Gli sdraiati In evidenza

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:

     

    Dopo la separazione, anni fa, Giorgio Selva ha ottenuto l’affido condiviso e si occupa per metà tempo del figlio Tito, di diciassette anni.

    E’ un uomo realizzato, avrebbe una vita appagante, ma insieme all’adolescenza di Tito è scoppiata una guerra quotidiana.

    Tito ha una banda di amici, tutti maschi, troppo lunghi, troppo grassi, troppo magri, spaccano rovesciano inzaccherano mentono fuggono puzzano. Stanno sempre appiccicati, da scuola al divano, dal divano a scuola, fino a che non irrompe Alice. La nuova compagna di classe, occhi azzurri e torvi, parla poco, non sorride mai.

    Tito si innamora.

    Ad un colloquio dei professori Giorgio scopre con ansia che Alice è la figlia di Rosalba, una donna che era stata a casa loro diciassette anni prima. Era un po’ domestica, assistente, factotum; poi Rosalba sparì di botto e nessuno ne seppe più nulla.

    Adesso è riapparsa come madre di Alice, quasi minacciosa, parla di soldi, non si capisce cosa voglia.

    Fra Alice e Tito si instaura un legame vero, esclusivo, la prima intimità psichica e fisica.

    Giorgio attraversa le sue giornate abitato da fantasmi, sensi di colpa, ma il destino ha scarti imprevedibili, sembra che stia lì a insegnare a padre e figlio come scambiarsi la fatica di diventare adulti e la fatica di invecchiare.

  • Genere: commedia
  • Regia: Francesca Archibugi
  • Titolo Originale: Gli sdraiati
  • Distribuzione: Lucky Red
  • Produzione: Fabrizio Donvito, Benedetto Habib, Marco Cohen, Andrea Occhipinti
  • Data di uscita al cinema: 23 novembre 2017
  • Durata: 103’
  • Sceneggiatura: Francesca Archibugi e Francesco Piccolo
  • Direttore della Fotografia: Kika Ungaro
  • Montaggio: Esmeralda Calabria
  • Scenografia: Sandro Vannucci
  • Costumi: Bettina Pontiggia
  • Attori: Claudio Bisio, Gaddo Bacchini, Cochi Ponzoni, Antonia Truppo, Gigio Alberti
  • Destinatari: Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:

     

    NOTE DI REGIA di FRANCESCA ARCHIBUGI

    Le famiglie sono disfunzionali in molti modi. In genere viene raccontata la solitudine dei ragazzi, l’essere incompresi, e soli, e spesso non amati.

    Quello che ci ha colpito del romanzo di Michele Serra è stata una specie di disfunzionalità paradossale perché invertita, la solitudine di un padre che si sente chiuso fuori dalla vita del figlio. Lui incompreso, e forse non amato.

    Da questo piccolo ma centrale nucleo narrativo, che si svolge come una lunga lettera che non riceve risposta, con Francesco Piccolo abbiamo costruito la nostra storia, immaginato il romanzo famigliare.

    Perché un uomo realizzato, rispettato, non riesce ad ottenere rispetto dal figlio, accettazione di regole minime, di comprensione dei propri punti di vista? E soprattutto, perché se ne dà la colpa? Perché reagisce in modo scomposto, inseguendolo, sbottando, perdonando, non sapendo sostanzialmente che fare? Perché subisce troppo, subisce sempre?

    Dello strapotere dei bambini, e poi degli adolescenti, si dice scherzando (ma nemmeno tanto) che ha portato a cose mai viste nella storia dell’umanità.

    La paternità in declino è Enea che si carica il vecchio Anchise sulle spalle mentre brucia Troia. Ecco, a Milano, dentro i bastioni, come in ogni quartiere centrale e borghese delle nostre città, si rovescia l’immagine classica che ci si è fissata in testa dai libri di scuola. Nella nostra Odissea contemporanea, Anchise fino a che non muore si carica sul groppone figli più grossi di lui, li consola, li giustifica, li subisce, li mantiene.

    I ragazzi sono tutti così?

