Vado a scuola: il grande giorno In evidenza

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:

     

    Dopo il successo di Vado a scuola, Pascal Plisson torna a raccontare i sogni e le speranze attraverso le storie dei quattro giovani protagonisti di VADO A SCUOLA: IL GRANDE GIORNO, provenienti dai più disparati angoli del mondo.Per mesi, addirittura per anni, i quattro protagonisti del film attendono questo giorno speciale che cambierà le loro vite per sempre. I nostri quattro eroi affronteranno la prova che determinerà non solo il loro destino ma anche quello delle loro famiglie. Dopo tanto impegno e perseveranza il loro sogno sta per avverarsi.

  • Genere: sociologico
  • Regia: Pascal Plisson
  • Distribuzione: Academy Two
  • Produzione: Marie Tauzia, Romain Le Grand, Muriel Sauzay
  • Data di uscita al cinema: 13 ottobre 2016
  • Durata: 88’
  • Sceneggiatura: Pascal Plisson e Olivier Dazat
  • Direttore della Fotografia: Simon Watel
  • Montaggio: Perrine Bekaert
  • Attori: Nikhi Jha, Albert Gonzalex Monteagudo, Delgermurun Batjargal, Tom SSekabira
  • Destinatari: Scuole di ogni Ordine e Grado
  • Approfondimenti:

     

    ORIGINE DEL PROGETTO

    “In un treno per San Pietroburgo, alla fine di alcune riprese, sono rimasto incuriosito da un ragazzo di 15 anni seduto vicino a me. Aveva un violino appoggiato sulle ginocchia e leggeva gli spartiti con aria molto concentrata. Timidamente, il ragazzo mi raccontò che veniva da un piccolo paese della Siberia ed era in viaggio per fare un’audizione in una delle scuole di musica più grandi delle città. Mi stupisco del fatto che viaggia da solo ma lui mi spiega che la sua famiglia ha risparmiato per mesi per permettergli di presentarsi al concorso ma non ha avuto la possibilità di accompagnarlo. Vorrebbe integrare la scuola come tirocinante e borsista, è l’orgoglio della sua famiglia. Sono rimasto molto toccato dalla storia di questo ragazzo e appena sono rientrato in Francia ho contattato la scuola e ho scoperto che il ragazzo aveva superato la prova di ammissione brillantemente. Non rivedrò mai più quel ragazzo ma quell’incontro ha fatto nascere in me il desiderio di raccontare altre storie di bambini eccezionali che con la passione e la determinazione affrontano il superamento di se stessi. 

    VADO A SCUOLA: IL GRANDE GIORNO racconta il percorso di quattro giovani, trascinati dalla passione e dalla voglia di farcela, i cui sforzi nel lungo percorso della vita, si cristallizzeranno in una giornata, che comunque andrà, segnerà la loro esistenza.

     

     

    INTERVISTA CON IL REGISTA PASCAL PLISSON

    Considera VADO A SCUOLA:IL GRANDE GIORNO come il proseguimento di Vado a scuola?

    L’idea di VADO A SCUOLA: IL GRANDE GIORNO mi è venuta prima di finire Vado a scuola. I miei progetti nascono spesso da incontri casuali. Sei anni fa, ho incrociato un bambino di 10 anni in un treno in Russia. Veniva da un piccolo villaggio della Siberia ed era seduto vicino a me. Mi ricordo che indossava un cappello chapka logoro e una tuta. Aveva un violino sulle ginocchia. Leggeva lo spartito. Gli ho chiesto “ma cosa ci fai qui da solo?”. In realtà i suoi genitori ed il suo villaggio avevano fatto una colletta per permettergli di fare un’audizione in una grande scuola di musica a San Pietroburgo. Ho trovato questa cosa incredibile. È riuscito a convincere la giuria e la sua vita si è trasformata. Ha ottenuto una borsa di studio e ha reso fiero la sua famiglia e il suo villaggio. Amo le storie di questi bambini così appassionati che lottano per realizzare i loro sogni. Bisognava arrivare fino in capo al mondo per trovare bambini che avessero qualcosa di particolare e singolare. Molti mi chiedevano se avessi intenzione di realizzare un film che potesse essere un ideale proseguimento di VADO A SCUOLA, questo lo è diventato inconsapevolmente

     

    Come ha scelto i paesi dove si svolgono le storie?

