. Sono interrogativi che possono riferirsi anche a chi non ha mai sofferto in modo tragico: sono capace di sognare, di desiderare di raggiungere "l'armonia suprema"? Sono in grado di cambiare?

     

    Come si può descrivere l'umorismo del film?

    L'umorismo che preferisco è quello in reazione alla sofferenza e alle difficoltà. Per me, l'ironia è un'arma gioiosa e intelligente, una ginnastica della mente, contro la barbarie e la morte, un modo per spezzare la tragedia che ne è la sorella gemella. Di fatto, nel film, l'umorismo deriva da una ferita che si è aperta trent'anni prima, nell'Unione Sovietica di Brežnev. A quell'epoca, i personaggi sono stati umiliati e messi al tappeto. La loro volontà di rialzarsi e di riconquistare la dignità si esplicita anche attraverso l'umorismo. Al di là della loro tragedia, i protagonisti di Le Concert trovano la forza di portare fino in fondo i loro sogni, grazie all'ironia. A mio parere, è la più bella espressione dell'energia vitale.

     

    C'è anche una sorta di umorismo picaresco che scaturisce dall'incontro tra russi e francesi…

    Anche all'interno della loro società, i personaggi russi del film stonavano un po', vivevano ai margini. Al loro arrivo in Francia, la contrapposizione è ancora più sorprendente e suscita dei contrasti che trovo molto divertenti. Per questo ho voluto apporre qualche "tocco di colore" esotico, caratteristico di quest'orda di slavi, nell'universo della società francese, che appare monotono e assopito quando è visto da una certa distanza.

     

    E lo ritroviamo anche nel contrasto tra le ambientazioni in Russia e in Francia.

    Esattamente. Abbiamo cercato di sviluppare un trattamento diverso delle due società attraverso le scenografie, i costumi, le luci, i suoni e la messa in scena. In Russia, gli ambienti e i costumi sono al tempo stesso colorati e "avvizziti", antiquati, le linee sono spesso caotiche, mentre Parigi è più luminosa, spesso dorata, piena di contrasti e raffigurata con tratti rettilinei, con quadrati. Per esempio, quando i russi telefonano al direttore del Théâtre du Châtelet, sono in uno squallido sgabuzzino, dagli arredi e dai tratti confusi, situato nel seminterrato del Bolshoi, in un ambiente acustico rumoroso, mentre l'ufficio del loro interlocutore parigino è magnificamente arredato, quasi bianco, pulito, silenzioso e perfettamente rettilineo. Mentre i russi sono nell'imperfezione totale, il francese, interpretato da Berléand, tende verso una certa perfezione. Inoltre, i russi sono spesso filmati con la macchina da presa a spalla, perché sono in costante movimento, sono "inquadrati male", mentre Duplessis e la sua squadra sono più che altro filmati in modo simmetrico, con la macchina da presa fissa o che fa dei movimenti controllati. Mi piace anche molto la scena del ristorante tra Andreï e Anne-Marie. Il contrasto tra il loro abbigliamento mi ricorda molto il mio arrivo in Francia: Andreï indossa un vestito nuovo, ma che sembra troppo grande e di altri tempi, pur essendo presentabile, dal momento che vuole essere all'altezza della cena; Anne-Marie indossa un grazioso chemisier color argento, semplice, moderno, sobrio. I suoi gioielli discreti brillano come i suoi occhi e le luci che li circondano, internamente ed esternamente. Solo Andreï sembra un inserto rappezzato nella Ville Lumière.

     

    Il modo in cui i russi si impadroniscono del francese è esilarante!

    Anche in questo caso mi sono ispirato a un'esperienza personale. Quand'ero piccolo, ho imparato il francese con una signora di origine francese di circa 70 anni che aveva lasciato la Francia per seguire un rumeno di cui si era innamorata. Avendo lasciato il suo paese da molto tempo, si esprimeva in una lingua che non si parlava più in Francia. Quindi ho imparato un francese letterario e molto antiquato e, quando sono arrivato in Francia, anch'io ho usato gran parte delle espressioni arcaiche che usano i miei personaggi nel film. Ricordo, per esempio, di aver ringraziato una signora che mi aveva aiutato a ottenere il visto d'ingresso dicendole: "La bacio calorosamente"! E in effetti avevo letto in numerosi libri che il "baciamano" era un gesto alquanto rispettoso… I miei personaggi pensano di parlare un perfetto francese, ma in realtà risultano quasi incomprensibili: ho trovato in questa discrepanza un effetto comico molto efficace. È anche un modo per rendere omaggio a una generazione che ha adorato la cultura francese e che oggi sta scomparendo.