    Non lo so, non credo. Noi raccontiamo dei pezzi unici, Giorgio il padre e Tito il figlio. Un rapporto che si è complicato, avvelenato sulle piccole cose, sui singoli toni, su scelte minime. Soprattutto da un senso di colpa immotivato del padre, che si espande fino a dargli una percezione un po’ allucinata della realtà. La vita di Tito è riscattata dalla vitalità, l’amore e l’amicizia, come un razzo sparato nel firmamento della vita adulta, mentre dà il peggio di sé stesso con suo padre.

    È il racconto di una relazione unica, individuale, Giorgio e Tito, padre e figlio, con tante persone intorno che contribuiscono a semplificarla o complicarla, come se diventasse sempre più difficile esprimere un sentimento elementare come volersi bene, e ci si incancrenisce e si patisce per problemi futili. Forse è vero che siamo una società in decadenza, che discute se sia giusto o meno che un padre obblighi a rimettere in frigo uno yogurt, fiumi di libri sull’educazione di figli sempre più smarriti, mentre flotte di ragazzi attraversano i monti e i mari sfidando la morte, per cercare nel nostro occidente nevrotico una nuova vita. E forse, portarcela.

     

    FRANCESCA ARCHIBUGI

    Francesca nasce nel 1961 a Roma. Qui frequenta il liceo classico e il Centro Sperimentale di Cinematografia dove entra nel 1983 per poi diplomarsi tre anni dopo con il cortometraggio La Guerra è appena finita, grazie al quale, giovanissima, partecipa a numerosi festival internazionali.

    Il primo approccio di Francesca col mondo del cinema avviene attraverso la recitazione, ma ben presto saranno la regia e la sceneggiatura a rivelarsi le sue grandi passioni, complici anche le frequentazioni con grandi maestri come Furio Scarpelli, Leo Benvenuti e Ermanno Olmi. Ed è proprio Ipotesi Cinema di Ermanno Olmi a produrre il cortometraggio Il Sogno Truffato la cui sceneggiatura le fa vincere il premio Solinas.

    Da quel riconoscimento inizia la preparazione del suo primo lungometraggio: Mignon è partita, un’opera prima vincitrice di ben cinque David di Donatello e due Nastri d’Argento. Ma i premi arriveranno anche con i successivi Verso sera e Il grande cocomero. La carriera di Francesca conta già undici lungometraggi. Il nome del figlio, scritto a quattro mani con Francesco Piccolo, segna il suo grande ritorno al cinema.

     

    CLAUDIO BISIO

    Diplomato attore presso la Civica Scuola d’Arte Drammatica del Piccolo Teatro di Milano, la vita professionale di Claudio ha sempre visto l’intrecciarsi di teatro, cinema e televisione.

    Esordisce in teatro nei primi anni ‘80 con diverse produzioni del Teatro dell’Elfo, tra cui Nemico di classe di Nigel Williams con la regia di Elio De Capitani, Comedians di Trevor Griffiths e Sogno di una notte d'estate per la regia di Gabriele Salvatores. Non tralascia nemmeno il teatro d’impegno civile e nel 1987 è al fianco di Dario Fo in Morte accidentale di un anarchico. Nel 1988 esordisce con Guglielma, il primo dei suoi one- man-show, cui seguiranno Aspettando Godo e Tersa Repubblica. Successivamente lo vedremo in altri spettacoli di successo come Monsieur Malaussène e Grazie di Daniel Pennac; La buona novella di Fabrizio de André; I bambini sono di sinistra scritto con Michele Serra e Giorgio Terruzzi; Seta di Alessandro Baricco; Io quella volta lì avevo 25 anni di Giorgio Gaber e Sandro Luporini e Father and Son, tratto dai libri Gli Sdraiati e Breviario comico di Michele Serra. In questi mesi vestirà inoltre i panni del narratore per la tournée italiana del famoso musical di Richard O’Brien The Rocky Horror Show.