    Ho la fortuna di aver viaggiato molto per girare documentari televisivi, ho in testa immagini molto forti di alcuni paesi. Ho vissuto una quindicina di anni in Africa. Conosco gente un po’ dappertutto e questo mi ha molto aiutato nelle mie ricerche. Per IL GRANDE GIORNO, volevo fin dall’inizio, che raccontasse di discipline diverse. Ho scelto la boxe a Cuba con Albert, un esame di ammissione in una grande scuola di matematica in India con Nidhi, un racconto ambientato nel mondo del circo in Mongolia con Deegii e la determinazione di Tom per conseguire il diploma di ranger in Uganda. La boxe mi interessava e sapevo che in paesi come Cuba o Panama, c’erano tanti ragazzi con grandi potenzialità. Ne ho selezionato una ventina e li ho osservati boxare, ho conosciuto i loro genitori, prima di incontrare Albert durante un torneo in una provincia dell’entroterra. Mi ha impressionato, aveva proprio la faccia da pugile, mezzo angelo, mezzo demone, sono stato affascinato dal suo profilo. 

    Per quel che riguarda l’India, mi hanno parlato del concorso “Super30” che permette ogni anno a bambini svantaggiati come Nidhi, di entrare a far parte di una grande scuola. 

    La Mongolia, mi è venuta in mente perché è il paese del circo. Ma ho esitato prima di scegliere la scuola di contorsionisti perché è davvero un ambiente molto difficile. 

    Infine l’Uganda è un paese che si sta risollevando grazie ad una gioventù impegnata sul fronte della protezione degli animali. Come molti dei suoi concittadini, Tom ha questo desiderio incontenibile di lavorare in mezzo alla natura. 

     

    Come ha scelto i bambini?

    Credo sia una questione di cosa si sente. Mi è sempre piaciuto andare alla ricerca di personalità anche se ho poco tempo per soffermarmici. Vedo tanti bambini pur rimanendo poco in un paese, in media sei giorni di sopralluogo per destinazione. Ti accorgi subito di avere a che fare con una grande personalità. Sono ragazzi che per la maggior parte non hanno mai visto cineprese, che non sanno niente di come si fa un film. È un rischio, sicuramente, ma l’unico modo che ho di valutarli è parlare con loro.

     

    Come ha lavorato sulla sceneggiatura diVADO A SCUOLA: IL GRANDE GIORNO, che è a metà tra il documentario e il cinema? 

    È un documentario in cui riproduco la vita quotidiana dei bambini, ma in cui ci sono anche tantissimi momenti di vita unici e veri. Tutto parte da una sceneggiatura, essenziale per coinvolgere i produttori, ma è solo un punto di partenza, cambia inevitabilmente ogni giorno a seconda delle mie osservazioni e di ciò che raccontano Nidhi, Albert, Tom e Deegii. Li conosco così bene che finisco per essere parte del loro quotidiano. Abbiamo passato giornate intere insieme prima delle riprese. Li ho accompagnati a scuola, li ho osservati a lungo, le loro abitudini, i loro timori, i loro sogni… Ho incontrato i genitori, gli amici, la famiglia… ho chiacchierato a lungo con loro. Mi sono basato principalmente su questo e sull’osservazione della loro vita. 

    Sono stato più volte in ognuno dei paesi in cui è ambientato il film, abbiamo prodotto tante ore di girato, e abbiamo usato la cinepresa a contatto con i bambini. Ci ha permesso di cogliere momenti di verità, delle istantanee, che non erano né scritte né previste in principio. Questo ci è costato un lungo montaggio durato 22 settimane.

     

    La vera difficoltà del film era di adattarsi alle varie culture presenti?

