Vedete, sono uno di voi In evidenza

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:

     

     

    È la storia personale di un protagonista di questo nostro tempo. Accompagnati dalle sue parole, intessute da memorie visive, gli autori ripercorrono accadimenti e atti dell'uomo Carlo Maria Martini per conoscere come questo importante rappresentante della Chiesa cattolica abbia speso i giorni della sua vita rigorosamente fedele alla sua vocazione e ai suoi ideali. Primo fra tutti, la Giustizia. Dunque, l'Uomo consapevole che senza giustizia non c'è libertà. E di conseguenza, una Chiesa non più di dogmi bensì di fede, il cui fondamentale 'comandamento' è un percorso libero e condiviso quale incessante testimonianza nel riconoscere e difendere il diritto alla dignità di ciascun uomo.

    Attraversando eventi drammatici (terrorismo degli anni di piombo, Tangentopoli, conflitti, corruzione,  crisi del lavoro, solitudini) Martini ha dato senso a smarrimenti e inquietudini della gente, che in lui ha visto l'autenticità della sua testimonianza e lo ha riconosciuto come punto di riferimento per credenti e non credenti. Uno spirito profetico, che sapeva farsi interrogare dalla realtà storica, interpretandola alla luce del Vangelo. Un profeta di speranza, anticipatore di papa Francesco

     

    L'adesione rispettosa nel riportare i testi scritti, non lo è altrettanto nel montaggio sequenziale in quanto si è preferita una più utile ricomposizione secondo una drammaturgia suggerita - a volte addirittura imposta - dalla logica delle emotività, che è la via più vicina ai tanti e esclusivi significati delle nostre comuni esistenze.  

     

  • Genere: documentaristico
  • Regia: Ermanno Olmi
  • Titolo Originale: Vedete, sono uno di voi
  • Distribuzione: Istituto Luce Cinecittà
  • Produzione: Istituto Luce Cinecittà e Rai Cinema
  • Durata: 76’
  • Sceneggiatura: Marco Garzonio, Ermanno Olmi
  • Direttore della Fotografia: Fabio Olmi
  • Montaggio: Paolo Cottignola
  • Destinatari: Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:

     

    Archivi audiovisivi

     

    Archivio Storico Luce, Rai Com, RSI Radiotelevisione Svizzera Di Lingua Italiana,

    Centro Televisivo Vaticano, Telenova – Multimedia San Paolo, ZDF

     

    Archivi fotografici

     

    Archivio Della Pontificia Università Gregoriana, Archivio Storico 

    Diocesano di Milano, Contrasto, Olycom, Archivio Fotografico Famiglia Martini, 

    Rai Com

     

    Musiche

     

    Giuseppe Verdi

    Messa da Requiem

    Katia Ricciarelli, Shirley Verrett, Placido Domingo, Nicolai Ghiaurov

    Coro e Orchestra del Teatro alla Scala

    direttore Claudio Abbado

     

    Fabio Vacchi 

    Apocrifo

    Presto, da boschi e prati

    Tempo d’arco

    Dai calanchi di Sabbiuno per 5 esecutori

    Love’s Geometries

    Ottetto

    Respiri per violoncello solo

    Esecutore Vittori Ceccanti 

     

    Taghebuch der Empörung

    Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

    Direttore Beat Furrer

     

    Sacer Sanctus

    presso l’Aula Magna del Collegio Ghisleri di Pavia – 6 marzo 2006

    Direttore Giulio Prandi

     

    brani inediti di Fabio Vacchi per la colonna sonora di CentoChiodi

    di Ermanno Olmi

    Crediti non contrattuali

     

    Paolo Fresu

    Il pianeta che ci ospita

    dalla colonna sonora di Il pianeta che ci ospita

    di Ermanno Olmi

     

    Moods

    dalla colonna sonora di Ilaria Alpi - Il più crudele dei giorni

    di Ferdinando Vicentini Orgnani

     

    consulenza musicale

    Pietro Paluello

    per Heristal Entertainment

     

    immagini tratte dai film e documentari di Ermanno Olmi:

    E venne un uomo (1965)

    La circostanza (1974)

    Cammina cammina (1982)

    Milano 83 (1983)

    Genesi: la creazione e il diluvio (1994) 

    Terra Madre (2009)

    Rupi del vino (2009)

    Il pianeta che ci ospita (2015)

     

    e tratte da:

     

    Il gesto delle mani (2015)

    di Francesco Clerici

     

    Carcere San Vittore - Giornata FAI di Primavera (2012)

     

    riferimenti bibliografici:

    Marco Garzonio

    Il Profeta, Milano, Mondadori, 2012

    Siamo il sogno e l'incubo di Dio, Milano, Àncora, 2015

     

    Una nota e un testo poetico di Marco Garzonio

    IL MIO MARTINI, CON OLMI

    Ho accolto con gioiosa sorpresa l'invito a dare il mio contributo al film su Martini con l'amato poeta e amico Ermanno Olmi. Una sincronicità: in quei mesi stavo ultimando un testo sul Cardinale che Felice Cappa avrebbe messo in scena al Festival dei Due Mondi, a Spoleto, nel luglio 2013 e in autunno al Piccolo Teatro: Il vescovo, la polis, i tempi. Dialogo del cardinal Martini e la sua Anima. Dal titolo balza l'esigenza dell'interiorità, del colloquio con se stessi, dei silenzi da ascoltare, delle parole da soppesare, delle immagini da contemplare che avvertivo in Martini. Negli stessi momenti avevo sentito urgere di nuovo il bisogno di "far poesia". In quel contesto ha preso forma "Morte di un uomo", l'orante testimonianza dell'immenso dono che ho avuto: essere al capezzale di Martini morente. Che è poi l'icona da cui il film parte e da cui si dipana.

    Sono convinto che Martini sia stato uomo della stessa pasta di alcuni grandi Padri della Chiesa e di mistici e mistiche che hanno assicurato alla Cristianità la presenza continua del fuoco dello Spirito, spesso sotto forma di braci, direbbe Martini. Penso ad Agostino, Gregorio Magno, San Giovanni della Croce, Santa Teresa d'Avila, Santa Teresina. 

    Nel lavoro con Ermanno ho cercato di testimoniare quanto io ho potuto cogliere del viaggio interiore percorso da Martini in tutta la vita con coerenza e naturalezza. Dalla lunga frequentazione del Cardinale (l'ho seguito per il Corriere della Sera dagli inizi dell'Episcopato) ho imparato che quanto più scendi in te stesso e onestamente cerchi Dio, tanto più ti avvicini all'uomo; e quanto più investi nell'umanità dell'uomo e della donna tanto più riesci a intravedere scintille di eterno, di infinito, di assoluto in gesti, voci, sentimenti umani. La separatezza tra i due universi è figlia degli sforzi che facciamo noi per razionalizzare ogni cosa, credendo di riuscire così a tenere tutto sotto controllo, placare le insicurezze, trarre vantaggio dalle proiezioni che gettiamo sugli altri, cercando di alleggerire le nostre responsabilità. 