    In televisione ha lavorato in trasmissioni di successo come Mai dire gol, Le Iene, Italia’s Got Talent e poi ovviamente Zelig che ha condotto fin dalla sua prima edizione nel 1997. A breve inizierà una nuova avventura tv insieme a Frank Matano in The Comedians.

    Al cinema Claudio Bisio ha lavorato con numerosi registi, tra cui Gabriele Salvatores, Dino Risi, Francesco Rosi, Antonello Grimaldi, Giovanni Veronesi, Luca Lucini, Giulio Manfredonia, Fausto Brizzi, Luca Miniero, Riccardo Milani, Massimiliano Bruno e molti altri. Gli Sdraiati segna la sua prima collaborazione con la regista Francesca Archibugi.

     

    COCHI PONZONI

    Inizia la sua attività al CAB ’64 nel 1964 insieme a Renato Pozzetto, suo amico d’infanzia. Passano insieme nel 1965 al Derby Club dove collaborano con Enzo Jannacci, Felice Andreasi, Lino Toffolo e Bruno Lauzi.

    In teatro Cochi lavora con la Compagnia di Franco Parenti e con registi del calibro di Ugo Gregoretti, Gabriele Lava, Attilio Corsini. Numerose anche le sue apparizioni in trasmissioni tv di successo come “Gli amici della domenica”, “Il cantagiro”, “Canzonissima” e Zelig.

    Nel 1975 esordisce al cinema con Cuore di cane di Alberto Lattuada. Gli sdraiati di Francesca Archibugi è l’ultimo film per il grande schermo in cui ha recitato.

     

    ANTONIA TRUPPO

    Napoletana classe 1977, Antonia si è fatta conoscere per le sue interpretazioni sul palcoscenico a fianco di Carlo Cecchi, nagli adattamenti di "Sei personaggi in cerca d'autore" e "Tartufo".

    L'esordio nel cinema risale invece al 2001, quando interpreta Orsola nel film "Luna Rossa" di Antonio Capuano. Ma Antonia deve attendere circa quattro anni per assaggiare i primi frutti della notorietà. Merito del ruolo in "La squadra", la serie televisiva poliziesca in onda su Raitre dove veste i panni dell'agente Paola Criscuolo. Da questo momento i suoi impegni per piccolo e grande schermo diventano più frequenti, ma è a teatro che Antonia continua a dare il meglio di sé. Per il già  citato  "Sei  personaggi  in  cerca  d'autore"  vince  molti  premi,  tra  cui  il  Maschera  d'oro.     Il 18 aprile 2016 vince il David di Donatello come Migliore attrice non protagonista per la sua interpretazione della camorrista Nunzia in "Lo chiamavano Jeeg Robot" di Gabriele Mainetti, riuscendo così a conciliare la sua formazione teatrale con le esigenze di un film di genere supereroistico.

    Il 27 marzo 2017 vince un altro David di Donatello come Migliore attrice non protagonista per il ruolo di Titti nel film "Indivisibili" di Edoardo De Angelis.

    Nel 2017 la vedremo sulle reti Rai in "L'ispettore Coliandro" e in "Sotto copertura 2".

     

    GIGIO ALBERTI

    Diplomato alla Civica Scuola d’Arte drammatica del “Piccolo Teatro di Milano” nel 1981, Gigio Alberti inizia la sua carriera d’attore a Milano sul palcoscenico del teatro di Porta Romana con la Cooperativa Teatrale di Franco Parenti. Nella stagione 1985-1986 raggiunge il successo grazie a Commedians di Griffiths per la regia del Gabriele Salvatores che lo dirigerà, sempre in teatro, in Eldorado e Café Procope e lo farà poi debuttare al cinema.

    Alla fine degli anni ‘80 Gigio Alberti è ormai un volto molto noto del teatro italiano e del piccolo e grande schermo. Oltre al sodalizio con Salvatores che lo vorrà al suo fianco in ben sei dei suoi maggiori successi, tra cui nel film Premio Oscar® Mediterraneo, Gigio Alberti vanta collaborazioni con altri importanti registi come Paolo Virzì, Marco Bellocchio, Fausto Brizzi, Silvio Soldini, Gabriele Muccino, Laura Morante, Cristina Comencini e molti altri.

