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The Last Station

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:


    Dopo quasi cinquant’anni di matrimonio, la contessa Sofja, devota moglie di Lev Tolstoj, amante appassionata, musa e segretaria — per sei volte ha copiato Guerra e Pace … a mano! — si accorge improvvisamente che tutto il suo mondo si è capovolto.

    In nome della religione da lui stesso creata di recente, il grande romanziere russo decide di rinunciare al suo titolo nobiliare, alle proprietà e persino alla famiglia, a favore della povertà, del vegetarianismo e addirittura della castità. Dopo che insieme hanno avuto ben tredici figli!

    Quando poi Sofja scopre che può essere stato il fidato discepolo di Tolstoj, Chertkov, da lei disprezzato, a convincere il marito a firmare in segreto un nuovo testamento, nel quale si dispone che i diritti dei suoi illustri romanzi siano lasciati in eredità al popolo russo piuttosto che alla famiglia, ella è giustamente consumata dall’oltraggio!

    È la goccia che fa traboccare il vaso!

    Ricorrendo a ogni astuzia, ogni artificio di seduzione del suo notevole arsenale, ella si batte con accanimento per difendere ciò che è convinta le appartenga di diritto.

    E tuttavia, più il suo comportamento si fa estremo e più facilmente Chertkov riesce a persuadere Tolstoj del danno che ella arrecherebbe al suo eccezionale lascito.

    Su questo campo minato si muove il nuovo devoto assistente di Tolstoj, il giovane e sprovveduto Valentin.

    Egli diventa immediatamente una pedina, dapprima degli intrighi di Chertkov e poi della vendetta rancorosa di Sofja, mentre, nel frattempo, i loro complotti mirano a scardinare l’uno i vantaggi dell’altra.

    La vita di Valentin si complica ulteriormente con il fiorire di una travolgente passione per la bella e focosa Masha, una libera pensatrice che ha aderito alla nuova religione di Tolstoj e il cui atteggiamento non convenzionale riguardo al sesso o all’amore schiaccia e insieme confonde il giovane Valentin.

    Infatuato dalle nozioni sull’amore ideale di Tolstoj, mistificate però dalla ricca e turbolenta vita matrimoniale dello scrittore, Valentin si trova impreparato a dover affrontare le complicazioni amorose nel mondo reale. Intanto Sofja continua a lottare tenacemente contro la decisione del marito che ha rinunciato anche al titolo nobiliare e contro la comunità liberataria che grazie a Chertkov, si è installata nella casa di famiglia di Jasnaja Polyana.

    Ma non c’è nulla da fare. Allontanata dal marito, riesce a rivederlo, solo in punto di morte, nell’”ultima stazione”.

  • Regia: MICHAEL HOFFMAN
  • Titolo Originale: The Last Station
  • Distribuzione: Sony Pictures Releasing Italia
  • Produzione: SONY PICTURES CLASSICS RELEASE, EGOLI FILM e ZEPHIR FILMS Presentano una Produzione EGOLI TOSSEL FILM HALLE in co-produzione con THE ANDREI KONCHALOVSKY PRODUCTION CENTER e SAMFILM con il supporto di DFFF MITTLEDEUTSCHE MEDIENFÖRDERUNG BERLIN-BRANDEBURG FFA co-finanziato da DREFA girato presso MCA
  • Data di uscita al cinema: 28 maggio 2010
  • Durata: 120'
  • Sceneggiatura: MICHAEL HOFFMAN Tratto dal romanzo di JAY PARINI
  • Direttore della Fotografia: SEBASTIAN EDSCHMID
  • Montaggio: PATRICIA ROMMEL
  • Scenografia: PATRIZIA VON BRANDENSTEIN
  • Costumi: MONIKA JACOBS
  • Attori: HELLEN MIRREN, CHRISTOPHER PLUMMER, PAUL GIAMATTI, ANNE-MARIE DUFF, KERRY CONDON, JAMES McAVOY
  • Destinatari: Scuole Secondarie di I grado, Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:

    Dal libro al film

    Tratto da un romando di Jay Parini, che gode dell’approvazione dei discendenti di Tolstoj, “The Last Station” è la storia di un amore a tre, tra il grande scrittore Lev Nikolaevic Tolstoj, il popolo russo e sua moglie, la contessa Sofja Bers.