    La vicinanza e l'amicizia con Ermanno, le lunghe chiacchierate, le riprese, Asiago sono la riprova che il ritrovarsi tra amici in sincera ricerca dà testimonianza viva dell'inscindibile rapporto tra cielo e terra, del mutuo, continuo, generativo scambio che da quell'incontro si promana.

    Nei tanti anni di lavoro su Martini m'ha guidato un'antica preghiera da lui riportata  d'attualità: «Dona Signore al tuo popolo pastori che inquietino la falsa pace della coscienze». I semi d'un'orazione di tanto abbandono a Dio e insieme così intimamente laica ho cercato di renderli materia viva del mio contributo al film. Nel recuperare scritti, filmati, nello scrivere pagine su pagine che il genio di Ermanno ha poi reso fluire poetico mi sono ispirato a un vissuto che sentivo caldamente accomunare me, Olmi, Martini, questo: l'inquietudine, il dubbio, il lavorio della coscienza, il rimboccarsi le maniche e il ripartire se una tappa intermedia non convince appieno, il farsi carico del soggetto sono virtù civili e buone pratiche religiose, si muovono all'unisono, in un equilibrio da ritrovare di continuo, nell'uomo e per l'uomo.

    Marco Garzonio

    Il 31 agosto 2012 all’Alosianum di Gallarate moriva Carlo Maria Martini. Dalla stanza al 3° piano della residenza dei Gesuiti prende avvio il film di Ermanno Olmi vedete, sono uno di voi. Marco Garzonio era al capezzale di Martini. La poesia che riproduciamo evoca ambiente, attimi, emozioni, gesti, uomini e donne di quel passaggio e prospetta l’eredità che l’Arcivescovo ha lasciato a Milano, alla Chiesa, al Paese, al mondo.

    La poesia è tratta dal volume di Marco Garzonio Siamo il sogno e l’incubo di Dio. Versi, cronache, passioni da Martini a Bergoglio (Àncora, 2015).

     

    MORTE DI UN UOMO

    AL CAPEZZALE DEL CARDINALE CARLO MARIA MARTINI

    Aspettiamo l’attimo che deve venire, che verrà,                

    è questione di tempo

    nella penombra della stanzetta al terzo piano.

    Respiri a fatica, rantoli. Un prete

    camiciola azzurra, maniche corte,

    ti sta di fronte, ai piedi del letto,

    cantilena pagine di Vangelo.

    Fisso

    le pareti spoglie, utero bianco

    che ti sta per generare al cielo

    nelle contrazioni degli ultimi spasmi.

    La dottoressa ti prende la mano,

    guarda la f lebo, cerca il polso abbandonato.

     

    In punta di piedi

    c’è chi lascia la stanza. Si apparta.

    Regge a fatica.

    Odo bisbigli

    che spronano al coraggio,

    all’audacia da te sempre evocata.

    Vorrei assecondare i ricordi

    che premono,

    ma la mente rifugge: «Stai qui», ripete severa.

    «Stai qui: è l’ora. Stai qui: è il momento!».

    Prego.

    Il mio sguardo vaga

    ma su di te ritorna. Seguo il filo del naso sottile,

    degli occhi chiusi, delle guance tirate,

    mi scuote il sussulto del petto che geme,

    [vedo la vita

    divincolarsi da membra forti e stremate.

    Giunge all’apice il tremendo duello…

     

    La dottoressa

    fa un cenno d’intesa. Il segretario invita a uscire.

    Nel salotto dove ricevevi col tuo dire muto ormai

    allo sguardo l’uno dell’altro ci aggrappiamo.

    Aspettiamo.

     

    «I parenti possono rientrare».

    Vien dato l’annuncio: «Carlo Maria Martini

    è spirato alle quindici e quarantatré. Chiedo

    di attendere a dare la notizia. Sarà prima comunicata

    al cardinale Scola, che annuncerà al Papa il decesso».

    Ma un prelato (neanche la morte ha ragione

    [dei narcisi)

    è già corso tra le braccia dei cronisti

    che aspettano sotto chiaccherini

    all’ombra degli alberi possenti. Grazie alle loro

    [fronde

    l’Aloisianum vegliò sul tuo passeggiare orante

    di gioia e di fatica

    quando ogni giorno discorrevi con loro,

    ascoltavi il frusciar delle foglie,

    rispondevi al silenzio fremente della natura amica.

     

    «Chi vuole può dare l’ultimo saluto»

    annuncia il segretario. Ci guardiamo, lo abbraccio.

    Anche per te, Damiano, è finita:

    comincia un’altra vita, per tutti.

    Torno nella stanza,

    esito nell’accostarmi al letto,

    sfioro la mano tua

    che tante volte ha benedetto me e figli e nipoti

    e sposa. Orfano piango lacrime asciutte,

    levo lode al Signore che ci ha donato

    un inviato di speranza e di luce per i nostri

    [giorni tormentati

    e per i tempi a venire,

    un pastore che camminava davanti a noi,

    che rese inquiete e curiose e che scaldò

    le nostre tiepide coscienze,

    fece spirare un vento forte e sottile di silenzio

    che ridestò braci timide e spaurite

    sotto soffocanti coltri di cenere grigia,

    le trasformò in fiamme ardenti,

    contagiose come sa essere l’amore:

    ci hanno animati loro,

    loro ci hanno scaldati, consolati,

    portati sino a qui.

     

    In questa Gallarate

    per un giorno al centro dello sguardo attonito

    d’un mondo che non conosce resa

    ed esigente cerca testimoni

    che siano credibili,

    raccolgo la consegna da te Carlo Maria Martini,

    uomo con gli uomini,

    cantore della Parola detta in parole,

    cardinale di una Chiesa bisognosa di misericordia

    più che di cattedrali e paramenti,

    profeta d’un Dio che muore e risorge,

    che scende agli Inferi, riscatta gli afflitti,

    prende per mano chi patisce

    nelle membra e nell’anima,

    sorride,

    rallegra e protegge

    chi ha fame e sete di giustizia

    beato di sempre

    e per sempre.

    Davanti alla luminosa serenità del tuo corpo

    finalmente placato, disteso

    che mani premurose e reverenti

    presto rivestiranno dei sacri, solenni panni,

    ti saluto

    Carlo Maria mio santo vescovo,

    che hai abbattuto mura spesse e pesanti

    arroccate per secoli,

    che sei morto con eleganza, come auspicavi,

    che angeli sono venuti a prendere

    per rendere leggera la tua salita al Dio

    del Cantico dei Cantici così tanto amato

    ricambiando la tua inesausta passione

    per il Crocifisso,

    vescovo Carlo Maria

    che vivi ora

    nella gloria dei cieli

    e nei cuori e nelle menti

    di uomini e di donne

    consapevoli che nulla sarà più come prima!

