MUSTANG In evidenza

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  • Sinossi:

     

    Siamo all'inizio dell'estate. In un remoto villaggio turco Lale e le sue quattro sorelle scatenano uno scandalo dalle conseguenze inattese per essersi messe a giocare con dei ragazzini tornando da scuola.
    La casa in cui vivono con la famiglia si trasforma un po' alla volta in una prigione, i corsi di economia domestica prendono il posto della scuola e per loro cominciano ad essere combinati i matrimoni.
    Le cinque sorelle, animate dallo stesso desiderio di libertà, si sottrarranno alle costrizioni loro imposte.

  • Genere: sociale
  • Regia: Deniz Gamze Erguven
  • Titolo Originale: Mustang
  • Distribuzione: Lucky Red
  • Produzione: Charles Gillibert
  • Data di uscita al cinema: 29 ottobre 2015
  • Durata: 94’
  • Sceneggiatura: Daniz Gamze Erguven, Alice Winocour
  • Direttore della Fotografia: David Chizallet, Ersin Gok
  • Montaggio: Mathilde Van de Moortel
  • Scenografia: Serdar Yemisci
  • Costumi: Selin Sozen
  • Attori: Gunes Sensoy, Doga Zeynep Doguslu, Erol Afsin, Ilayda Akdogan
  • Destinatari: Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:

     

    Commento
    La visione di Mustang è consigliata alle scuole secondarie di II grado perché attraverso le vicende intime di cinque sorelle, private in Turchia della loro libertà per atteggiamenti, ritenuti immorali dalla famiglia, si ha l’occasione di riflettere su temi estremamente attuali, come la differenza culturale, i diritti civili la questione della donna, nonché argomenti molto familiari ai ragazzi che lo vedranno, come l’adolescenza e il bisogno di libertà.