    È un insegnamento che ho tratto da tutti i miei precedenti viaggi. Mi interesso alla gente, alle sue abitudini, alla sua storia e alla sua cultura. Non li riprendo se prima non ho stabilito con loro un sincero rapporto di fiducia, mi prendo tempo per conoscere le persone. Perché alcuni possono irrigidirsi, possono pensare che vengo a riprenderli per creare delle caricature, per immortalare la loro povertà e il loro modo di vivere. Ho stretto legami forti con quella gente e continuo ad essere in contatto con loro. Riparto tra poco per Cuba per andare a trovare Albert. Parlo al telefono con Tom molto spesso, una volta alla settimana, è un po’ come se fossero i miei figli. Cerco sponsor che possano aiutarli a proseguire il loro cammino. La giovane ragazza indiana del film ha avuto un mecenate che le ha pagato 4 anni di università, per esempio.

     

    Perché l’Europa non è mai presente nel film? 

    Forse perché ho passato la mia vita a viaggiare al di fuori dell’Europa…  Forse perché mi sono interessato alle sfide di vita che vanno al di là delle nostre. Quei bambini mi toccano profondamente e fanno vedere ai nostri bambini, a volte molto viziati, che è bello lottare per le proprie passioni. 

     

    In Vado a scuola cosi come in VADO A SCUOLA: IL GRANDE GIORNO, c’è una sacralizzazione della scuola e dell’educazione

    Sono stato un bambino che ha avuto molti problemi con l’istituzione scolastica. Ho smesso di andare a scuola a 15 anni per viaggiare. Ho fatto lavoretti in Inghilterra, negli Stati Uniti e quando sono arrivati i figli mi sono dedicato a loro. Prima, riprendevo animali nella savana. Vedere ragazzi come quelli delfilm, che fanno di tutto per studiare mentre io ho abbandonato la scuola presto, mi tocca. Lo considero anche un fallimento del sistema scolastico.  Sono convinto che ci sono talenti in città, in periferia… bisogna cercarli, aiutarli e far prendere loro coscienza delle loro potenzialità.  Mi piacerebbe girare un documentario sulla storia di 4 o 5 famiglie francesi di provenienza differente, sono sicuro che avrei delle belle sorprese.

     

    Qual è stato il suo grande giorno?

    Quando ho vinto il Cesar con il film Vado a scuola che ha cambiato la mia vita. Facevo parecchio fatica, il mio stile lasciava scettica molta gente. Molti mi chiedevano di cambiare il mio modo di filmare. Vincere il Cesar per il miglior documentario è stato un vero e proprio riconoscimento, che è andato dritto al cuore. Non c’è davvero età per avere il proprio grande giorno. 

     

    Perché ci racconta le storie di questi bambini?

    Mi insegnano l’umiltà, il rispetto… mi comunicano un messaggio forte sulla responsabilità, sulla capacità di mettersi in gioco. Mi commuovono, fanno dei grandi sforzi ma sorridono sempre. Credo semplicemente che è gente con cui sto bene. Sono autentici, fieri, profondamente veri.  Ho un grandissimo rispetto per loro. Non hanno quasi niente e danno tutto in cambio, senza mai lamentarsi, anche quando la vita è dura. Dovrebbero essere di esempio per tutti. 

     