     

    Eppure, ognuno dei protagonisti russi ha una conoscenza del francese che gli è propria.

    Sì, ci sono tre registri linguistici differenti che ci hanno molto divertiti durante la fase della scrittura. Innanzitutto c'è Ivan, che pensa di padroneggiare meglio di tutti la lingua (evidentemente l'ha imparata con un'anziana signora francese negli anni '50) e compone delle frasi pompose: se la cava abbastanza bene, malgrado commetta numerosi errori di significato e di sintassi. Poi c'è Andreï, che parla un po' meno bene, ma conserva una certa preziosità arcaica, infarcendo le sue frasi di "non è così?" a ogni piè sospinto. E infine c'è Sacha, il suo miglior amico, che ha un vocabolario molto limitato e parla un francese maccheronico, aiutandosi con qualche parola russa.

     

    Il film descrive il tipo di intellettuali e artisti che c'erano sotto Brežnev.

    Anche se una leggera brezza di libertà si era messa a soffiare circa dieci anni prima della Perestrojka, il potere cercava ancora di imbavagliare gli intellettuali, dal momento che ogni regime totalitario ha paura che le opinioni degli intellettuali si propaghino tra le masse e che queste ultime si ribellino. Brežnev diffidava in particolare degli ebrei che spesso si erano espressi su questioni sensibili e avevano parenti all'estero in grado di diffondere le loro idee. È per questo che Brežnev ha scacciato i musicisti ebrei dall'orchestra del Bolchoj, insieme ai russi che li hanno difesi. Allo stesso modo, il regime temeva i gitani, e le minoranze in genere, che non si sommettevano alla sua autorità. Di fatto i gitani non hanno mai obbedito agli ordini in alcun paese: sono gli esseri umani più liberi della terra. Ho voluto descrivere tra le righe questa realtà. Per contro, ho cercato di mostrare che un gesto di per sé insignificante, come il licenziamento di un direttore d'orchestra e di alcuni musicisti ebrei, può generare un trauma terribile in tutta una generazione che può impiegare anche trent'anni a riprendersi. È il caso di molti destini spezzati di persone originarie dei paesi dell’Est.

     

    Attraverso la questione della trasmissione, lei si interroga anche sul significato dei valori.

    Ho la sensazione che a partire dalla fine del XX secolo non abbiamo prestato abbastanza attenzione a una delle conseguenze della diffusione e dello sviluppo dei nuovi mezzi di comunicazione: la nascita della virtualità. Secondo me, è stata la virtualità a provocare l'attuale crisi: abbiamo messo da parte i valori reali, il lavoro, l'incontro, il tempo, l'amicizia, l'amore, la conoscenza, e abbiamo adottato sempre di più i valori virtuali, i soldi, l'informazione, il ritmo frenetico, la comunicazione, l'acquisizione di strumenti. Ho l'impressione che oggi gli esseri umani abbiano voglia di recuperare i veri valori. Capiscono anche che nello scambio con l'Altro risiede la vera ricchezza e cercano di ristabilire un equilibrio nel rapporto individuo/comunità. In quest'ottica, il film racconta che senza l'amicizia e senza questo viaggio per incontrare un'altra cultura è impossibile raggiungere la felicità.

     

    In lei si percepisce anche una volontà iconoclasta di sconvolgere le convenzioni.

    Penso che la vita sia fatta sia di regole sia di momenti in cui è necessario sconvolgere le stesse regole per andare avanti e sperimentare nuovi territori. I miei personaggi, che sono in uno stato di disintegrazione a causa della perdita del lavoro e della stabilità e non hanno nulla più da perdere, non hanno altra scelta che tentare di arrangiarsi: sono quindi condannati a rinnovarsi e progredire. In condizioni simili, tutto è possibile, anche a costo di infrangere le leggi stabilite: si fabbricano da soli il passaporto, non vanno alle prove per dedicarsi a vari traffici, insomma, vivono di espedienti e si ingegnano per sopravvivere. Tutti i miei personaggi hanno una componente poetica, i piedi per terra e la testa tra le nuvole, perché io credo che non sia possibile separare del tutto realtà e fantasia.

     

    Come sempre è ricorso ad attori di origini diverse.