    Intervista alla regista
    Lei è nata ad Ankara ma ha vissuto soprattutto in Francia. Perché ha deciso di girare in Turchia il suo primo film?
    La maggior parte dei miei parenti vive ancora in Turchia e ho passato la mia vita a fare avanti e indietro tra i due paesi. Le storie che si svolgono in Turchia m’interessano particolarmente perché è una regione in piena effervescenza, in cui tutto è in movimento.
    Da un po' di tempo il Paese ha compiuto una svolta più conservatrice ma si percepisce la presenza di una forza, di un'energia particolare. Si ha la sensazione di essere al centro di qualcosa, che tutto può ingarbugliarsi in qualsiasi momento e prendere una direzione qualunque. E' anche un incredibile serbatoio di storie.
    Proprio come il cortometraggio che ha girato per il diploma, «Mustang» racconta di un'emancipazione. Da dove nasce questa storia?
    Volevo raccontare com'è essere una ragazza, una donna, nella Turchia di oggi. Un paese in cui la condizione femminile è sempre più al centro del dibattito pubblico.
    Certamente la possibilità di avere uno sguardo distaccato, grazie ai miei prevalenti soggiorni in Francia, ha avuto grande importanza.
    Ogni volta che torno là, avverto una specie di senso di costrizione che mi sorprende. Tutto ciò che riguarda la femminilità è costantemente ricondotto alla sessualità. E' come se qualsiasi gesto compiuto da una donna, o anche da una ragazzina, contenesse una carica sessuale. Pensiamo per esempio a questa storia dei direttori di alcune scuole che hanno deciso di vietare alle ragazze e ai ragazzi di salire in classe usando le stesse scale. Arrivano al punto di far costruire delle scale separate. Questo finisce coll'attribuire una grande carica erotica ai gesti più semplici. Salire le scale diventa una cosa complicatissima... In questo c'è tutta l'assurdità di questa specie di conservatorismo: tutto assume un significato sessuale.
    Si finisce col parlare di sesso continuamente. E si assiste all'emergere di un'idea di società che identifica le donne con delle macchine per fare figli, domestiche relegate in casa. Siamo una delle prime nazioni al mondo ad aver ottenuto il diritto al voto per le donne negli anni '30 e oggi ci ritroviamo a difendere diritti elementari come l'aborto. E' una cosa triste.
    Come mai questo titolo dal suono anglo-sassone, «Mustang»?
    I mustang sono cavalli selvaggi che simboleggiano perfettamente le mie cinque eroine, il loro temperamento indomabile, focoso. E, perfino visivamente, le loro capigliature ricordano delle criniere, il loro scorrazzare nel villaggio ricorda quello di un branco di mustang... E la storia procede velocemente, qualche volta a tamburo battente. Per me il centro del film è proprio questa energia, che somiglia a quella dei mustang del titolo.
    Cosa c'è di personale nel film?
    Il piccolo scandalo scatenato dalle ragazze salendo sulle spalle dei ragazzi, prima di farsi violentemente rimproverare all'inizio del film, mi è successo davvero quand'ero adolescente. Salvo che la mia reazione all'epoca non è stata quella di rispondere ai rimproveri. La prima cosa che ho fatto è stato abbassare lo sguardo per la vergogna.
    Mi ci sono voluti anni per cominciare almeno ad indignarmi un po'.
    Volevo che i miei personaggi fossero delle eroine. E bisognava assolutamente che il loro coraggio venisse ricompensato, che alla fine vincessero, e nel modo più gioioso possibile.
    Per me queste cinque ragazze sono come un mostro a cinque teste che rischia di perdere una parte di sé ogni volta che una di loro viene estromessa dalla storia. Ma l'ultimo pezzo resiste e riesce a cavarsela. E' proprio perché le sorelle maggiori sono cadute in trappola che Lale, la più piccola, rifiuta di fare la stessa fine. E' un concentrato di tutto quello che sogno di essere.
    Lei sembra voler affermare che la cosa più importante è l'istruzione..
    La descolarizzazione delle ragazze e la reazione che questo suscita a casa loro ha, senza averne l'aria, un impatto determinante sulla storia. Ma a me non piace trattare certi argomenti come farebbe una militante. I film non sono discorsi politici. Romain Gary diceva di non voler partecipare alle manifestazioni perché aveva scaffali interi di libri che lo facevano al posto suo.
    Peraltro il film esprime le cose in un modo molto più intelligente ed efficace di quanto non potrei fare io. In effetti pensavo ad una storia con motivi mitologici, come quello del Minotauro, del labirinto, dell'Idra di Lerna – il corpo a cinque teste che sono le ragazze - e del ballo, sostituito da una partita di calcio alla quale le ragazze sognano di poter assistere.
    Una famiglia con cinque adolescenti che suscitano il desiderio dei ragazzi dei dintorni e che si cerca di tenere sotto una campana di vetro. Fa venire in mente le «Vergini suicide» di Sofia Coppola. Quali sono stati i suoi punti di riferimento cinematografici?
    Ho visto «Il giardino delle vergini suicide» quando è uscito in sala, e ho letto il libro di Jeffrey Eugenides.
    Ma «Mustang» non si ispira a quello. Non più di quanto non abbia punti di contatto con «Rocco e i suoi fratelli». Tra le cose che curiosamente mi hanno ispirato ci sono invece «Salò o le 120 giornate di Sodoma» per quella sorta di distanza che assume Pasolini nell'evocare attraverso una storia sordida una società alle prese col fascismo. Questo sfasamento tra forma e contenuto era ciò che cercavo. Mi ricordo che mi è successo spesso di far andare il DVD mentre scrivevo la mia sceneggiatura.
    Ho anche visto molti film che parlano di evasioni, come «Un condannato a morte è fuggito», o «Fuga da Alcatraz». Infatti, anche se la mia storia si svolge nell'ambiente domestico e familiare di una casa, il registro drammaturgico è quello di un prison movie.