     

    Riconoscente

    ti chiedo di intercedere

    perché si avveri un sogno: che anch’io

    diventi sentinella d’un’alba

    in cui si può credere

    di cambiare le cose.

    Così sia.

     

    Carlo Maria Martini – Cronologia ragionata 1927-2012 

    A cura di Marco Garzonio

    Carlo Maria Martini, secondogenito di Leonardo e di Olga Maggia, nacque a Torino il 15 febbraio del 1927, dopo Francesco e prima di Maria Stefania. Venne battezzato il 22 nella parrocchia dell'Immacolata Concezione con il doppio nome, appunto: Carlo Maria. Carlo ha origine germanica, vuole dire “uomo”, “uomo libero”, “uomo forte”, “uomo maturo”. L'aggiunta di Maria riprende l'antica usanza di mettere i maschi sotto la protezione della Madonna. Trascorse la fanciullezza a Orbassano, fuori Torino. Leonardo Martini, il padre, ingegnere edile, aveva una ditta di costruzioni. Da lui Carlo Maria apprese - come egli stesso ebbe a dire - «il senso dell'onestà, del rigore piuttosto che dell'ideologia, la difesa da tutto ciò che potrebbe parere strumentalizzazione o manovra; anzi, una specie di istintivo ribrezzo per queste cose. Aggiungerei: un rigore un po' al di sopra delle parti nella ricerca di ciò che è bene e nello sdegno per tutto ciò che invece può apparire piccola furbizia politica o pettegolezzo o forme comunque deteriori. Quindi una attenzione ai fini della politica, non certo ai mezzi». 

    Olga Maggia, la madre, proveniva da Pianezza di Pettinengo, presso Biella, terra di lanifici e santuari, di operosità e devozione antica. Qui il giovane Martini maturò la passione per lo sport, in particolare per la montagna. Da bambino durante le vacanze estive ebbe modo di cimentarsi in lunghe passeggiate e prese confidenza con le ascensioni delle vette. 

    Nella seconda metà degli Anni Trenta Martini fu iscritto all'Istituto Sociale dei Gesuiti, a Torino. Lì nacque la prima idea di dedicarsi alla vita religiosa. Carlo Maria sentì crescere a poco a poco in lui una scelta e una determinazione. Lo confessò egli stesso anni dopo, quando già sedeva sulla cattedra di Ambrogio: «Ho compiuto allora la decisione della mia vocazione. Ho dei ricordi, tra i dieci e i dodici anni: una scelta assoluta, già chiarissima». 

    Il progetto della vita religiosa del figlio fu uno choc per il padre, che sognava una carriera da luminare della medicina per Carlo Maria. L'ingegner Leonardo, pur nel disappunto, non si pose di traverso. Anche perché riteneva responsabile della scelta del figlio la devozione spirituale della moglie Olga. Il 25 settembre del 1944, a poco più di 17 anni, Carlo Maria incominciò il noviziato nella Compagnia di Gesù. Finita la guerra, l'Ordine mandò Martini all'Aloisianum di Gallarate, Istituto che avrebbe caratterizzato inizio e conclusione della sua parabola umana. Lì nel 1946, incominciò a studiare Filosofia teoretica. Lì sarebbe tornato nel 2008 malato e morto poi nel 2012.    

    Dal 1948 al 1952 Martini fu nello studentato di Chieri. Al termine venne ordinato sacerdote. Lo aspettava un ulteriore anno di noviziato all'estero; l'intento era che i futuri membri Gesuiti si sprovincializzassero ed avessero un occhio sul mondo. La destinazione di Martini fu l'Austria: in Carinzia, prima, e poi a Vienna, terra di frontiera in anni di Guerra Fredda. 

    Nel 1959 Martini conseguì il Dottorato in Teologia alla Gregoriana, fiore all'occhiello dei Gesuiti. L'argomento del suo lavoro fu: La resurrezione di Gesù nei teologi recenti. I superiori gli avevano concesso di coltivare gli interessi verso cui aveva manifestato specifica predilezione. Allo schiudersi degli Anni 60 si determinarono i due passaggi nodali per i percorsi successivi. Nel 1962, a 35 anni, la Compagnia lo accolse come membro in modo definitivo. Intanto, Martini aveva incominciato a tenere corsi al Pontificio Istituto Biblico, che aveva come Rettore p. Agostino Bea, un innovatore che applicò alla Bibbia il metodo storico e filologico, grande protagonista della stagione di papa Roncalli e del Concilio. Alla scuola di Bea Martini avviò una serie di soggiorni di studio all'estero. Prese parte a un lungo stage presso la Facoltà di Munster, con i più famosi teologi protestanti. Con essi intrecciò rapporti importanti per il futuro suo personale e delle relazioni ecumeniche e divenne anche amico di alcuni di loro, come Oscar Cullman. La fase di studio culminò nel 1966 con un altro dottorato. Argomento: un gruppo di Codici del Vangelo di Luca. Da quel momento la "Critica testuale" sarebbe stata la materia fondamentale dello studioso di Sacra Scrittura Martini. Incominciò subito a tenere corsi al Biblico.

    Studiava e insegnava ma Martini cercava occasioni per rendere i testi il meno possibile lontani dalla realtà. Lo stimolo gli venne dalla lunga consuetudine di riflessione sugli Atti degli Apostoli. Incominciò a chiedersi dove fossero nella Roma di quegli anni, delle Olimpiadi del 1960, i segni anche per la Chiesa di un nuovo inizio. Cercò luoghi e situazioni che avrebbero potuto meglio rivelare "la sorgività evangelica della Chiesa primitiva". Così Martini ebbe  esperienze in situazioni molto particolari: il carcere minorile a Casal del Marmo, a Nisida, a Poggioreale; le domeniche nelle borgate romane, a Primavalle e al quartiere Alessandrino.

    Il 29 settembre del 1969 Martini fu fatto rettore del Biblico. Negli stessi mesi uscì la 2ª edizione de The Greek New Testament, la base delle oltre ottocento versioni del vangelo diffuse nel mondo. Padre Martini s.j. era uno dei cinque editori del testo, l’unico cattolico. La morte di Bea, nel 1968, aveva segnato il destino del futuro Arcivescovo. Martini venne riconosciuto erede del maestro sia sotto il profilo scientifico, sia nell'apertura a relazioni proficue con confessioni cristiane non cattoliche, ebrei, musulmani (tutti discendenti del comune padre Abramo), o dell'Oriente: esperienze in linea  con la "libertà religiosa" sancita dal Concilio. 

    Nel 1972 l’arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla, si recò al Biblico, dove ebbe modo di conoscere il Rettore. L’anno successivo Wojtyla lo volle nella sua diocesi per parlare a un convegno di biblisti polacchi. 