    Sofja e Lev Nikolaevic sono sposati da quasi mezzo secolo e il loro amore è ancora vivo, sincero. Lei lo ha aiutato nella stesura di capolavori come “Guerra e Pace” e “Anna Karenina” (in una scena dice di aver trascritto a mano ben sette volte “Guerra e Pace”), il loro legame è indissolubile, ma quando il marito decide di diventare povero, vegetariano e di promuovere idee comuniste su uguaglianza e parità sociale, lei comincia lentamente a perderlo. Stanco delle continue e violente litigate, Lev decide di andarsene, abbandonando la moglie nella notte, per intraprendere un viaggio dove, lontano da lei, potrà concentrarsi e che gli costerà la vita.

    “The Last Station” è quindi la storia di un amore straordinario, eterno e violento. Girato con uno stile semplice, il film è però scritto in maniera ricca e articolata.

    La caratterizzazione dei personaggi non è mai banale e rende perfettamente la complessità di una vicenda, ancora tutta da chiarire.

    Quando Tolstoj, guidato o plagiato dal suo braccio destro Vladimir Chertkov, decide di cedere i diritti delle sue opere all’intero popolo russo perché essi divengano patrimonio dell’umanità, togliendo di fatto l’eredità alla moglie e i numerosi figli (tredici di cui cinque morti in tenera età), Sofja andrà su tutte le furie, rendendo di fatto la vita dello scrittore impossibile.

    Il film oscilla tra lo sguardo prevenuto di Chertkov, che descrive la contessa come una donna avida e quello di Sofja che vede nel braccio destro del marito, un velenoso serpente; per poi abbracciare definitivamente quello di un giovanissimo Valentin Bulgakov, nelle vesti di segretario personale di Tolstoj.

    Inesperto e infarcito di teorie sul Tolstojanesimo, Bulgakov restituisce allo spettatore la visione imparziale, pura, di una vicenda fatta di odi e rancori accumulati negli anni, scrivendo due diari: in uno descriverà quello che Chertkov gli ha “consigliato” di vedere, in realtà Chertkov manda il giovane Valentin a spiare la Contessa Sofja, cercando di capire quanto la moglie di Tolstoj si opponga a questa scelta di lasciare l’eredità letteraria all’intera nazione Russa; e nell’altro semplicemente quello che accade senza condizionamenti.

    Il regista decide, alla fine, di seguire la via del secondo diario, di prendere le difese della donna ferita, della moglie umiliata, dell’essere umano offeso nel suo orgoglio e nella sua stessa essenza.

    Hellen Miller è straordinaria, nel ruolo complesso di una sposa sempre in bilico tra reazioni esagerate e contegno aristocratico, rispondendo perfettamente alla duplice natura del film.

    Lev: la vita

    Tolstoj nacque a Jasnaja Poljana in provincia di Scekino (vicino a Tula) il 28 agosto 1828.

    Perse la madre, la principessa Volkonskaja, quando aveva appena due anni. Anche il padre apparteneva all’antica nobiltà russa: un antenato, il principe Petr Tolstoj, era stato uno stretto collaboratore di Pietro il Grande.

     La vita di Tolstoj fu lunga e tragica, nell’accezione più vera del termine, ossia nel senso che essa fu dominata da una profonda, segreta tensione: che si potrebbe definire una tragedia dell’anima. Come raramente capita tra gli scrittori, Tolstoj si rivelò subito un artista di grande talento: il suo primo racconto, “Infanzia” (1852) uscito sulla rivista “Sovremennik” (Il contemporaneo) e firmato solo con le iniziali, è un capolavoro, non inferiore alle opere successive, né per potenza espressiva, né per perfezione linguistica, né per sottigliezza stilistica.

    E, come ancor più raramente capita tra gli scrittori, Tolstoj ebbe un’incessante, tormentosa evoluzione interiore, lottò con sè stesso e con il mondo, e questa lotta, talora impetuosa, alimentò senza sosta l’impulso creativo.