    Ogni giorno prima delle riprese facevo vedere un DVD alle attrici: «Monica e il desiderio» di Bergman, «Fish Tank», «Germania Anno Zero», «L’enfant» dei fratelli Dardenne, molte cose diverse, ogni volta per una ragione precisa...
    Avevo previsto anche delle visioni su misura per ciascun personaggio. Per esempio IlaydaAkdogan che interpreta Sonay, la maggiore, ha visto anche «Cuore selvaggio» di Lynch e molti film con Marilyn Monroe, per la contraddizione tra innocenza e sensualità estrema che sprigiona dal personaggio.
    La scelta del villaggio sperduto di Inébolu a 600km a nord di Istanbul, sulla costa del Mar Nero, non è casuale. Contribuisce a creare quell'atmosfera di oppressione avvertita dallo spettatore...
    Sì, la sensazione di trovarsi in capo al mondo è resa più forte dal contesto. All'inizio si è trattato di una scelta estetica, con paesaggi che sembrano usciti dritti da una favola, la strada che si snoda lungo il mare e le sue foreste un po' inquietanti.
    Quella regione è di difficile accesso. Qualche mese prima della prima volta che ci sono andata non c'era neanche l'aeroporto. E nessun film è mai stato girato da quelle parti. Avevo davvero la netta sensazione di trovarmi sotto una campana di vetro. Nei villaggi più remoti, non solo le notizie arrivano solo attraverso i canali ufficiali, ma in più, in ogni casa, ci sono dei sacchi di carbone, dono di quello che un tempo era il Primo Ministro e oggi è il Presidente.
    La gente ha un rapporto intimo, quasi familiare, con il potere che letteralmente gli suggerisce all'orecchio cosa fare, attraverso i media. E' raro che da qualche parte manchi una televisione accesa che trasmette i discorsi dei potenti del paese. Dal momento in cui abbiamo cominciato le riprese, è stato aperto un aeroporto a 90 km dal posto dove ci trovavamo noi, con un volo al giorno. Ho avuto la sensazione di aver aperto una breccia dalla quale è cominciata ad entrare un po' di aria fresca.
    Lei ha girato questo film mentre era incinta. E' stato molto complicato?
    E' stata come l'operazione condotta da un commando. Ero esattamente a metà della mia gravidanza quando abbiamo terminato, e giravamo 12 ore al giorno, 6 giorni a settimana....
    Questo mi faceva sentire fragile come le ragazze, come se fossimo tutte sulla stessa barca.
    A tre settimane dal primo ciak, la produttrice con cui avevo cominciato si è ritirata dal progetto per il quale ormai era tutto pronto. E' come se il pilota di un aereo piantasse tutti in asso durante il volo. Il film si è bloccato. La troupe ha cominciato a disperdersi. Tutto quello che avevo costruito fin lì è stato messo in discussione. Poi il controllo dei comandi è stato ripreso da un nuovo produttore...
    Ma il fatto di essere stati ad un passo dal perdere tutto ha aumentato la nostra voglia di fare. Quello che è successo è stato talmente drammatico, che ha spinto tutti a superarsi per salvare il film. Ogni inquadratura è diventata una questione di vita o di morte e la posta in gioco enorme. Le persone si comportano in modo eccezionale in tempo di crisi. Costruivamo letteralmente quello che ci serviva per le riprese del giorno: gli elementi scenici, i meccanismi, gli stunt. E' stata un'avventura estremamente intensa dove tutto restava in piedi sempre solo per un pelo. Una specie di miracolo permanente.
    Perché ha prodotto il film in Francia?
    In termini cinematografici, la famiglia a cui appartengo è francese... Forse perché ho studiato alla Fémis dove ho fatto degli incontri fondamentali. Olivier Assayas, per esempio, che era presidente della giuria l'anno in cui sono entrata e che, a varie riprese, è sempre stato presente, estremamente ben disposto ad aiutarmi. Lo stesso vale per David Chizallet, il mio capo operatore, che mi ha fatto da operatore per il film del diploma, «Une goutte d’eau». David ha davvero occhio, una sorta di impeto e di passione nel modo di accompagnare gli attori.
    Si muove attorno a loro come un gatto. Quando si gira un film c'è anche una grande energia, una sovraeccitazione.
    Eravamo in tre quest'anno a Cannes, e tutti meritatamente. Anche Alice Winocour ha frequentato la Fémis, ma non nel mio stesso periodo. Ci siamo incontrate nel 2011 alla Cinéfondation del Festival. Eravamo le uniche due donne e avevamo in comune il fatto di portare il progetto per un primo lungometraggio un po' mastodontico per essere un primo lungo. Lei, «Augustine», che ha poi realizzato, e io «Kings», che per il momento ho messo da parte. Stavo per gettare la spugna, quando Alice mi ha consigliato di cominciare con un film più piccolo, che non facesse paura a nessuno. Le ho fatto leggere un primo trattamento di «Mustang» e abbiamo cominciato a scrivere la sceneggiatura insieme. Mi ha accompagnata come la coach di un pugile.
    Per la musica si è rivolta a Warren Ellis, membro della band di Nick Cave and the BadSeeds...
    La musica di Warren Ellis ha una palese forza narrativa. Quando Warren suona il violino si ha la sensazione di ascoltare una voce che sta raccontando una storia. E i suoi arrangiamenti sono sconvolgenti. In questo incontro c'era qualcosa di ovvio da un punto di vista estetico, una coerenza tra le scenografie del film - la grande casa in legno, i paesaggi del Mar Nero...- e la scelta dei suoi strumenti. Ancor prima di incontrarlo, avevo appoggiato le sue musiche sulle immagini e questa combinazione naturale era già evidente. Il nostro primo incontro è stato molto intenso, ma lui non era disponibile. Ho dovuto stargli dietro, girargli attorno.
    Adoro l'accordo che c'è tra noi e la reciproca curiosità, perché sembra creare un punto di incontro tra le nostre due culture e tra due paesi così distanti come l'Australia e la Turchia.

