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Si può fare

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:


    Siamo a Milano nei frizzanti anni Ottanta. Nello (Claudio Bisio) è un sindacalista, ha forti valori etici, ma è appassionato di modernità, terziario, mercato: troppo avanti per quegli anni, viene allontanato dal sindacato e mandato in una cooperativa di ex malati mentali appena dimessi dai manicomi per la legge Basaglia. Nello si ritrova così in una cooperativa di “picchiatelli” che non sanno fare nulla e vivono di lavori assistenziali. Tuttavia lui crede nella dignità del lavoro e, contro il parere degli psichiatri, cerca di spingerli ad imparare un mestiere: montare parquet. In questo è sostenuto anche da Sara (Anita Caprioli), con la quale ha da tempo una relazione sentimentale intensa, ma turbolenta. In principio il tentativo sembra fallire, la “sporca dozzina” combina un pasticcio dopo l’altro, e, in verità, nessuno vuole dei matti per casa a rifargli il pavimento. Ma un imprevisto su un cantiere rivela a Nello una possibilità inattesa: i due schizofrenici, Gigio (Andrea Bosca) e Luca (Giovanni Calcagno) hanno un gusto ossessivo nel comporre pezzi irregolari. Nasce così l’idea del “parquet a mosaico”, fatto con gli scarti, un’idea di successo. I matti diventano “specialisti” ricercati, la cooperativa funziona e Nello, con l’aiuto del dottor Furlan (Giuseppe Battiston), si convince a fare un passo in più: ridurre ai malati gli psicofarmaci che li intontiscono. Lo psichiatra Del Vecchio (Giorgio Colangeli), però, rifiuta, per lui la malattia mentale guarisce solo con la morte e i sedativi sono necessari. La sua posizione, però, si rivela perdente e viene allontanato. I “nostri” risorgono, sono felici e scoprono desideri “rivoluzionari”: una casa, un amore, il sesso. Si lanciano nell’avventura della normalità con un’ingenua ebbrezza che intenerisce. Ma non tutti sono pronti per il confronto con la realtà. Nello capisce di avere osato troppo e, oppresso dai sensi di colpa per le conseguenze delle sue scelte, si ritira. In cooperativa torna Del Vecchio, che riporta tutto alle origini: psicofarmaci e lavori inutili. Ma la “sporca dozzina” si ribella e, con un impeto inaspettato, torna da Nello per tentare di ribaltare ancora una volta la situazione…

  • Genere: Drammatico
  • Regia: Giulio Manfredonia
  • Titolo Originale: Si può fare
  • Distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia
  • Produzione: Rizzoli Film s.r.l.
  • Data di uscita al cinema: 2008
  • Durata: 111 minuti
  • Sceneggiatura: Fabio Bonifacci, Giulio Manfredonia
  • Direttore della Fotografia: Roberto Forza
  • Montaggio: Cecilia Zanuso
  • Scenografia: Marco Belluzzi
  • Costumi: Maurizio Millenotti
  • Attori: Claudio Bisio, Anita Caprioli, Andrea Bosca, Giovanni Calcagno, Michele De Virgilio, Carlo Giuseppe Gabardini, Andrea Gattinoni, Natascia Macchniz, Rosa Pianeta, Daniela Piperno, Franco Pistoni, Pietro Ragusa, Giuseppe Battiston
  • Destinatari: Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:

    Note di regia:
    E’ il racconto di una favola vera, di un’utopia realizzata e dunque entrambi gli elementi dovevano essere presenti nel film. Da una parte lo slancio del sogno possibile, il passo un po’ eroico di una battaglia che “si può fare”, dall’altra - essendo la vicenda ispirata a tante storie realmente accadute - la necessità di una regola: tutto deve sembrare vero.
    Il soggetto di Bonifacci conteneva già tutti gli elementi della favola, le cadute, i successi insperati, i colpi di scena, i drammi, l’epilogo e aveva già pienamente il senso “epico” e, se vogliamo, morale del film. Prima di scrivere la sceneggiatura abbiamo visitato la cooperativa Noncello di Pordenone e a lungo frequentato un centro di igiene mentale vicino Milano. I quasi due anni di incontri coi veri pazienti sono stati, oltre che un’esperienza umana bellissima, la fonte del lavoro di scrittura prima e di regia poi. Calare nella nostra storia dei personaggi credibili e “autonomi” dal racconto era la grande sfida. Grazie a un anno di preparazione con gli attori e le tante prove fatte, a me sembra di aver raggiunto l’obiettivo. E spero che questa “sensibilità” possa adesso arrivare al pubblico.