    Rimasto precocemente orfano (anche il padre morì quando Tolstoj aveva nove anni), fu allevato da alcune zie molto religiose e da due precettori, un francese e un tedesco che diventeranno poi personaggi del racconto “Infanzia”.

    Nel 1844 si iscrisse all’università di Kazan (nell’attuale Tatarstan), prima alla facoltà di studi orientali, poi, l’anno dopo, a quella di giurisprudenza ma non arrivò mai alla laurea.

    La giovinezza dello scrittore fu disordinata, tempestosa; a Kazan passava le sue serate tra feste e spettacoli; ma intanto leggeva molto, soprattutto autori, filosofi e moralisti.

    Enorme influenza su di lui ebbe Jean-Jacques Rousseau, e non a caso una delle sueopere più importanti, scritta trent’anni più tardi, si intitolerà appunto “Confessione” (1884).

    Autori come Rousseau, Sterne, Puskin, Gogol insegnarono al futuro scrittore un principio fondamentale: in letteratura l’elemento più importante è la sincerità, la verità.

    La prima opera letteraria tolstojana nasce sotto l’influsso di Sterne: è il racconto incompiuto “Storia della Giornata di Ieri”.

    Lo scopo del racconto, secondo le parole dell’autore, era estremamente semplice e insieme complicatissimo, quasi irrealizzabile: “descrivere una giornata, con tutte le impressioni e i pensieri che la riempiono”.

    Da questo germe, si può già intravedere lo sviluppo della possente pianta: tendenza all’introspezione e alla vita reale.

    Tolstoj resterà, fino alla fine, un incrollabile realista.

    L’immaginazione, o quella che si suol chiamare fantasia, è quasi inesistente nei suoi libri. L’unica possibilità di utilizzare la fantasia consiste nell’elaborazione di qualche particolare, di qualche sfumatura che appartiene però a un oggetto assolutamente reale.

    Anche il secondo racconto, pubblicato sempre su il “Contemporaneo”, è ispirato a criteri di verità, quasi naturalistica: “L’incursione” (1853) nasce dal ricordo di un’autentica scorribanda, compiuta da un battaglione russo in un villaggio caucasico.

    Tra il 1851-53 Tolstoj partecipò alla guerra nel Caucaso, prima come volontario, poi come ufficiale di artiglieria. Nel 1853 cominciò la guerra russo-turca.

    Su sua richiesta, Tolstoj viene trasferito in Crimea, a Sebastopoli, dove si combatteva sul famoso quarto bastione. In Crimea, egli fece la vita del soldato, combatté coraggiosamente, affrontò pericoli d’ogni sorta, osservò tutto con attenzione, vide in faccia la morte, e tuttavia gli avvenimenti più tragici avvenivano dentro di lui: si sentiva inquieto, costantemente in bilico tra la vita e la morte.

    In una nota di diario del 1854 osservava:”La cosa più importante per me è liberarmi dai miei difetti: la pigrizia, la mancanza di carattere, l’irascibilità”. La guerra di Crimea, violenta e rovinosa per l’esercito russo, lasciò un solco profondo nel giovane Tolstoj, e gli diede materiale per una serie di racconti: il ciclo dei tre “Racconti di Sebastopoli” (1855) e poi “Il taglio del bosco” (1855), “La tempesta di neve” (1856) e “I due ussari” (1856).

    Ispirate alle violenze della guerra, queste opere sconvolsero la società russa per la spietata verità, l’assenza di qualsiasi forma di romanticismo guerriero o di patriottismo sentimentale: nessuno prima di lui aveva descritto la guerra in quel modo.

    Era una voce nuova anche nella letteratura mondiale.

    La censura a malincuore autorizzò la pubblicazione dei tre “Racconti di Sebastopoli”: voleva vietare il secondo “per l’atteggiamento derisorio nei confronti dei nostri coraggiosi ufficiali”, ma alla fine cedette, pur imponendo tagli e modifiche.

    Nel 1856 i racconti vennero raccolti in un volume con il titolo “Racconti di guerra”.

    Gli anni successivi furono molto duri per Tolstoj: anni di ricerche, di viaggi, di interesse per l’istruzione popolare, di attività di giudice di pace nelle contese tra proprietari e contadini durante il periodo delle riforme.