    Grazie al fatto di essere stato selezionato alla QuinzainedesRéalisateurs, «Mustang» avrà una visibilità mondiale. Che reazioni spera di suscitare?
    E' stato un onore presentare il film a Cannes. Quando ho fatto leggere la sceneggiatura ad alcuni uomini in Turchia, ho assistito qualche volta a reazioni molto vivaci perché il mio sguardo femminile sulla loro società era per loro una novità. Immagino che sarà tanto esotico per loro quanto per le persone che vivono dall'altra parte del mondo. Sono molto curiosa di capire che reazioni ci saranno... Mi piacerebbe che il film fosse condiviso, che facesse riflettere, che aprisse degli spiragli in Turchia e altrove. L’importante per me è creare un sentimento di empatia verso queste ragazze. Che alla fine sia data a loro la parola, e che vengano ascoltate.
    Dove ha trovato le sue cinque protagoniste?
    Avevamo diffuso a tappeto un annuncio e visto centinaia di adolescenti nello spazio di 9 mesi. In Turchia, ma anche in Francia. Visto il tema del film, era importante che fossero loro a venire da noi. Ci sono state due sole eccezioni. Elitİşcan (Ece) era la sola che avesse avuto esperienze da attrice. Da bambina era stata protagonista di due lungometraggi di RehaErdem: «Times and Winds» (2006) e «My onlysunshine» (2009). E' stata una specie di musa, ho scritto pensando a lei e avevo paura che crescesse troppo in fretta per poter interpretare il suo personaggio.
    Ho invece notato TuğbaSunguroğlu (Selma) in aereo, durante un volo Istanbul-Parigi mentre stavo ancora lavorando alla sceneggiatura. Oltre al suo aspetto da “mustang”, ho avvertito in lei una incredibile forza di carattere... E' passata più volte davanti a me e ho finito coll'acchiapparla e parlare con la sua famiglia. Le ho fatto provini a più riprese. E' stato emozionante perché era molto giovane e non aveva mai recitato. Tanto che la prima volta ho pensato che le potesse venire un attacco di cuore per quanto era intimidita. Poi si è lasciata andare.
    GüneşŞensoy, Doga Doğuşlu e IlaydaAkdoğan si sono presentate spontaneamente ai provini. E si è trattato di tre colpi di fulmine, come raramente accade. Per essere così giovani hanno tutte delle vere qualità da attrici.
    Era importante riuscire a comporre un cast che funzionasse come gruppo, non cinque singole ragazze. C'era una matassa di rapporti da far vivere sullo schermo.
    Per esempio, nell'ambito di una coppia, una fa da spalla all'altra. Bisognava che il rapporto tra le sorelle risultasse organico, che le ragazze si somigliassero, potessero corrispondersi, completarsi, comprendersi...Ho provato diverse combinazioni e, una volta trovate le cinque, ha funzionato. Da subito le ragazze hanno cominciato a confabulare tra loro, a muoversi come un solo corpo. Ce n'era una (ogni volta una diversa) che trascinava il resto del gruppo in una direzione diversa, qualche volta verso la ribellione, qualche volta anche oltre.
    Sono mai state riluttanti ad interpretare alcune scene?
    No. Abbiamo fatto un passo alla volta, affrontando ogni dettaglio. La scena d'amore di Ece ha turbato più la troupe che l'attrice. Elit (Ece) era maggiorenne e aveva esperienza come attrice.
    Per i genitori di Güneş (Lale), invece, avevo preparato una lunga lista di tutto ciò che la figlia avrebbe dovuto fare o affrontare durante il film. La lista comprendeva punti quali: «sarà ripresa in costume da bagno, in reggiseno...» oppure «dovrà affrontare – per lo meno nella finzione – la morte di una persona cara»...
    Alcuni passaggi della sceneggiatura erano scritti in un linguaggio più crudo di quello che poi è stato realizzato. E c'era anche una sequenza in cui le ragazze dovevano tagliarsi tutti i capelli, cosa per loro molto difficile. Naturalmente abbiamo capito fin dove potevamo spingerci e ci siamo dati dei limiti. Ma credo che loro mi avrebbero accontentato in tutto. Erano molto fiduciose e avrebbero potuto spingersi davvero molto in là. Senza alcuna inibizione.
    Ma in relazione alle storie dei loro personaggi, non sarebbe servito a niente spingerci oltre.
    C'era per esempio la scena delle chewing-gum in cui ho proposto loro di strapparsi i loro famosi vestiti dai colori orrendi. All'inizio non erano convinte, ma i costumi erano talmente brutti che è stato impossibile per loro tenerli addosso e alla fine quello è stato un momento estremamente felice e liberatorio per tutte.
    E' proprio questo il tema del film: è lo sguardo su queste ragazze ad essere corrotto, non loro...
    Sì. Quando abbiamo letto insieme la sceneggiatura, ci siamo raccontate le nostre storie, e tutti i nostri segreti. Mi sono resa conto che avevamo vissuto praticamente le stesse cose ma che, contrariamente a me o alla mia generazione, loro sono molto più spensierate, libere e padrone di loro stesse. In relazione alla mentalità conservatrice che le circonda, alla situazione in Turchia, sono persone completamente affrancate.
    Sono anche super-connesse, sanno tutto di tutto... E' stupefacente.
    Passano il loro tempo a riprendersi, e hanno perciò un rapporto con la loro immagine e il loro corpo molto diverso dal nostro, completamente libero.
    C'era una scena che è stata tagliata nel montaggio finale in cui Lale metteva dei cuscini sotto una coperta per far credere a tutti che dormiva, mentre era scappata. Sul set si è lanciata sui cuscini, abbracciandoli e urlando «Oh, amore mio!» senza alcun pudore e con grande spontaneità.
    Hanno davvero una marcia in più rispetto a me e ai loro genitori...