    NIDHI JHA

    Scoprendo il Super 30, una grande scuola, si comprendela vera forza dell’educazione solidale in India. Concretamente, ogni anno, un uomo cambia radicalmente la vita di 30 bambini. La storia della famiglia di Nidhi è particolarmente interessante in un paese in cui l’accesso all’educazione delle ragazze rimane una grande sfida. Il padredi Nidhiè ancora più lodevole perchè incoraggia a studiare le figlie femmine quanto ipropri figli maschi.Attraverso questo percorso ci rendiamo conto di che rapporto hanno i giovani indiani con l’istruzione. Sono appassionati di studio e preparano i concorsi come degli atleti. Sono pronti ad immensi sacrifici per avere accesso ad una buona istruzione. Nidhi, 15 anni, vive a Benares, la capitale del Bihar, uno stato povero del nord est dell’India. Con i suoi genitori, le sue tre sorelle e suo fratello, si sono sistemati in un vecchio tempio dove coabitano con altre famiglie modeste, come la sua. Quel tempio è la versione indiana dell’alloggio sociale. Nel sistema delle caste che regge il quotidiano di ogni indù, Nidhi e i suoi sono dei Brahman. Per loro, tradizionalmente, i valori dell’intelligenza e della conoscenza sono essenziali.  Da piccolissima, i suoi genitori insistevano che doveva fare i compiti e che gli studi sarebbero stati la chiave della sua riuscita. Eppure, né il padre, né la madre, né i nonni hanno potuto pagarsi la scuola, chi dice letterato non dice ricco. La madre di Nidhi deve stare a casa per occuparsi dei bambini. Suo padre guida un tuktuk attraverso le strade di Patna e guadagna l’equivalente di 35 euro al mese. Quando non si ha abbastanza per dare da mangiare alla propria famiglia, gli studi superiori dei figli sono un lusso fuori dalla propria portata. La frustrazione dei genitori è tanto più grande quanto più sono grandi le potenzialità dei figli. Sono tutti curiosi, bravi e appassionati di matematica. Più di suo fratello e delle sue sorelle, Nidhi ha un vero dono per i numeri. Si immagina già al politecnico, che diventa ingegnere ed aiuta la sua famiglia. Nessuno dubita che ne abbia le capacità, le serve solo un aiuto per prepararsi. Senza denaro, l’unica soluzione possibile per lei sarebbe il Super30, un corso di preparazione gratuita dove si entra con un concorso. Fondata da due fratelli, Anand e Pranav Kumar, questa scuola si fa carico della formazione intensiva di 30 studenti. Alloggiati, nutriti, educati, gli alunni di ogni corso ne escono con chance di riuscite moltiplicate nei concorsi delle grandi scuole. La preselezione si opera su due criteri: essere portati per la matematica e venire da una famiglia povera di uno dei tre stati del nordest dell’India, il Bihar, l’UttarPradesh e il Jharkhand. Nidhi conosce il principio dell’istruzione solidale, dato che dà lezioni di matematica ai bambini del suo quartiere. Credendo fortemente a questo valore, lavora duro per far parte dei 30 studenti del prossimo corso, come se tutto il suo futuro dipendesse da questo. Una grande sfida da accettare con oltre 10.000 candidati che si presentano al concorso d’ingresso. 

     

    DEEGII BATJARGAL

    La determinazione di Deegii si legge nei suoi occhi. È una bambina che dimostra una sorprendente maturità per la sua età. Ostinata, coraggiosa, non si lamenta mai. La sua famiglia, molto unita, spera sopra ogni altra cosa, di vederle realizzare il suo grande sogno.