    Il 18 luglio del 1978 Martini divenne rettore della Gregoriana, l'Università fondata da sant'Ignazio. L’atto ufficiale fu firmato da papa Montini. Pochi mesi prima Paolo VI lo aveva voluto in Vaticano a predicare il ritiro quaresimale, l’ultimo del suo pontificato. 

    Giovanni Paolo II il 29 dicembre del 1979 tolse Martini dal mondo degli studi e lo nominò  Arcivescovo di Milano con sorpresa degli ambienti ecclesiastici, dei fedeli, dell’opinione pubblica di marca laica. «Se mi avesse conosciuto meglio non mi avrebbe fatto arcivescovo di Milano», così, anni dopo, Martini ebbe a dire della sua nomina. L'ingresso in Diocesi avvenne il 10 febbraio 1980. Fu una lezione di stile, un messaggio per il futuro. Niente cortei, auto blu, dispiegamento di autorità, labari, picchetti d'onore, ma un cammino di avvicinamento dal Castello Sforzesco al Duomo. Qui Martini rivelò la fonte cui avrebbe ispirato l'azione pastorale. Commentò il brano di Luca che parla della pesca miracolosa e della chiamata dei discepoli. «Sulla tua parola getterò le reti», recita il vangelo. Lo spirito del suo ministero Martini volle farlo trasparire col motto episcopale. Pro veritate adversa diligere. Alla lettera vuol dire “Per la verità amare le avversità”. È tratto da San Gregorio Magno. Il testo completo ha un seguito: et prospera formidando declinare; “essere cauti e guardinghi davanti al successo”. 

    Nell'ottobre 1980 Martini istituì la "Scuola della Parola", in Duomo. Prevedeva canto d'ingresso, lettura d'un salmo e il commento d'un brano biblico, secondo l'antico metodo della lectio divina. Nessun esercizio intellettuale. Martini sedeva a un tavolino, non parlava dal pulpito. Milano reagì incuriosita, ma anche un po' sconcertata dalla novità del pastore venuto da fuori, che radunava folle di giovani, invitava ad ascolto,preghiera, silenzio, raccoglimento. L'8 settembre Martini aveva aperto l'anno pastorale con una lettera da cui si capiva la sua "rivoluzione": La dimensione contemplativa della vita. Il testo  spiazzò Milano. L'impalcatura venne completata l'anno successivo. L'8 settembre 1981 l'arcivescovo pubblicò la seconda lettera pastorale, dal titolo In principio la Parola. Così spiegò la scelta: «Il primato della Parola è una cosa molto seria e molto concreta; questione di vita o di morte per il sopravvivere quotidiano. L'uomo vive di significati e di intenzionalità. Per il cristiano significati e intenzionalità sono mediati dalla vita di Gesù così come il vangelo ce la racconta. Non figura astratta, quindi, ma l'aiuto a cogliere il perché di ciò che mi sta accadendo». 

    L'8 novembre 1981 la Conferenza Episcopale Lombarda presieduta da Martini pubblicò un documento che nel titolo diceva quanto la Parola potesse incidere: I vescovi lombardi di fronte alla situazione economico-sociale. Fu l'inizio. Il 17 gennaio 1982 istituì il "Fondo di solidarietà a favore delle famiglie bisognose dei licenziati e dei senza occupazione". Il 30 aprile celebrò la prima veglia dei lavoratori in piazza, a Sesto San Giovanni, la "Stalingrado d'Italia". Parlò per la prima volta di immigrati e chiese che gli stranieri fossero compresi nelle iniziative che la comunità cristiana doveva assumere a seguito della crisi economica.       

    Il 2 febbraio 1983 Giovanni Paolo II creò Martini cardinale. E lo nominò relatore al Sinodo dei vescovi su La riconciliazione e la penitenza nella vita della Chiesa. Il 20 maggio Wojtyla venne a Milano per chiudere il Congresso Eucaristico. Nell'indirizzo di saluto affermò che «anche a Milano si riscontrano quei fenomeni negativi che inquinano le società moderne e che hanno la loro matrice in un riduttivo secolarismo»; parlò di «umanesimo immanentistico» nella cultura, nel costume, nell'azione sociale; paventò il rischio che la «tensione verso il 'nuovo' porti a una rottura con le proprie radici storiche, culturali, religiose». Una severità di giudizio estranea a valutazioni e linguaggio dell'arcivescovo. Dal maggio 1983 fu un succedersi di uscite giornalistiche, in cui la diversità fra due figure di tanto rilievo assurse a rappresentazione emblematica di due chiese, in modo un po' semplicistico definite l’una "progressista", quella impersonata da Martini e, l'altra,  quella del papa, "conservatrice". Un dualismo enfatizzato dalla stampa inglese che presentò Martini come anti-papa e poi "futuro papa".

    Il 13 aprile 1984 a San Vittore Martini battezzò Nicola e Fiorenza, gemelli nati fra le sbarre da Chicco Gelmozzi e Giulia Borelli, esponenti di vertice di Prima Linea e Comitati comunisti combattenti. Il gesto religioso rappresentava un segnale esplicito dell'attenzione del cardinale verso i protagonisti della stagione terroristica. Nessuna indulgenza nei confronti dei reati commessi, questo il presule lo ripeté con forza. Ma «attenzione umana», «voglia di capire le persone, le situazioni umane, i problemi». Un itinerario battuto con discrezione: gli "anni di piombo" non si erano per nulla conclusi; tra l’80 e l’81 erano stati uccisi dalle BR due dirigenti della Marelli e della Falck Renato Briano e Manfredo Mazzanti, il direttore sanitario del Policlinico, Luigi Marangoni, un agente di San Vittore, Francesco Rucci. Martini scelse di celebrare la messa di Natale del 1982 e del 1983 in piazza Filangeri. Al termine della liturgia si recò nel braccio di massima sicurezza. Abboccamenti e colloqui che fecero emergere un quadro di possibile dialogo. 

    Il 13 giugno 1984 i terroristi si arresero a Martini e consegnarono alcuni borsoni pieni di armi in Arcivescovado. Neanche due mesi prima, il 20 aprile, Venerdì Santo, con una processione penitenziale per le vie della città Martini pregò perché Milano sconfiggesse le tre "pesti" del momento: la "violenza", a cominciare da quella terroristica; la "solitudine"; la "corruzione", di cui avvertì presto l'effetto corrosivo e minaccioso per la tenuta delle istituzioni. E invocò la capacità di « stimolare non soltanto la nostra buona volontà e il nostro impegno etico», ma anche per attivare «la nostra creatività sociale, politica, a tutti i livelli», il «nostro impegno di fantasia e la capacità di progettare il futuro in ascolto di Gesù». 