    Informazioni contestuali
    I diritti delle donne turche sono a rischio? - Il 24 novembre 2014, il presidente turco RecepTayyipErdogan ha detto che la parità di genere è "contro la natura umana." Dal momento dell’ascesa al potere del suo partito, l'AKP, nel 2002, le cose sono davvero cambiate. Fino a quel momento, infatti, la Turchia era proiettata verso l’apertura alla modernità pur mantenendo le tradizioni; invece, negli ultimi anni, molte battaglie vinte e diritti acquisiti sono stati rimessi in discussione: come ad esempio l'aborto, l'abbigliamento per le donne e il consumo di alcol.Dal 2011, il "Ministero delle Donne" è stato rinominato "Ministero della Famiglia e degli Affari Sociali", la "pillola del giorno dopo" è somministrata solo su prescrizione, il che la rende di difficile reperimento nelle zone che non hanno vicino un centro medico. Nel 2014 200 sono state le donne assassinate dai loro mariti. La violenza domestica è la principale causa di divorzio. Questa situazione è preoccupante e al tempo stesso sorprendente se si pensa che la Turchia ha esteso il diritto di voto alle donne nel 1934, cosa che la Svizzera, ad esempio, ha fatto solo nel 1971!

    Un eccesso legato all’Islam o semplicemente al bigottismo di paese? - La domanda è legittima, perché lo stesso tipo di tragedia poteva verificarsi anche in altri paesi che praticano la loro religione in modo fondamentalista e troppo tradizionale. Vale la pena ricordare che la Turchia è, costituzionalmente, uno stato laico, ma non nel senso che è di solito inteso in Occidente. In effetti, non c'è separazione tra religione e Stato, ma piuttosto una tutela della religione da parte dello Stato; a ogni cittadino è garantita la libertà di culto. È per questo che se anche assistiamo in questi ultimi anni a una rinascita dell'Islam, non possiamo collegare le vicende narrate nel film direttamente e solo a questo fenomeno. A tal proposito, se si riflette sul fatto che Istanbul, la più grande città della Turchia, appare agli abitanti dei paesi come una terra di libertà, possiamo affermare che il rapporto città / campagna sia più marcato di quello tra musulmani e laici.