    Deegii, 11 anni, vive con i genitori e il fratello maggiore in una casetta della periferia di Ulan-Bator, la capitale della Mongolia. Ogni anno, sua nonna lascia la yurta sperduta, percorre 700 chilometri nelle steppe per venir a passare l’inverno in famiglia. Deegii è una bambina incredibilmente determinata. Il suo obiettivo: diventare una contorsionista professionista. Tutto è cominciato 5 anni prima con uno spettacolo in televisione: i corpi elastici degli artisti, la luce, i costumi, gli applausi… era tutto magico. I suoi occhi si illuminano sentendo il racconto di ciò che sembra una rivelazione. Da allora, la contorsione è la passione attorno alla quale si organizza il suo quotidiano. Gli orari della scuola in Mongolia sono condizionati dal clima e gli alunni vanno a scuola solo di pomeriggio. Ma Deegii si alza alle 5 ogni mattina, da sola, prende l’autobus da cui scende dopo 25 minuti difronte una palestra in cui ritrova i suoi compagni di ginnastica. Si attiene sempre a questa routine sia che piova, che faccia vento, o che nevichi, e non è facile in Mongolia dove la temperatura d’inverno arriva a -30 gradi. Niente può fermare Deegii nella sua folle voglia di spiegare le sue ali piegando il suo corpo all’estremo.Davanti a questa determinazione irrefrenabile, i suoi genitori assecondano il sogno della figlia. Non mancano occasione di andarla ad applaudire e sono davvero orgogliosi di lei. Ma le spese per imparare quell’arte singolare rappresentano un vero sacrificio. Il padre di Deegii ha un piccolo stipendio da tassista e sua madre ha chiarito fin dall’inizio che avrebbero sostenuto il suo allenamento, ma che sarebbe stato fuori discussione trascurare la scuola.  Ricorda spessoalla figlia che i contorsionisti iniziano molto presto la loro carriera ma la finiscono anche molto presto, 20 anni di attività in media per chi ha più talento. Deegii può quindi sperare di essere una professionista solo fino all’età di 20 o 25 anni. Bisogna che sia in grado di avere un mestiere vero nelle mani per il futuro.Nell’ambito intenso degli apprendista contorsionisti di Oulan Bator, Deegi non è l’unica a sognare spettacoli e tournée mondiali.Attorno a lei, la concorrenza è spietata e alcune ragazze sono più brave di lei. 

    A soli 11 anni, la ragazzina dimostra una forza di carattere unica. Deegii ha cominciato la sua formazione in un piccolo centro di allenamento prima di farsi notare dalla sua allenatrice, Aruna. Da allora, il suo scopo è stato quello di entrare nella prestigiosa scuola di circo di Singapore. Aruna è riuscita a farle avere un’audizione che potrebbe far partire la sua carriera. Deegii avrà 4 minuti per convincere una giuria molto esigente. 

     

    TOM SSEKABIRA

    La storia di Tom ci racconta di una preoccupazione ampiamente condivisa dai giovani africani e di cui si parla molto poco: la protezione del patrimonio naturale e degli animali. In Uganda, in Congo e in Ruanda, paesi in cui si trovano ancora le grandi scimmie, la nuova generazione è particolarmente attiva. È il caso di Tom che si sente responsabile e vuole proteggere questo straordinario patrimonio. Con un padre maestro di scuola, è rappresentativo di un paese africano che scommette sulla scuola, malgrado le incognite finanziarie. Tom, 19 anni, vive lontano dalla sua famiglia nel cuore del parco nazionale Queen Elizabeth in Uganda. È un tirocinante alla scuola Wildlife Authority in Uganda, dove studia per diventare ranger con altri giovani venuti da tutto il paese.  Due anni fa, Tom viveva ancora dai genitori con i suoi fratelli e le sue sorelle nella periferia di Kampala. Fin da piccolissimo, è sempre stato attratto dalla natura come una calamita. Appassionato di documentari sulla vita selvaggia in televisione, gli piacciono in particolar modo gli scimpanzé. Tom sognava gli animali e i grandi spazi. Poi, c’è stato quel viaggio scolastico quando era alle elementari. Tom visitò il Parco Nazionale Queen Elizabeth con la sua classe e scoprì una fauna incredibile e una flora lussureggiante protette da guardie forestali che le conoscono a memoria. I ranger hanno un dono per interpretare i segni delle vita selvaggia e sanno lavorare in interazione con la natura.  È quello che Tom desidera fare da grande. Tom è studioso, i suoi, suo padre in particolare, maestro di scuola, lo sostengono al massimo nei suoi studi. Grazie ad ottimi risultati scolastici, Tom vince una borsa di studio dallo stato dell’Uganda per pagarsi un corso a sua scelta. Sceglierà “management del turismo”, la sua borsa copre la maggior parte delle spese scolastiche e per il resto, la sorella maggiore Latifah lo aiuta. Grazie agli introiti del piccolo negozio che gestisce con il marito copre il resto delle spese. La solidarietà familiare si estende a tutti i suoi fratelli e le sue sorelle. Per Tom, il sostegno incondizionato della sua famiglia lo spinge ad essere il più bravo. Si sente in debito con loro e non vuole in alcun modo deluderli. Il suo grande giorno non c’entra niente con la ricchezza o la celebrità, ma con l’orgoglio di poter provvedere ai suoi bisogni, di non essere più a carico della sorella e dei genitori.Affronterà il periodo dell’esame come una finale olimpica. 