    Nei nove anni che vanno dai “Racconti di guerra” alla prima parte della grandiosa epopea “Guerra e pace” (1865), Tolstoj pubblicò pochi racconti, il mediocre “Felicità familiare” (1856) e lo straordinario “I cosacchi” (1863), ispirato ai ricordi del Caucaso, un autentico capolavoro, lungamente elaborato nel corso di un decennio.

    Anche se sono evidenti gli echi della lettura rousseauiana, il racconto è attualissimo come poche altre opere di Tolstoj, forse solo come “Anna Karenina”, in cui si esprime con entusiasmo la nostalgia per la vita a contatto con la natura, semplice, felice.

    Intanto lo scrittore viaggiava per l’Europa, molte cose lo attiravano, molte altre lo sconvolgevano: il potere dei potenti, la povertà dei poveri, la pena di morte. Ma non meno lo angosciava la vita russa, specialmente la vita dei contadini.

    In questi anni cominciava a manifestarsi in modo sempre più evidente una caratteristica fondamentale della personalità tolstojana: l’insoddisfazione di se stesso, della propria esistenza, della propria opera. Come Olenin, l’eroe de “I Cosacchi”, che rifiuta la società falsa e ipocrita per rifugiarsi nel Caucaso, così Tolstoj, all’inizio degli anni sessanta, decise di abbandonare gli impegni mondani, ivi compresi quelli letterari, per rifugiarsi nella propria tenuta e occuparsi dell’istruzione dei bambini del villaggio nella scuola da lui stesso fondata.

    Nel 1862 sposò la figlia di un medico Sofja Bers, da cui ebbe tredici figli, cinque dei quali morti in età precoce.

    Il desiderio di non trasformare la propria arte in professione, di non riceverne vantaggi materiali, di non vivere nel lusso, di non possedere alcunché, tutte idee nient’affatto condivise dalla moglie di Tolstoj, furono alla base di un profondo e interminabile conflitto familiare.

    La famiglia, pur continuando a stare insieme, si “divise” con la maggior parte dei figli che propendevano per la madre e Tatjana che era forse l’unica a stare dalla parte del padre.

    Nel 1901 il Santo Sinodo scomunicò Tolstoj per le sue idee anarchico-cristiane e anarco-pacifiste. Konstantin Pobedonostsev chiese addirittura allo zar di rinchiudere con la forza Tolstoj in un convento.

    Ma ormai lo scrittore aveva raggiunto una fama enorme e le persecuzioni non facevano che aumentarne la popolarità, tanto che la sua eliminazione fisica era ritenuta imprudente dagli stessi vertici politici, i quali si rendevano conto che in tal modo lo avrebbero reso un martire, scatenando grandi rivolgimenti sociali.

    Jasnaja Poljana era meta di pellegrinaggi da tutte le parti della Russia e del mondo.

    Tolstoj fu raggiunto nella sua residenza, da persone di ogni età ed estrazione sociale (tra cui Victor Lebrun) che avevano letto i suoi scritti proibiti e ne ammiravano profondamente il pensiero morale e sociale.

    Sulla spinta di Vladimir Chertkov, nacque, in questi anni, la corrente del tolstoismo, ispirata all'etica religiosa di Tolstoj e i cui seguaci saranno poi violentemente perseguitati sotto il regime comunista. Nei racconti di quest'ultimo periodo, si avverte un'oscillazione continua: da una parte la fede nell'amore universale, nell'avvento del regno dell'armonia attraverso mezzi pacifici, dall'altra la constatazione dell'estrema distanza tra tale avvento e la realtà.

    Così ci sono i racconti "popolari", dove Tolstoj rappresenta l'ideale del contadino che tutto perdona e tutto sopporta, della non resistenza al male e del perfezionamento morale come unica possibile salvezza, e i racconti che riflettono la storia in cui Tolstoj vive, la problematica della rivoluzione e la sua giustificazione (“Divino e Umano” (1905); “Perché?” (1906); “Chi sono gli assassini” (1908-1909)). Alla crudeltà del mondo, conclude Tolstoj, l'uomo giusto non può che opporre la propria rinuncia, la propria mansuetudine, la propria solitudine.