    Il titolo - "Mustang" è un cavallo selvaggio dalla lunga criniera. Le sue caratteristiche sono la resistenza, la grazia, la velocità e l'indipendenza. La scelta di questo titolo è chiaramente una metafora per la passione e la voglia di libertà che accomuna le cinque sorelle e che sarà motivo della loro punizione.

     

  • Spunti di Riflessione:

     

    di Olga Brucciani

    1. Approfondite lo studio della storia recente della Turchia e della sua situazione geopolitica.
    2. Analizzate il rapporto tra tradizione, modernità e conflitto generazionale che ne consegue.
    3. Confrontate gli stili di vita, tipici della città e quelli della campagna, gli usi e costumi, l’abbigliamento, il concetto di libertà che vedete nel film.
    4. Scoprite e confrontate la situazione dei diritti delle donne in paesi diversi, soprattutto in quelli dove esiste un problema della condizione femminile.
    5. Indagate le cause e le conseguenze dei matrimoni combinati. Il perché ancora oggi in molti paesi la verginità sia una condizione imprescindibile per la “scelta” della sposa.
    6. Scoprite i diversi approcci alla religione, anche all’interno della stessa società musulmano/cattolica etc. Stabilite somiglianze e differenze con altri culti religiosi.
    7. Interrogatevi se sia importante o meno che il cinema parli di drammi sociali di estrema attualità.
    8. Riflettete sul ruolo che tutti i media hanno nel divulgare notizie e sensibilizzare l’opinione pubblica.
    9. Parlate dell’importanza dell’istruzione nella società e delle conseguenze che l’abolizione di questo diritto potrebbe avere.
    10. Affrontate il problema del suicidio giovanile e non solo nella nostra società.
    11. Studiate quali articoli della Costituzione italiana fanno riferimento alla libertà religiosa ed elaborate una riflessione su come il nostro Stato si pone di fronte alla questione religiosa, facendo riferimento quindi alla Costituzione e alla normale quotidianità.
    12. Riflettete su quali siano i fattori che “salvano” alcune delle protagoniste e quali, invece, sono quelle che le condannano all’infelicità: es la scuola, la voglia di libertà, l’amore, la paura, la rassegnazione etc..
    13. Con quale delle cinque sorelle siete entrati in maggiore empatia e perché.
    14. Descrivete il rapporto che lega le cinque sorelle e quello che lega ai loro familiari.
    15. Analizzate le dinamiche familiari e sociali che vediamo sullo schermo:
    a) Quanto è importante il ruolo della famiglia nell’educazione? Rifletteteci elencando quelli che sono gli aiuti potenziali e, quindi, quelli che hanno un ruolo positivo e quelli che, invece, possono costituire freni o limitazioni;
    b) Quanto è importante il ruolo della scuola nell’educazione? Rifletteteci elencando quelli che sono gli aiuti potenziali e, quindi, quelli che hanno un ruolo positivo e quelli che, invece, possono costituire freni o limitazioni;
    c) Come vi comportereste se vi trovaste a vivere quella stessa condizione?
    d) Riflettete sulla condizione della donna in Italia. Credete che ci sia parità di genere nel nostro paese? Argomentate la vostra risposta.
    e) Il film è un inno alla vita e, in special modo alla voglia di vivere degli adolescenti. Cosa significa essere adolescenti oggi? Cosa vi piace della vostra età e cosa no?
    16. Il pubblico e la critica che hanno già visto il film, ne hanno apprezzato l’estetica, le interpretazioni delle attrici, la regia, la tematica così profonda. Voi da cosa siete stati maggiormente colpiti?

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