    Sì. Ci sono innanzitutto cinque straordinari attori russi che sono molto famosi nel loro paese. Sono rimasto colpito dalla loro capacità di esprimere al tempo stesso l'interiorità e l'esteriorità e di recitare con tutto il loro corpo. In più, ho avuto la fortuna di lavorare con attori francesi eccezionali. Ma, soprattutto, è stato meraviglioso assistere all'incontro tra queste due scuole che a poco a poco sono arrivate a comprendersi. E non dimentico i miei amici attori rumeni! Insomma, è stato un melting pot incredibile.

  • Spunti di Riflessione:


    di L.D.F.
    1. Dal 1917 anno in cui scoppiò la rivoluzione, la Russia fu dominata fino ad oggi, solo ed esclusivamente da dittatori: da Nikolai Lenin a Iosif Stalin, da Nikita Krusciov a Leonid Breznev. Quali furono i rapporti tra i suddetti Presidenti dell’URSS e l’Occidente? Effettuate ricerche in merito.
    2. Grazie ai patti firmati a Yalta nel febbraio 1945 tra le nazioni, ormai vincitrici della II Guerra mondiale, Stalin, per la debolezza di Franklin Delano Roosevelt, il Presidente americano gravemente malato e per l’impotenza furiosa di Winston Churchill, primo Ministro inglese, riuscì ad allargare il dominio dell’Unione sovietica a tanti Stati limitrofi che divennero suoi satelliti. I russi, giunsero, con la loro sfera di competenza, fino a Berlino che del resto, alla fine dell’aprile 1945, erano stati i primi a occupare. Pochi anni dopo in quella città martoriata costruirono il famigerato muro che separava i quartieri est dai quartieri ovest. Perché, quando si trattò di coinvolgere Berlino con la costruzione del muro, l’Occidente iniziò a reagire? Famoso, a questo proposito, fu un discorso di John Kennedy in visita a Berlino ovest. Quali furono le parole che pronunciò che esaltarono tutto il mondo occidentale?
    3. Nel 1989, il muro di Berlino venne distrutto da un popolazione felice di incontrarsi dopo tanto tempo, fra genitori e figli, fratelli e amici. Chi era allora a capo dell’URSS? Come ciò potè accadere?
    4. Quando cadde il muro nella città tedesca che tornò ad essere la capitale della Germania, l’URSS e i Paesi satelliti iniziarono a occidentalizzarsi in maniera forse più negativa che positiva. Secondo voi la brama di possedere, anche se poco, la convinzione di aver raggiunto una libertà per tanto tempo negata, non portò a un consumismo disordinato e in alcuni casi, anche eccessivo? Esprimete la vostra opinione in merito.
    5. Sotto il regime di Breznev in Unione sovietica agli intellettuali e agli artisti ebrei fu resa la vita difficile in maniera subdola, diversa da quelle realizzate dagli altri dittatori. Perché? Effettuate ricerche.
    6. La comunità ebraica in tutto il mondo è unita dalla sua religione e da un insieme di intenti, usi, costumi e abitudini ma ciò non toglie che ci siano ebrei italiani (a Roma, ad esempio, presenti dai tempi di Giulio Cesare), tedeschi, russi, francesi, ecc. ecc. Perché, anche quando non si raggiunse per loro la tragica soluzione finale come sotto il nazismo gli ebrei da sempre hanno dovuto vivere ( e in alcuni paesi ancora vivono) situazioni difficili?
    7. La storia di Andrei Filipov, negli anni ’70, considerato uno dei più grandi musicisti sovietici e direttore dell’orchestra del mitico teatro Bolshoi di Mosca è legata alla religione ebraica professata da molti membri del suo gruppo orchestrale. Perché? Quale decisione prese il potere nei suoi riguardi quando …
    8. Andrei è un uomo con tutta la sua fragilità, ma dove trova, quando e perché, il coraggio di ribellarsi, rinunciando a ciò che più conta nella sua vita?
    9. Andrei vive, agli inizi della storia filmica, ferito e roso dal senso di colpa. Perché il suo senso morale gli impedisce di perdonare se stesso? E di quale colpa egli, tanti anni prima, si è macchiato?
    10. Perché, quando Andrei decide di andare segretamente a Parigi con i suoi vecchi orchestrali va a cercare, per prima cosa, Ivan che aveva contribuito a distruggere la sua vita?
    11. Chi è Ivan? E qual è il forte legame che lo lega ad Andrei?