    Già nel 1891 Tolstoj aveva dichiarato di rinunciare ai diritti d'autore di tutte le sue opere scritte dopo il 1880: questa decisione coincideva con le sue idee sulla proprietà e sull'arte che vennero poi raccolte nel lungo articolo “Che cos'è l'arte?” (1897-1898).

    In questa "geremiade" sull'arte in generale e sulla sua in particolare, Tolstoj scrive: "L'arte del nostro tempo è diventata una prostituta... L'autentica opera d'arte nasce nell'anima dell'artista, come frutto dell'esistenza precedente, esattamente come l'atto di concepimento nella donna". E più oltre: "Da quando l'arte è diventata una professione, si è indebolita la sua caratteristica fondamentale, la sincerità".

    Nel perdurante conflitto familiare e nel continuo suo conflitto interiore, Tolstoj cercò molte volte di andarsene da casa: l'incoerenza tra i suoi discorsi e il suo modo di vivere gli causavano enorme sofferenza: il 28 ottobre 1910 lo scrittore si allontanò di nascosto da Jasnaja Poljana, diretto in Crimea, ma in viaggio si ammalò e mori di polmonite nella stazione ferroviaria di Astapovo.

    È sepolto nei pressi della sua casa. La sua tomba è semplicissima, con il cumulo di terra e la sola erba, senza croce, senza nome, sull'orlo di un piccolo burrone. Scelse lui il luogo.

    Lev Tolstoj scrittore

    Ma il destino di Tolstoj non poteva essere quello di un tranquillo proprietario di campagna, tanto più che la felice vita familiare stimolava i suoi istinti creativi: in sette anni portò a termine “Guerra e pace” (1863-1869).

    La scelta, almeno nei primi anni, di un tema storico, di fatti avvenuti cinquant'anni prima, non era un rifiuto a partecipare ai dibattiti sulle "grandi riforme", sullo scontro tra liberali e conservatori, sui primi attentati terroristici (o anarchici come allora venivano chiamati), anzi era una risposta proprio a quei dibattiti, agli attacchi dei democratici contro la struttura nobiliare, alla campagna per l'emancipazione della donna. Molte delle nuove idee furono accolte da Tolstoj con scetticismo. Il suo ideale era una società "buona" e patriarcale, era la purezza della vita secondo natura.

    Guerra e Pace 

    In “Guerra e pace” Tolstoj affrontò questioni fondamentali di carattere storico-filosofico, come il ruolo del popolo e dell'individuo nei grandi avvenimenti storici. Contrapponendo Napoleone al generale russo Kutuzov, l'autore volle polemicamente dimostrare la superiorità di Kutuzov che aveva capito lo spirito delle masse e aveva afferrato l'andamento degli eventi.

    Le due linee centrali del romanzo sono indicate dal titolo stesso: la "guerra" e la "pace". Attraverso l'intrecciarsi dei due motivi nasce un'unità, una sintesi dell'estetico e dell'etico, una “summa” della vita russa dell'inizio del XIX secolo, vista dall'interno.

    Due sono le date entro cui scorrono gli avvenimenti: il 1805, anno della prima, sfortunata campagna contro Napoleone che si chiude con la sconfitta di Austerlitz, e il 1812, anno della gloriosa guerra in patria che vede insorgere tutto il popolo russo in difesa del territorio nazionale.

    E se l'ambiente sociale in cui si muovono i protagonisti è l'alta nobiltà moscovita e pietroburghese, il sostrato autentico verso cui tendono è il popolo, la nazione contadina, per lo più passiva, ma che, nei momenti cruciali, riesce a imporre la propria volontà.

    Nel ritrarre la nobiltà Tolstoj non nasconde il proprio rifiuto, la propria intransigenza: pone da un lato il clan dei depravati Kuragin, malvagi portatori di male, di corruzione, e dall'altro i Rostov, serena immagine di una classe in declino, incapace di gestirsi economicamente ma portatrice di valori ancora accettabili.