    Il 12 gennaio 1985 in nome di una "vita dignitosa per chi lavora" stabilì un raccordo con i vescovi degli Stati Uniti, invitando un loro esponente a Milano. Il 27 marzo si recò negli stabilimenti Pirelli, alla Bicocca, invitato dai Cub. 9-13 aprile, presiede il Convegno della Chiesa italiana a Loreto su Riconciliazione Cristiana e comunità degli uomini. Le tematiche socio-politiche entrarono a pieno titolo nell'agenda dei lavori (intervenne anche il Papa con una posizione distante da Martini). Sul Cardinale piovvero critiche per il "solidarismo" che invocava come un rimedio alla crisi. Lui accettò un confronto alla Bocconi su Etica, economia e scelte dell'imprenditore, presenti esponenti del salotto buono di industria e finanza che lo attaccarono. 

    Nell'ottobre 1987 Martini annunciò la "Cattedra dei non credenti", una serie di incontri sulle "domande della fede". Un'iniziativa che egli ebbe a definire come "strana e spericolata". Spiegò chi aveva mutuato l'espressione da Norberto Bobbio. Sulla scia del filosofo la distinzione di Martini correva tra pensanti e non pensanti e non tra credenti e non credenti. 

    Sempre nel 1987 Martini venne eletto presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee (CCEE), scelto come nocchiero che avrebbe potuto far salpare verso il mare aperto il vascello di un cristianesimo per la prima volta forse consapevole del grande scandalo della divisione dei Cristiani in un  mondo che avrebbe avuto bisogno di punti di riferimento solidi e credibili. Rassicurava i protestanti, coi quali aveva intessuto rapporti di collaborazione in qualità di professore, e gli ortodossi, perché mostrava una Chiesa cattolica meno preoccupata di fare "proselitismo", come allora si accusava da Mosca. Nel settembre del 1987 la CCEE costituì con il KEK (l'Organismo che radunava i cristiani non cattolici) un comitato congiunto su “L’Islam in Europa”, intuendo l’impatto di migrazioni, incontri far civiltà e religioni,  problemi che sarebbero. Un monito inascoltato. Lo stesso spirito "profetico" echeggiò alla fine del 1987 quando venne annunciato che Martini e l’allora metropolita di Leningrado Aleksij, in qualità di presidenti rispettivamente di CCEE e KEK avrebbero riunito i cristiani di tutte le confessioni in un'Assemblea ecumenica. Infatti a Basilea nel maggio 1989. si ritrovarono dopo cinque secoli 700 delegati,  metà cattolici e metà esponenti delle altre confessioni cristiane; 25 episcopati dell'Est e dell'Ovest, 118 Chiese protestanti, anglicane e ortodosse di 26 Paesi, espressioni dell'Europa di Ovest e Est. Una cornice di diecimila persone tra osservatori e visitatori.

    Il 6 dicembre 1990 Martini affrontò il tema ancora oggi al centro: Noi e l'Islam. Dall'accoglienza al dialogo. Il 23 marzo 1991  pubblicò uno dei messaggi più forti che abbia mai rivolto a Milano, alla Chiesa, al Paese, la lettera: Alzati, va' a Ninive. Era l'invito a non a fare come Giona, a non cercar di scappare dalle responsabilità, a cercar rifugio nelle certezze e nelle abitudini, ma a buttarsi, invece, a farsi carico di sé e degli altri. Il paragone tra Milano e Ninive, tra il capoluogo simbolo di operosità e buona amministrazione e l'antica capitale di costumi corrotti e vizi fu un pugno nello stomaco. Ma Tangentopoli di lì a poco mostrò come Martini conoscesse bene uomini e situazioni e vedesse lontano.

    28 novembre-14 dicembre 1991: Assemblea straordinaria per l'Europa del Sinodo dei vescovi. L'iniziativa fu voluta da Giovanni Paolo II,  che aveva coniato il motto: "Usare i mattoni dei muri crollati per costruire la nuova casa europea". Passò una linea di "centralità" del Vaticano. Martini dovette prendere atto che si stava ridimensionando il progetto ecumenico. 

     Il 17 febbraio 1992 scoppiò Tangentopoli. Ci si accorse che la corruzione, i cui segni Martini aveva denunciato anni prima, era diffusa e aveva infettato istituzioni, politica, società. Milano e il Paese, svegliatisi dal torpore, ebbero due reazioni opposte verso chi aveva scrutato dentro coscienze, relazioni, meccanismi di potere, e, in nome della Parola che illumina, tenuto lo sguardo alto. Martini subì attacchi dalla Lega e dalle destre, in una polemica antisistema. Invece, il 29 settembre 1992 Cesare Romiti davanti al Cardinale fece autocritica. Chiese scusa pubblicamente per il contributo che le aziende avevano dato al diffondersi della corruzione, a cominciare dall’industria che lui rappresentava, la Fiat. Il 31 dicembre 1992 Martini celebrò un Te Deum alla Baggina, l’Istituto per anziani da cui era partito lo scandalo, che avrebbe coinvolto un’intera classe politica. Il suo intervento suonò come un appello di natura pasquale: non espresse condanne, ma invitò a reagire, a riprendersi; letteralmente: a "risorgere" dopo la clamorosa caduta etica. Disse: «Abbiamo avuto tanti episodi tristi nella nostra città e nella nostra regione. Speriamo che da queste esperienze nascano volontà di pulizia e onestà, perché il passato diventi uno stimolo di riscossa per il futuro […] Ci sono già segni di riscossa morale e civile, ora bisogna incoraggiare le persone oneste a farsi avanti per occuparsi della cosa pubblica».

    Il piano pastorale biennale 1992-1994 ebbe per titolo Vigilare. Dal disagio per le ferite della città Martini indicava come via d'uscita il passaggio dalla cultura «della protesta, del mugugno, dell’impotenza e della disillusione, della depressione, della rivalsa, dell’autoconsolazione, della chiusura in se stessi a doppia mandata» a «una cultura della vigilanza».

    Nella primavera del 1995 Martini portò al papa i risultati del Sinodo ambrosiano e disse al pontefice che se la Chiesa voleva davvero rinnovarsi sarebbe occorso un segnale. Lui intendeva darlo dimettendosi. Wojtyla  respinse il proposito. In una lettera autografa il Papa invitò Martini a proseguire nel «portare la croce dell'episcopato». L'invito rafforzò Martini in alcune riforme alla macchina curiale e agli assetti della diocesi. Ma non gli restituì appieno la carica che, dopo quindici anni di governo, riteneva di non possedere più. Martini moltiplicò i viaggi, adempimento a uno dei compiti che amava di più: dettare corsi d'esercizi spirituali e conoscere realtà muove: umane ed ecclesiali. Mete furono: Australia, Stati Uniti, Praga, Siria, Niger, Strasburgo (nel 1997 fu chiamato al Parlamento Europeo per parlare di Sant'Ambrogio per il centenario del Patrono di Milano), Istanbul (qui incontrò nel 1998 Bartolomeo I, patriarca ortodosso di Costantinopoli, amico ospitato l'anno prima a Milano). Ridotta fu l'attività in campo ecumenico, almeno ufficialmente. Era girato il vento. Il Vaticano aveva avocato a sé le relazioni interconfessionali. Era stata cambiata la composizione del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee e Martini, dopo sei anni di presidenza, aveva dovuto lasciare l'incarico. 