    Con Gli sdraiati, Gigio Alberti torna a recitare sotto la regia di Francesca Archibugi che nel 2004 lo aveva scelto per la sua miniserie tv Renzo e Lucia.

    BARBARA RONCHI

     

    Attrice di cinema e teatro, dopo una laurea triennale in Scienze storiche e archeologiche, Barbara Ronchi si diploma nel 2009 all’Accademia Nazionale d’Arte Silvio d’Amico e successivamente partecipa a laboratori e masterclass con Valerio Binasco, Antonio Latella, Peter Stein.

     

     

  • Spunti di Riflessione:

     

    di L.D.F.

     

    1) Giorgio, un uomo di mezz’età vivrebbe una vita tranquilla e soddisfacente se non ci fosse Tito, il figlio adolescente che gli crea una montagna di problemi. Perché non si capiscono o non si vogliono capire?

    2) Giorgio, separatosi dalla moglie ha ottenuto l’affido condiviso e si deve occupare, per metà tempo, di Tito. Il ragazzo così ha due case, quella della madre e quella del padre. In effetti, questo vuol dire che non sente nessuna come sua?

    3) Infatti, Tito considera la casa di Giorgio come fosse un accampamento: la riempie, ogni giorno, di amici che non rispettano niente, mobili, suppellettili e non si preoccupano di non piacere a Giorgio che non li sopporta ma non ha il coraggio di dire a Tito che non li vuole a casa sua. Perché Giorgio subisce?

    4) Nelle note di regia di Francesca Archibugi l’autrice del film che lo ha anche sceneggiato, insieme a Francesco Piccolo, parla dei tempi (neanche tanto lontani) in cui erano i figli che si occupavano dei padri, citando l’esempio di Enea che, fuggendo da Troia, si carica sulle spalle il vecchio Anchise per tentare di salvarlo. Oggi, afferma sempre la regista, la situazione è cambiata: è Anchise che porta Enea, sono i padri che si caricano i figli e, come ella dice, li consolano, li giustificano, li subiscono, li mantengono. Siete d’accordo? Esprimete la vostra opinione in merito.

    5) Il rapporto tra Giorgio e Tito, già così difficile, si complica quando arriva una nuova compagna di classe, Alice che parla pochissimo, non si fida di nessuno ed è incapace di sorridere. Perché, nonostante queste caratteristiche, Tito si innamora della ragazza?

    6) Incontrando i professori del figliolo Giorgio viene a sapere che Alice è la figlia di Rosalba, una donna che ha frequentato la sua casa, diciassette anni prima scomparendo poi senza dire nulla. Cosa ricorda Giorgio di Rosalba e perché questi ricordi lo mettono in agitazione?

    7) Pure Rosalba riconosce Giorgio e lo attacca minacciosamente chiedendogli anche dei soldi. L’uomo non può non percepirlo come essa sia pericolosa. Perché? E’ accaduto qualcosa, diciassette anni prima che si li ha in qualche maniera coinvolti?

    8) Il film, nonostante, i tanti altri personaggi (come Alice che fa scoprire a Tito cosa vuol dire fare l’amore) si incentra sul rapporto tra un padre e un figlio: un padre che si sente escluso dalla vita del figliolo e un ragazzo che percepisce di essere incompreso e, forse, non amato dal genitore. E questo rapporto così difficile che Giorgio sente come una sua colpa che lo fa reagire scompostamente, perdonando poi sempre?

    9) Ed è Giorgio che con il figlio non sa che fare o è Tito che, pur vedendo il padre in una situazione difficile se ne infischia e continua la sua vita, quella vita che crea a Giorgio tanto fastidio e forse anche tanto dolore?

    10) Francesca Archibugi nelle sue note di regia si chiede perché per Giorgio e Tito è così difficile esprimere un sentimento tanto elementare come volersi bene. E’ vero che per loro sia nel film sia nel libro di Michele Serra da cui è tratto, è difficile volersi bene o forse è difficile dimostrare di volersi bene?

     

     

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