    Giulio Manfredonia


    Intervista a Giulio Manfredonia

    Nello (Claudio Bisio) è un uomo inquieto, a volte iroso ed altre ingenuo e generoso, frustrato negli ideali e incerto sulla vita professionale come su quella sentimentale. Siamo a Milano nei primi anni Ottanta, da poco tempo è stata approvata la 180, nota come legge Basaglia dal nome del combattivo psichiatra. Che consapevolezza ha Nello di come stia cambiando il mondo intorno a lui?
    “Nello viene dal mondo del lavoro, e nel suo campo è un uomo molto “avanti”. E per questo paga lo scotto dell’epoca in cui vive, di una sinistra troppo arroccata sul mito del posto fisso, poco creativa, troppo antagonista e poco agonista. E’ troppo moderno, almeno sul lavoro. In casa è diverso. Anche qui è vittima dei tempi, del cambiamento del ruolo della donna che non sa gestire, nonostante ci provi. In qualche maniera arriva a dirigere la cooperativa anche lui da emarginato. E forse è per questo che ci mette tanto impegno, perché anche lui ha bisogno di un riscatto.
    Il fatto che sia un sindacalista e non uno psichiatra non è casuale. Nello non sa niente di psichiatria quando conosce i suoi “nuovi soci”, li guarda da profano e, in definitiva, li tratta alla pari, come persone. Ne avverte il disagio, ma non è certamente questo il centro del suo relazionarsi con loro, riesce a vedere anche “il resto”, senza pregiudizi e, anzi, con una forte motivazione nel trovare in loro delle qualità, delle capacità. E in questo Nello rivela una straordinaria, istintiva dote di “talent scout” e di motivatore. Tutto ciò è chiaramente molto terapeutico, molto “basagliano”, ma Nello non lo sa, né, tutto sommato, gliene importa un granché”.

    Colpisce molto, fino alla commozione, la straordinaria compagine di "picchiatelli". Che lavoro di casting avete fatto per il reclutamento di interpreti così efficaci ed aderenti a le physique du rôle?
    “Volevamo un gruppo di sconosciuti al grande pubblico. Era essenziale che lo spettatore entrasse in un mondo misterioso e nuovo senza indizi di finzione, che potesse credere che gli attori fossero davvero dei pazzi. Per questo con Mirta Guarnaschelli abbiamo rovistato nei teatri, nelle scuole e tra le pieghe dei film. Un lavoro lungo e complesso, ma bellissimo.
    Per un anno abbiamo fatto incontri, perché era impensabile sottoporre qualcuno ad un provino così a freddo, senza un po’ di preparazione. Poi abbiamo selezionato una quarantina di interpreti che ci sembravano giusti e che fossero disposti a un percorso di avvicinamento al provino. Li abbiamo fatti incontrare coi veri pazienti, hanno letto libri, visitato i manicomi dismessi e i loro musei, hanno visto film e documentari sul tema. Poi abbiamo fatto dei provini “sui generis”, più che altro di improvvisazione, alla ricerca del personaggio, a prescindere dalla vicenda. Da questi provini è uscito il gruppo. E’ stato un po’ un azzardo fare la selezione, perché, ovviamente, i provini erano qualcosa di molto diverso dai personaggi del film, bisognava guardare più alle potenzialità di crescita che al risultato raggiunto. Molti hanno fatto un primo provino non proprio soddisfacente, ma con un potenziale, con un’emozione dentro, un sapore di verità. Una volta selezionato il gruppo (che era ancora incompleto, altri si sono aggiunti in corsa), abbiamo provato per alcune settimane tutti assieme. In questo mi ha aiutato molto mia moglie, Maria Rosaria Russo, attrice e, a sua volta, interprete del film. Mi ha insegnato ad amare gli attori e a pensare con la loro testa. All’inizio le prove erano delle pure improvvisazioni, il testo è arrivato molto dopo. Passavamo le giornate con un solo tema da affrontare e senza nessun’altra traccia. Probabilmente si saranno annoiati anche un bel po’, almeno all’inizio… Rosaria prendeva appunti e la sera selezionavamo insieme le cose buone che erano emerse: queste sono state le “boe”, i primi punti fermi su cui ha ruotato poi tutto il lavoro successivo. In questo senso tutti hanno mostrato una straordinaria disponibilità, senza la quale non sarebbe stato possibile arrivare ad ottenere la completa padronanza del loro personaggio”.

    Le commedie dei tuoi film, fin dal primo e originalissimo “Se fossi in te”, si alimentano di imprevisti, ribaltamenti temporali, scambi di ruoli e identità. Ci verrebbe da definirle, se ci passi il termine, “aggraziate commedie di scambisti”. Anche “Si può fare” contiene al suo interno alcuni di quei tratti tipici del tuo fare cinema? Quali passaggi in particolare?

    “In realtà, credo che ci sia una grande novità rispetto ai miei precedenti film: questo è ispirato a vicende realmente accadute. La “trasformazione” più evidente che si racconta nel film, quella di un gruppo di ex internati manicomiali in persone autonome e libere, non è, per così dire, un’invenzione narrativa, un artifizio, ma la sintesi di tante storie di persone vere che ho incontrato, conosciuto, o anche solo di cui ho sentito raccontare. E’ anche, più in generale, la storia di una “rivoluzione” che ha cambiato radicalmente non solo il trattamento sanitario dei “matti”, ma la stessa idea di follia e il modo in cui la malattia mentale viene concepita socialmente e, direi, culturalmente. Spero di essere riuscito almeno in parte a rendere la forza di questo epocale cambiamento. Naturalmente poi, per tornare alla domanda, si possono rintracciare anche in Si può fare temi e sapori presenti nelle mie precedenti commedie, e sicuramente il “gioco di ruoli” delle identità reali e percepite, e sempre in movimento, è anche qui presente. “Da vicino nessuno è normale”, dice un vecchio adagio basagliano. Ecco, mi interessava affrontare il tema della normalità, vera, presunta, millantata, così rassicurante, ma anche così grigia rispetto ai colori della vita. I protagonisti della nostra storia sono al contempo completamente fuori dal normale, eppure così simili a tutti noi, tanto che ad un certo punto ci si identifica completamente con loro. Questo era lo scambio di identità che più mi interessava scandagliare, quello tra i miei matti e lo spettatore. Sperando che accada”.
  • Spunti di Riflessione:


    1. Nei primi anni ’80, in virtù della cosiddetta legge Basaglia, si aprirono le porte dei manicomi. La legge prese il nome dallo psichiatra Franco Basaglia, che riteneva ingiusto e immorale detenere rinchiusi, fino alla loro morte e senza cure adatte, se non pesantemente sedati, i malati mentali nei manicomi. La legge era, usando le parole di Antonio nel “Giulio Cesare” di Shakespeare, “cosa buona e giusta”. Ma quanto ritenete corretto che, all’entrata in vigore della disposizione, non fossero stati preparati quantitativamente e qualitativamente adeguati piani sociali di accoglienza?
    2.  Perché Nello, sindacalista impegnato che vive in nome dei suoi ideali, viene mandato via dal sindacato con il compito di andare a dirigere una cooperativa di ex malati mentali?
    3. Quale fatto colpisce Nello, nel momento in cui viene a contatto con gli uomini e le donne della cooperativa appena dimessi dai manicomi?
    4. Come si conclude il primo incontro tra Nello e gli “ospiti” della “casa”?
    5. A quali punti di vista diversi si deve l’incontro-scontro tra Nello e il dottor Del Vecchio, psichiatra, che ha in cura gli ex malati mentali che Nello dovrebbe dirigere?
    6. Quando e come viene a Nello l’idea di aiutare sul serio i suoi ospiti che vivono “parcheggiati” in quella casa? Sono o non sono una “cooperativa”? E allora?
    7. Nello, attraverso uno strano incontro con gli altri membri della “casa”, giunge alla conclusione che si potrebbero costruire parquets. Come? E qual è l’atteggiamento degli altri?
    8. Come Nello scopre che due di loro, Luca e Gigio, affetti da turbe schizofreniche, potrebbero trasformare un anonimo parquet in qualcosa di artistico.
    9. Quando entra in scena il dottor Furlan? E come e perché si scontra con il dottore Del Vecchio
    10. Gli ex malati mentali, ormai parte integrante e operante della cooperativa, cominciano a guadagnare e desiderare altre possibilità di vita. Come vengono loro incontro Nello e Furlan?
    11. La diminuzione dei sedativi decisa da Furlan, che i membri della cooperativa assumevano secondo le disposizioni di Del Vecchio, fa sì che i “nostri” comincino a realizzare alcuni dei loro sogni, ma uno di loro, Gigio, sogna troppo… E allora? Quali fatti accadono? Secondo voi, come li si sarebbero potuti impedire
    12. Perché Nello viene inquisito e costretto ad abbandonare la cooperativa
    13. Quanto conta nella vita di Nello la presenza di Sara, la sua ragazza
    14. La sorte di Nello al momento del processo dipende da una relazione di Del Vecchio che potrebbe allontanarlo definitivamente dalla cooperativa e farlo condannare, ma… cosa accade?
    15. Quando e perché Nello recede dalla sua decisione di abbandonare, comunque, anche se non più inquisito, gli “amici” della cooperativa?
    16. I personaggi principali del film. a) Nello, in continua lotta tra la sua vita e gli ideali ai quali non vuole (o non sa) rinunciare. Secondo voi, è giusta questa sua scelta? b) Sara, una donna che ama e quindi una donna che spesso sa accettare. Quanto ritenete sia difficile questo comportamento? c) Del Vecchio, l’anziano medico per cui un matto è sempre un malato mentale senza speranza: Quando anche egli inizia a “sperare di essersi sbagliato”? d) Furlan, il giovane psichiatra, è imbevuto delle idee e degli ideali del professor Basaglia al punto da non rendersi conto del baratro che gli si apre davanti: Quando se ne accorge e perché scompare dalle pagine filmiche? e) Gigio, il giovane artista schizofrenico che si perde nei suoi sogni. Come? f) Luca, l’altro artista, un assassino per vendetta, uno schizofrenico violento, che, in effetti, parafrasando Young, è il più “normotico” di tutti. In quali scene ve ne siete resi maggiormente conto? g) Nicky, ossessivamente malato di ordine e di organizzazione. Quanto la figura paterna ha contribuito alla sua malattia?
    17.  In una scena del film compare la madre di Gigio, che, dopo un eccesso del figliolo, vuole riportarlo a casa. Gigio, rispondendole no, ha una reazione violenta. Secondo voi, quanto ha contribuito questa madre dagli occhi freddi e che appare così dimessa e tranquilla alla malattia del figlio?

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