    Ottobre 1995, Martini dialogò con Umberto Eco dalle pagine di Liberal sul Perché la Chiesa non concede il sacerdozio alle donne. Grazie alla stessa rivista l'anno successivo lo scambio avvenne con Eugenio Scalfari. Nell'occasione il fondatore de la Repubblica riconobbe in Martini l'esempio dei gesuiti del nostro tempo, in cui prevale «il desiderio di conoscere l'altro sulla missione di convertirlo». Altro confronto pubblico esemplare vi fu con Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale, sulla giustizia. Un volume raccolse il dialogo tra i due.

    6 dicembre 1998 Martini affermò che «essere cristiani è una decisione contro corrente», che «il cristianesimo è frutto di scelta», che «si è seme, lievito, piccolo gregge». Conseguenza: una «condizione permanente di minoranza che accompagnerà la Chiesa lungo i secoli». Avvertiva però il cardinale che non bisognava fare dell'essere minoranza un'occasione per una «assegnazione passiva» o per un «attivismo esasperato». Semmai occorreva trasformare questa occasione «in uno slancio evangelizzatore», connotato da «uno stile di disinteresse e di servizio puramente gratuito», attraverso «una povertà che rende visibile il distacco evangelico». «La condizione di minoranza - precisò - offre l'opportunità di lavorare insieme con altri uomini e donne di buona volontà, anche in iniziative di altri, purché vi siano le garanzie di eticità e di libertà da strumentalizzazioni». 

    7 ottobre 1999 in un intervento storico al Sinodo dei vescovi europei Martini reclamò «corresponsabilità» e «collegialità». Enunciò tre sogni. Il primo: «una familiarità sempre più grande degli uomini e delle donne europee con la Sacra Scrittura» in modo da rivivere l'esperienza «del fuoco nel cuore» sperimentata dai discepoli sulla strada di Emmaus. Il secondo: la parrocchia e la Chiesa locale «segno di speranza e proposta credibile alternativa alla disgregazione sociale ed etica da tanti qui lamentata» Il terzo: «uno strumento collegiale più universale e autorevole, dove essi [i nodi presentati nell'Instrumentum laboris] possano essere affrontati con libertà, nel pieno rispetto della collegialità episcopale, in ascolto dello spirito e guardando al bene comune della Chiesa e dell'umanità intera». I media riferirono i sogni di Martini attribuendogli la richiesta di un Vaticano III e  presentandolo come catalizzatore di un "dissenso ecclesiale" a Giovanni Paolo II, candidato alla successione di questi. Il fragore del circo mediatico ebbe effetto di impedire che avesse seguito una delle principali richieste di Martini, cioè un dibattito meno formale nel Sinodo e l'approfondimento delle vie possibili per un confronto «collegiale e autorevole tra tutti i vescovi», in modo da affrontare i nodi sul tappeto: la posizione della donna nella società e nella Chiesa; la sessualità e la disciplina del matrimonio, con riferimento ai divorziati; le relazioni con le Chiese dell'Est; il dialogo ecumenico; la partecipazione dei laici ad alcune attività ministeriali. 

    27 ottobre 2000, a Oviedo venne conferito a Martini il Nobel spagnolo: il premio "Principe de Asturias" in "Scienze sociali". Poche settimane dopo una giuria internazionale presieduta da Jacques Delhors proclamò Martini "europeo dell'anno". Nelllo stesso anno in un intervento alla Fiera di Milano espresse l'esigenza di «un governo mondiale delle trasformazioni economiche». Nel 2001 commentando l'attentato alle Torri Gemelle senza citarlo criticò Bush, affermando che non era con le ritorsioni che si sarebbe potuto vincere il terrorismo e dischiudere autentiche possibilità per la pace.

    Il 15 febbraio del 2002 Martini compì 75 anni e si dimise da arcivescovo. Salutò Milano con una visita a San Vittore e un discorso in Comune sul ruolo della politica. L'11 luglio il Vaticano rese nota la nomina di Luigi Tettamanzi quale successore. Il 29 settembre Martini e Tettamanzi concelebrarono in Duomo il solenne rito di passaggio delle consegne. Di lì a pochi giorni l’arcivescovo sarebbe partito per la Terra Santa.

    A Gerusalemme Martini prese alloggio al Biblico, poco fuori le mura della Città Santa, di fronte alla porta di Jaffa. A chi gli chiese che cosa avrebbe fatto laggiù, rispose con San Paolo: «Avvinto dallo Spirito vado a Gerusalemme, senza sapere che cosa mi capiterà». Nel gennaio del 2004, ad una delegazione di Brescia Martini raccontò così la sua esistenza: «Qui vivo molto bene, sono molto contento di essere qui perché Gerusalemme è veramente un luogo di simboli straordinari, è un luogo in cui si respira la storia biblica, dai patriarchi, ai profeti, fino a Gesù, alla sua passione, morte e resurrezione. È un luogo pieno di fascino per il cristiano, per il credente, perché qui è stato Gesù, si è diffusa la parola: “È risorto”. Io trovo qui un’ispirazione continua per la mia preghiera, per la mia meditazione. Vivo, inoltre, la preghiera che definisco d’intercessione, nel senso etimologico della parola, “cammino in mezzo” a diversi contendenti senza voler dare ragione o torto né all’uno né all’altro, ma pregando ugualmente per tutti. La situazione politica odierna è così intricata e aggrovigliata che anche un competente farebbe fatica a spiegare oggettivamente ciò che è avvenuto, perché e come. Non conosco l’arabo, so l’ebraico biblico, ma non quello moderno. Non ho titoli per giudicare. Ho preferito [...] mettere in pratica la parola di Gesù: “Non giudicate e non sarete giudicati”. Qui soffrono tutti molto. È difficile dire: “Soffre di più quello, soffre di più questo”. Chi comincia la lista delle ragioni, dei torti? Si va all’infinito».