    Su questo sfondo si stagliano i tre protagonisti, il cui cammino spirituale sovrasta quelli di tutti gli altri personaggi: il principe Andrej Boikonskij, fin dalle prime pagine in polemica con la società salottiera pietroburghese, è attratto dal sogno di gloria di un atto eroico (battaglia di Austerlitz), passa poi attraverso stadi di scetticismo e di indifferenza per rinascere alla vita attraverso l'amore per Natasha. La sua morte è un doloroso processo di illuminazione ed elevazione spirituale, simile a quello di Ivan I l'ic.

    Anche Pierre Bezukhov entra nel romanzo contestando le idee dei nobili vicini alla corte: ma, personaggio più sensuale di Andrej, viene inizialmente attratto dai falsi valori impersonati dai Kuragin, che lo spingono a stravizi e a un matrimonio senza amore con la bellissima Hélène, sorella di Anatole Kuragin. Il desiderio di autoperfezionamento lo spinge poi verso la massoneria ma la maturazione profonda avviene a contatto con il popolo di soldati-contadini durante la prigionia e soprattutto attraverso l'incontro con Karataev, l'uomo giusto per eccellenza. Pierre incarna il vero, profondo tema universale del romanzo (affine in questo a Levin di “Anna Karenina” e a Nechljudov di “Resurrezione”): il tema dell'eterna ricerca, del continuo conflitto tra la realtà esterna, storica, e l'individuo che tende alta purificazione interiore.

    Natasha Rostova è una forza della natura, simbolo vivente di una inafferrabile realtà politica, dell'"armonia del mondo" secondo Tolstoj, e,in questo senso estranea ai tormenti intellettuali di Andrej. La sua spontaneità, la sua grazia, i suoi impeti infantili si maturano faticosamente attraverso l'amore e la morte di Andrej, la volgare seduzione di Anatole Kuragin, il portatore del male che tenta anche lei, e infine l'incontro amoroso con Pierre.

    Anna Karenina

    Il romanzo successivo, “Anna Karenina” (1873-1877), è un'opera aggressiva e polemica, che affronta gran parte dei problemi sociali di quegli anni. L'azione del romanzo si svolge in un ambiente che Tolstoj conosceva perfettamente: l'alta società della capitale. Tolstoj denuncia tutte le segrete motivazioni dei comportamenti dei personaggi, le loro ipocrisie e le loro convenzioni, e forse, quasi senza volerlo, mette sotto accusa non Anna, colpevole di aver tradito il marito ma la società, colpevole di averla spinta al suicidio.

    La forza di Tolstoj artista si identificava con la potenza di Tolstoj moralista, il quale toglieva a chiunque l'arbitrio di giudicare, perché solo Dio può giudicare, come è detto nelle bibliche parole dell'epigrafe: "A me la vendetta, io farò ragione".

    Anna Karenina è l'antecedente di tutta una serie di romanzi del XX secolo, costruiti secondo i principi della psicoanalisi.

    In molti punti il romanzo è autobiografico: nel personaggio di Levin, dedito alla conduzione delle proprie terre e alla famiglia, Tolstoj rappresenta se stesso, mentre in alcuni splendidi personaggi femminili (non in Anna) sono riconoscibili certi tratti della moglie, che peraltro aiutò Tolstoj nella stesura dell'opera, consigliandolo su come far procedere la trama.

    Resurrezione

    Nell'ultimo grande romanzo “Resurrezione” (1889-1899) Tolstoj descrive l'angoscia profonda dell'uomo di coscienza (e in primo luogo dell'autore) stretto nel meccanismo della burocrazia statale, nel ferreo "ordine delle cose".

    Il romanzo denuncia, in particolare, la disumanità delle condizioni carcerarie e l'insensatezza delle istituzioni giudiziarie. Qual è la via di scampo?

    Un nuovo approccio alla morale cristiana intesa, non tanto come fede nel divino quanto come iniziativa etica, atta a migliorare concretamente la vita degli uomini su questa terra, nello spirito del Discorso della montagna, ripetutamente citato da Tolstoj in quest'ultima sua grande opera.