    Più assiduo che mai in classe, la testa tra i suoi appunti, ripassa la botanica, la biologia, la geologia. Tom non vuole perdere la sua chance. 

     

    ALBERT ENSASI GONZALEZ MONTEAGUDO

    La storia di Albert mette in luce due pilastri del regime cubano: l’educazione obbligatoria e la fede sportiva. A Cuba, i grandi atleti sono l’orgoglio del paese e la scuola gli assicura un futuro, qualunque cosa accade alla loro carriera sportiva.  Albert è un piccolo paradosso su due piedi, riservato nella vita ed esplosivo sul ring. Un misto di gentilezza e di forza che lo fanno essere molto apprezzato dagli amici del quartiere. Vive male la separazione dei suoi genitori e ha trovato nella boxe un modo di sfogare la sua rabbia. Suo padre infatti dice spesso che suo figlio ha dinamite nei pugni.Albert ha 11 anni e vive solo con la mamma divorziata in un quartiere popolare dell’Avana, a Cuba. Trascorre anche metà del tempo con suo padre, lì vicino. Il suo sogno: diventare il miglior puglie della sua generazione e rappresentare il suo paese ai giochi Olimpici. Suo padre era bravo sul ring da giovane ma una brutta ferita lo ha costretto a buttare la spugna.A quell’epoca, Albert era bambino e suo padre lo portava nel passeggino a vedere le partite. Molto presto, ha notato le potenzialità del figlio che si divertiva ad imitare i colpi dei grandi. La cosa più importante è che Albert vada bene a scuola, ma è contento della passione che Albert nutre per la boxe. Iraida, la madre di Albert, ha trovato la soluzione perché il suo pugile in erba dimostri altrettanto fervore in classe che sul ring. Se la pagella non è buona, Albert non può allenarsi. Una strategia che ha permesso ad Albert di recuperare il ritardo e che gli fa passare la voglia di marinare la scuola.Albert va tre, quattro volte a settimana al club di boxe. Quando i suoi risultati a scuola sono insufficienti e sua madre glielo impedisce, vede il suo amico Roberto per un allenamento clandestino sul tetto del suo palazzo. Roberto viene da una famiglia numerosa e vive con la madre, il patrigno, le sue sorelle e suo fratello. Molto vicino alla sorella maggiore che lo guida e lo sostiene fin da piccolo, gli piace più di ogni altra cosa divertirsi. Ha piccoli problemi di disciplina che gli sono costati una espulsione da scuola e dal club di boxe. Forse per questo gli sta così tanto a cuore l’allenamento del suo amico Albert? Roberto sente che partecipa alla riuscita di un futuro campione. La prima tappa per realizzare i suoi sogni olimpici, è entrare a far parte dell’Accademia di sport e studio dell’Avana dove Albert potrà seguire un corso di studi regolare e corsi di boxe di livello professionale. A Cuba, la scuola rimane una priorità ed è impossibile lanciarsi al 100% nello sport a scapito della scuola. 

    Ma per entrarci serve una disciplina di ferro, un’eccellente forma fisica, serve padroneggiare la tecnica e vincere gli incontri. Se le cose non andassero come previsto con la boxe, ha immaginato anche un'altra piano per il suo futuro, ha già scelto il mestiere che vorrebbe esercitare: il veterinario.  Per ora, Albert deve rinunciare a suoi passatempi e concentrarsi per avere tutte le possibilità di superare la prova che gli permetterà di essere ammesso in quella scuola.  È la sfida della sua vita.  