    Con discrezione Martini rivelò che la sua presenza a Gerusalemme non era neutra, ma profondamente calata nella realtà umana e religiosa dei luoghi,  attentissimo a non urtare la suscettibilità di nessuno. Disse: «Questo luogo non è solo luogo di conflitto, è soprattutto di dialogo. Si svolgono molti dialoghi a livello di base: dialoghi tra ebrei e cristiani, dialoghi tra ebrei e musulmani, dialoghi triplici tra ebrei, musulmani e cristiani. Ci sono moltissime istituzioni a Gerusalemme che coltivano queste forme di dialogo. E ci sono anche tante iniziative di accoglienza, di perdono, di riconciliazione, di aiuto, di assistenza, di volontariato. Ciò è veramente straordinario. Ho incontrato qualche tempo fa due persone che sono molto conosciute nella vita professionale di questo paese, un ebreo e un arabo. Entrambi hanno avuto in famiglia un lutto per la violenza e hanno deciso di mettersi insieme per capire l’uno la sofferenza dell’altro. Così è nato un gruppo di famiglie, ciascuna delle quali ha un figlio o una figlia uccisi dal terrorismo, dalla guerra. Queste famiglie si ritrovano regolarmente, si parlano tra loro, fanno iniziative di pace. A mio parere questa è la strada, la via della giustizia». A Gerusalemme Martini riprese finalmente gli studi sugli antichi manoscritti biblici. 

     

    2 aprile 2005 Martini raggiunse Roma per partecipare ai funerali di papa Wojtyla e quindi al Conclave. Ribadì di non avere «né la possibilità né l’intenzione» di considerarsi tra gli eleggibili, a causa del Parkinson che progrediva.  Quanto alla geografia delle possibili aggregazioni dei consensi tra i porporati, espresse il convincimento che la maggioranza del Collegio fosse orientata su posizioni conservatrici. Fu eletto Joseph Ratzinger. 

    Nel 2006 l'Università Ebraica di Gerusalemme gli conferì la laurea honoris causa in Filosofia, unico non ebreo. Quanto ai contatti con l'Italia il periodo a cavallo tra il 2006 e il 2007 vide Martini protagonista, suo malgrado, di alcune delicate polemiche su temi etici. La prima prese origine da un confronto che il cardinale ebbe dalle colonne de l'Espresso con Ignazio Marino su questioni quali la fecondazione artificiale, gli embrioni, l’aborto, l’eutanasia. Martini si espresse per «il superamento di quel rifiuto di ogni forma di fecondazione artificiale che [...] produce un doloroso divario tra la prassi ammessa comunemente dalla gente e anche sancita dalle leggi e l'atteggiamento almeno teorico di molti credenti». Poi, il 21 gennaio 2007, a un mese dalla morte di Piergiorgio Welby, l'uomo malato di sla cui la Chiesa aveva negato i funerali religiosi, Martini scrisse per Il Sole 24 Ore un articolo in cui diceva di Welby: «Con lucidità ha chiesto la sospensione delle terapie di sostegno respiratorio, costituite negli ultimi nove anni da una tracheotomia e da un ventilatore automatico». Martini distinse eutanasia da accanimento terapeutico, inserendo la rinuncia all’accanimento terapeutico nella prospettiva dell’«insieme della nostra esistenza» che non può essere giudicata da «criteri puramente terreni». La difesa ad ogni costo della vita fisica non poteva diventare per Martini “valore assoluto”, pena l’incapacità di coglierne il mistero, ossia di cogliere il “mistero stesso di Dio”.

    Sempre nel 2007 Martini si venne a trovare al centro di un clamoroso confronto indiretto con il papa. Aveva accettato di recarsi a Parigi a presentare il libro di Benedetto XVI Gesù di Nazaret. Il 24 maggio, nella sede dell’Unesco, in una sala gremita Martini tenne un discorso in francese, in cui non risparmiò critiche all’autore, a partire dall’ambiguità del frontespizio, che riportava il nome di Benedetto XVI insieme a quello di Joseph Ratzinger, creando, secondo Martini, un’ambiguità pericolosa perché, come lo stesso Ratzinger aveva scritto, il libro «non è in alcun modo un atto del magistero, ma solo l’espressione della mia ricerca personale del ‘volto del Signore’… sicché ognuno è libero di contraddirmi’». 

    Fine 2007, esce in tedesco il volume di Martini col confratello p. Sporchill il volume: Conversazioni notturne a Gerusalemme. Sul rischio della fede. La polemica scoppiò dopo qualche mese con l'uscita della traduzione italiana. Il Cardinale fu oggetto di duri attacchi, ma per molti fu di conforto il suo parlar chiaro, ad esempio, nelle pagine dedicate alla Humanae Vitae di Paolo VI. Secondo Martini l'enciclica del 1968 aveva provocato “grave danno” perché «molte persone si sono allontanate dalla Chiesa e la Chiesa dalle persone». E sul presente, ammonì: «Sono fermamente convinto che la direzione della Chiesa possa mostrare una via migliore di quanto non sia riuscito alla Humanae Vitae. Saper ammettere i propri errori e la limitatezza delle proprie vedute di ieri è segno di grandezza d'animo e di sicurezza. La Chiesa riacquisterà credibilità e competenza». 

    Il 2 dicembre 2007, Stephen Ollendorf, presidente del Centro per la comprensione interreligiosa, donò a Martini una grande Menorah, quale apprezzamento della sua opera efficace per la comprensione tra ebrei e cristiani: «In un momento storico in cui il conflitto religioso condiziona così tanto le nostre vite, la luce della menorah è una sorgente di speranza e ci ricorda costantemente che la responsabilità di riconciliarci e di comprenderci può essere solo nostra». 

    Marzo del 2008 Martini dovette dire addio all'amata Gerusalemme. Il Parkinson non gli dava tregua. Rientrò in Italia, all'Aloisianum. Sempre nel 2008 a Galloro, presso Ariccia, dettò una sorta di decalogo circa le buone pratiche di vita che i sacerdoti avrebbero dovuto avere per cambiare se stessi e, quindi, la Chiesa e il mondo, anticipando alcuni interventi di papa Francesco. Parlò «dell’inganno, che per me è anche fingere una religiosità che non c’è. Fare le cose come si fosse perfettamente osservanti, ma senza interiorità». Nel mirino di Martini finì quindi l’invidia, «il vizio clericale per eccellenza, l’invidia che ci fa dire ‘perché un altro ha avuto quel che spettava a me?’ Ci sono persone logorate dall’invidia che dicono ‘Che cosa ho fatto di male perché il tale fosse nominato vescovo ed io  no?’». Ed ecco un altro vizio corrosivo, che anticipa le tristezze del Vatileaks: «Devo dirvi anche della calunnia: beate quelle diocesi dove non esistono lettere anonime. Quando ero arcivescovo davo mandato di distruggerle. Ma ci sono intere diocesi rovinate dalle lettere anonime, magari scritte a Roma». Come il vizio della vanagloria, del vantarsi. «Ci piace più l’applauso del fischio, l’accoglienza della resistenza. E potrei aggiungere che grande è la vanità nella Chiesa. Grande! Si mostra negli abiti […] Continuamente la Chiesa si spoglia e si riveste di ornamenti inutili. Ha questa tendenza alla vanteria». L’affondo Martini lo portò al «vanto terribile del carrierismo». Secondo lui «anche nella Curia romana ciascuno vuole essere di più. Ne viene una certa inconscia censura nelle parole. Certe cose non si dicono perché si sa che bloccano la carriera. Questo è un male gravissimo della Chiesa, ci impedisce di dire la verità. Si cerca di dire ciò che piace ai superiori, si cerca di agire secondo quello che si immagina sia il loro desiderio, facendo così un grande disservizio al papa stesso». La conclusione vibrante suonò così: «Purtroppo ci sono preti che si propongono di diventare vescovi e ci riescono. Ci sono vescovi che non parlano perché sanno che non saranno promossi a sede maggiore. Alcuni che non parlano per non bloccare la propria candidatura al cardinalato. Dobbiamo chieder a Dio il dono della libertà. Siamo chiamati a essere trasparenti, a dire la verità. Ci vuole grande grazia. Ma chi ne esce è libero».