    12. Qual è la reazione di Ivan quando Andrei va a cercarlo per parlargli di ciò che intende fare ed eventualmente, per chiedere il suo aiuto?
    13. Quanto la fede nell’ideale comunista spinse Ivan, tanto tempo prima, a decisioni così dolorose per altri?
    14. Quanto essere un ufficiale del KGB ha condizionato e condiziona anche se diversamente le scelte di Ivan?
    15. Secondo Voi il personaggio di Ivan ha ancora nostalgia dell’Unione Sovietica?
    16. Perché nonostante le sue caratteristiche psicologico-politiche e comportamentali, Ivan contribuisce a far sì che il concerto si svolga?
    17. Sacha, l’amico di Andrei, ha valori di amicizia molto forti. Possiamo affermare che per lui, rappresenti una sorta di fratello maggiore che lo protegga?
    18. Sacha ha avuto la vita spezzata dal “suo” partito. Perché?
    19. La rabbia e il risentimento di Sacha nei riguardi di quanto abbia dovuto partire risorgono prepotentemente quand’egli rincontra Ivan. Perché?
    20. Chi è Anne-Marie? E perché se ella perdona Andrei, la vita dell’uomo può ritornare normale?
    21. Perché Anne-Marie, in un momento delicatissimo della sua carriera di concertista, accetta di interpretare Cajkowskij per la prima volta?
    22. Come e perché Duplessis, il rigido e quasi cinico direttore del teatro parigino “Le Chatelet” si convince aiutare Andrei nel suo piano pazzesco?
    23. Chi è Guylène e perché tiene tanto ad Anne-Marie e alla sua carriera?
    24. Guylène appare, appena la si incontra nel film, una donna molto dura ma, a poco a poco, nel corso della storia, scopriamo che nasconde un segreto molto pesante e molto difficile da portare. Cos’è accaduto tanti anni prima?
    25. Quale legame lega Guylène ad Andrei?
    26. Perché Guylène è la prima a comprendere il motivo per cui i musicisti russi vogliono, proprio a Parigi, interpretare quel brano di Cajkowskij?
    27. Chi è Irina e quale forza dà ad Andrei per spingerlo a portare a termine il suo progetto?
    28. Un antico proverbio afferma: “Dietro il successo di un uomo c’è sempre una donna intelligente”: è questo che Irina è per Andrei? Ma basta l’intelligenza oppure serve anche l’amore?
    29. Vi siete resi conto come, nella colonna sonora del film, si ascoltino musiche sinfoniche, cori liturgici che legano il passato al presente, canti popolari russi, musica gitana e musica moderna? Se siete riusciti ad “ascoltare” oltre che a “vedere” quali sono le sensazioni che avete provato nell’udire la colonna sonora dell’opera di Mihaileanu?
    30. Armand Amar, il compositore della colonna sonora originale, sostiene che, nel film, la musica è un “personaggio” come tutti gli altri, anzi è il motore dell’intreccio del film. Siete d’accordo?
    31. Armand Amar, il compositore delle musiche originali del film ha avuto anche l’arduo compito di ridurre da 22 minuti a 12 il più bel concerto, per violino e orchestra di Petr ll’ic Cajkowskij? Secondo voi c’è riuscito, mantenendo l’armonia suprema dell’opera?
    32. Cos’è per voi l’armonia suprema di cui si parla nella domanda precedente sapendo che:

    a) per Radu Mihaileanu: è la musica che anima il suo film

    b) per Armand Amar, il musicista: è un modo di vivere

    c) per Alexei Guskov che interpreta Andrei il protagonista, è: l’amore

    d) per Dmitry Nazarov (Sacha) è: una fiaba che potrebbe divenire realtà

    e) per Valeri Barinov (Ivan) è: l’obiettivo che vogliamo raggiungere, senza mai riuscirci, fortunatamente

    f) per Mélanie Laurent (Anne-Marie Jacquet) è: un momento di grazia

    g) per François Berleand (il direttore Duplessis) è: un’osmosi straordinaria tra il pubblico, il concertista, l’orchestra e il brano musicale

    h) per Anna Kamenkova (Irina) è: la musica.

    33.    Radu Mihaileanu, il regista del film è rumeno e, dopo gli anni del crudele, tremendo dominio di Nicolae Ceausescu nel suo Paese, è comprensibile sentirlo affermare: “La tragedia è la condizione normale dell’essere umano, la felicità quasi un incidente”. Commentate.

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