     

     

    PASCAL PLISSON IL REGISTA

    Pascal Plisson è un cineasta viaggiatore che percorre il mondo da tanti anni, riprendendo con un misto sapiente di distanza e di intimità la realtà dei popoli che incontra. Realtà quotidiana ma anche sociologica, illustrata ogni volta dal destino dei personaggi a cui si affeziona. Ma è anche un innamorato dei grandi paesaggi affascinanti del nostro pianeta, di cui ha saputo meglio di chiunque restituire la bellezza, specialmente nella serie “Visto dal cielo”, con Yann Arthus- Bertrand. Dopo MASAI, I GUERRIERI DELLA PIOGGIA, uscito in sala nel 2003 e dopo aver lavorato a SAFARI come autore con Olivier Baroux e KadMerad, Pascal Plisson ha avuto molto successo al cinema in Francia e all’estero con Vado a scuola, film documentario che racconta le difficoltà e il coraggio di bambini di 4 paesi diversi sul cammino della scuola.  Vuole proseguire la sua esplorazione cinematografica dell’infanzia e della sua educazione sotto varie forme attraverso il mondo. Questa valorizzazione dell’azione educativa è rappresentata a tal punto nei suoi film che l’Unesco ha patrocinato questo e il precedente film. Pascal Plisson è ambasciatore per l’associazione Aide et Action.

     

     

    Accesso all’istruzione

    I protagonisti del film hanno avuto accesso all’istruzione, alla formazione e alle infrastrutture per realizzare i loro sogni. Sono molto fortunati perché oggi nel mondo:

    • 61 milioni di bambini non hanno accesso all’istruzione

    • 71 milioni di adolescenti non frequentano la scuola secondaria

    • 621 milioni di giovani in tutto il mondo sono senza occupazione (non vanno né a scuola, né alla ricerca di un posto di lavoro)

    • Milioni di bambini vivono per strada o sono costretti a lavorare. Vengono discriminati a causa del loro status sociale, di genere o a causa di un handicap, o perché fanno parte di una minoranza linguistica o etnica. Tra i giovani senza lavoro, senza competenze o formazione la maggior parte sono ragazze.

    E’ fondamentale per la lotta contro l’emarginazione, incrementare le infrastrutture educative, sportive e culturali, in luoghi remoti.

    Questo è uno degli obiettivi chiave dello sviluppo sostenibile fissati dalle Nazioni Unite per i prossimi 15 anni ed è specificamente mirato nei confronti delle popolazioni più fragili ed emarginate.

    Fonti: UNIFEM, UNESCO, Banca Mondiale

     

  • Spunti di Riflessione:

     

    di Academy Two

     

    1) Quali sono gli aspetti che vi hanno colpito di più del film?

     

    2) Vi siete identificati in alcuna di queste storie?

     

    3) Qual è il ruolo delle famiglie nel raggiungimento degli obiettivi dei propri figli?

     

    4) Nel film la nonna di Deegii sottolinea l’importanza di poter scegliere liberamente il proprio futuro. Quanto conta per voi questo aspetto?

     

    5) Il padre di Albert è un ex pugile e vede nel proprio figlio una seconda possibilità di successo. Quali potrebbero essere le conseguenze di questo atteggiamento?

     

    6) Quali pensate siano i progetti che i vostri genitori hanno sul vostro futuro?

     

    7) Nel film i nostri protagonisti si impegnano duramente per ottenere i propri obiettivi. Questo comporta enormi sacrifici: studiare fino a tarda notte, vivere lontano dalla propria famiglia, niente televisione e pochi svaghi. Pensate che sareste in grado di sostenere una simile sfida?

     

    8)  Cosa significa per te avere successo?

     

    9) Oggi è sempre più diffuso il concetto che la realizzazione personale non comporti fatica e sacrifici. Inoltre il successo si misura sempre più spesso solo attraverso il denaro. E’ giusto secondo voi?

     

    10) Riuscire nella vita vuol dire soprattutto conoscere sé stessi e il mondo che ci circonda, capire i bisogni delle persone che amiamo, impegnarci in prima persona a rendere migliore.

     

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