    28 giugno del 2009 invitato da Ferruccio de Bortoli Martini incominciò a tenere una rubrica mensile sul Corriere della Sera: “Lettere al Cardinale”.  Tra i primi moniti: «Penso che la risposta vera è quella che ognuno può dare a se stesso, ascoltando il Maestro interiore». E: «Dipende anche da noi come sarà la Chiesa del futuro: Chiesa dei poveri, o Chiesa dei potenti».

    Venerdì 8 aprile 2011 Martini fece il suo ultimo viaggio Roma, per un'udienza privata da Benedetto XVI. «Gli ho detto cose molto dure. Gli ho detto quello che i suoi collaboratori non gli dicono», confidò il cardinale successivamente. 2 giugno del 2012 un Martini molto provato incontrò papa Ratzinger a Milano per l'Incontro Mondiale delle famiglie. Il 31 agosto del 2012 Martini spirò a Gallarate, all'Aloisianum, dopo una breve agonia.

     

    Ermanno Olmi

    Ermanno Olmi (Bergamo, 24 luglio 1931). Gli ultimi mesi della seconda guerra (44‐45) scarseggiano i viveri: Ermanno fa il garzone panettiere. Alla fine della guerra, viene assunto come impiegato alla Edison e realizza circa quaranta documentari, tra i quali La diga del ghiacciaio, Pattuglia di Passo San Giacomo, Tre fili fino a Milano, Michelino 1aB (con il testo di Goffredo Parise), Manon finestra 2 e Grigio (con il testo di Pier Paolo Pasolini). Il primo film lungometraggio è del 1959, Il tempo si è fermato. Nel 1961, al Festival di Venezia, vince il premio OCIC e quello della Critica con il film Il posto, che ottiene numerosi premi anche in festival internazionali. Seguono altri film sul mondo del lavoro: I fidanzati, Un certo giorno del 1968 e La circostanza del 1974. Al di fuori del tema del lavoro, nel 1965 dedica, in omaggio alla figura di Papa Giovanni XXIII, E venne un uomo, con Rod Steiger e Adolfo Celi.   Nel 1978 L’albero degli zoccoli, film sulla vita dei contadini bergamaschi alla fine dell’Ottocento, conquista la Palma d’Oro al Festival di Cannes. Nel 1983 gira Camminacammina e realizza il documentario Milano 83 dedicato alla sua città d’adozione. Nel 1987 Ermanno Olmi torna alla regia, dopo un periodo di inattività, con Lunga vita alla signora, Leone d’Argento a Venezia. L’anno seguente dirige uno dei suoi capolavori, La leggenda del santo bevitore, con Rutger Hauer e Anthony Quayle, con il quale conquista a Venezia il Leone d’Oro. Qualche anno dopo, nel 1993, dirige Paolo Villaggio in Il segreto del bosco vecchio e nel 1994 è pronto Genesi. La creazione e il diluvio, primo capitolo di un progetto di trasposizione televisiva della Bibbia. Con Il mestiere delle armi (2001), presentato in concorso al Festival di Cannes, vince 9 David di Donatello. Due anni dopo, Ermanno Olmi prosegue sulla stessa strada con Cantando dietro i paraventi. Nel 2005 firma il trittico Tickets con gli amici Kiarostami e Loach; mentre nel 2007 racconta il Vangelo dell’esistenza quotidiana nel film Centochiodi. Sempre nel 2007 Ermanno Olmi gira il film Atto unico durante l’allestimento della mostra di Jannis Kounellis presentata dalla Fondazione Arnaldo Pomodoro.   Per la Triennale di Milano, nel 2008 realizza il documentario I Grandi Semplici. Nel 2009, in collaborazione con la Cineteca di Bologna e il Ministero Turismo e Spettacolo presenta TerraMadre. Dello stesso anno è Rupi del Vino, presentato al Festival Internazionale del film di Roma. Nel 2011 viene presentato fuori concorso alla 68. Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia il film Il villaggio di cartone. 

    Nel centenario dello scoppio della Grande Guerra, nel 2014 racconta un sogno di pace con Torneranno i prati. Nel 2015, l’Expo Universale di Milano ‘Nutrire il pianeta’ presenta il cortometraggio Il Pianeta che ci ospita.

     

    Marco Garzonio

    Marco Garzonio ha seguito Martini dagli inizi del suo episcopato per il Corriere della Sera di cui è attualmente editorialista. S'è guadagnato sul campo l'appellativo di maggior esperto martiniano  dedicando numerosi volumi alla persona e all'opera dell'Arcivescovo, da Cardinale a Milano in un mondo che cambia (Rizzoli, 1985), con cui ha anticipato le riflessioni sulla "rivoluzione" martiniana, a Il Cardinale (Mondadori, 2002), sino al più recente Il Profeta (sempre Mondadori, 2012). Autore di numerosi altri volumi tradotti anche all'estero, Garzonio con Gesù e le donne (Rizzoli, 1990) ha vinto il Premio Donna Città di Roma, libro poi ripubblicato in edizione aggiornata col titolo Le donne, Gesù, il cambiamento. Il contributo della psicoanalisi alla lettura dei Vangeli (Vivarium, 2005). Recenti suoi titoli sono: La vita come amicizia (San Paolo, 2007), il romanzo Il Codice di Tarso (Paoline, 2009), la raccolta poetica Siamo il sogno e l'incubo di Dio. Versi, cronache, passioni da Martini a Bergoglio (Àncora, 2015), il testo drammaturgico Un sogno lungo cent'anni. Freud, Jung, gli altri a un secolo da L'interpretazione dei sogni (Vivarium, 2016) messo in scena nel giugno 2016 al Teatro dell'Arte di Milano, con Anna Nogara e la regia di Marco Rampoldi.  Psicologo analista e psicoterapeuta lavora privatamente a Milano. Qui ha funzione di training ed è docente di “Psicologia del sogno” presso la Scuola di Psicoterapia del Centro Italiano di Psicologia Analitica (CIPA), di cui è Presidente nazionale. Presiede la Fondazione Culturale Ambrosianeum.

     

     

Letto 2127 volte

Indice dei Film

I Più Visti negli ultimi 6 mesi

Has no content to show!