    Nechijudov, il protagonista del romanzo, vive le medesime rivoluzioni interiori dell'autore: l’iniziativa di donare (o meglio, "restituire") i propri possedimenti terrieri ai contadini, la volontà di rinunciare alla vita sfarzosa e mondana e di dedicare la propria esistenza al servizio degli ultimi ed alla liberazione degli oppressi.

    Anche Katiusha, la figura femminile con la quale e attraverso la quale Nechijudov cerca un riscatto, rappresenta una parabola ascendente di redenzione morale.

    La "resurrezione" dei protagonisti è quindi da non intendersi in senso letterale ma nell'accezione metaforica di una rinascita etica, simile a quella vissuta (o perlomeno disperatamente cercata, nonostante le contrapposizioni con la moglie e i familiari) dallo stesso Tolstoj.

    L’etica della non violenza di Tolstoj

    Il significato universale delle opere di Tolstoj sta nella loro forza morale.

    La teoria della “non resistenza al male” è l’anima di questa forza di cui si può forse tentare una definizione: vivere secondo verità, cioè secondo coscienza, amando il proprio prossimo come sé stessi tanto da non reagire mai con violenza alla violenza altrui.

    L’amore, addirittura per i propri nemici e il porgere evangelicamente la guancia, ricambiando il male col bene affinché sempre più tasselli di bene possano contribuire, infine, alla costituzione di un mondo migliore, è l’espressione un po’ utopica della sua etica.

    Tolstoj sapeva quanto fosse difficile realizzare, in terra, l’ideale d’amore del Vangelo – dato che il mondo è mal costruito e quindi gli uomini faticano a liberarsi dal peccato – ma sapeva anche che ciò non può giustificare l’uomo a “non vivere come deve” (Ivan I l’ic. morendo si disperava perché si era reso conto che “non era vissuto come avrebbe dovuto e di conseguenza la sua vita era trascorsa priva di senso).

    Quanto il mondo russo dell’Ottocento fosse ingiusto è messo da Tolstoj in evidenza, provando disagio interiore profondo e con crescente orrore e sofferenza per la sorte dei più sfortunati e vessati dalle strutture sociali dell’epoca.

    Nell’articolo “Non uccidere!” dedicato all’assassinio del re d’Italia Umberto I da parte dell’anarchico Gaetano Bresci, Tolstoj scrisse: “L’attuale struttura della società alimenta l'egoismo della gente, pronta a vendere la propria libertà e il proprio onore per un piccolo vantaggio economico” .

    Tolstoj era contrario a qualsiasi tipo di assassinio, cosi come alle condanne a morte e ad ogni uso punitivo della giustizia, perché l’odio non fa che generare altro odio e soltanto l'amore e il perdono possono liberare la società dall’odio, dalla sofferenza e dall'egoismo.

    All'egoismo, difetto umano per eccellenza, Tolstoj attribuisce una forza gigantesca, poiché ritiene che addirittura intere società si basino su di esso. Ecco perche il mutamento dell’anima di ogni singolo individuo, con tutto il suo egoismo, è strettamente collegato col mutamento del mondo e l’una cosa è impensabile senza l'altra.

    L’egoismo ha molte osservazioni per smascherarlo: talora può spacciarsi per altruismo spesso può avere una tale violenza da uccidere non solo chi lo nutre in sé ma anche chi è vicino, perché ogni crudeltà umana ha la sua radice proprio nell’egoismo.

    A differenza di parecchi suoi contemporanei, che ritenevano doversi prima mutare la struttura del mondo e, in secondo luogo, occuparsi dell’individuo con la sua morale inconsistente e la sua fragile coscienza, Tolstoj era convinto che bisognasse occuparsi di tutti e due contemporaneamente, altrimenti si finisce con fare questo ragionamento: “sistemerò l’appartamento e vivrò secondo coscienza, ma per il momento, finché ci saranno muri sporchi e mobili vecchi, ho il diritto di vivere in modo disonesto".

    Nei confronti di tale ragionamento - che attribuisce ai muri sporchi la responsabilità delle azioni disoneste dell’uomo - Tolstoj gridò energicamente il suo no, scrivendo: "Guardate in voi stessi vergognatevi dei muri sporchi della vostra anima, cambiate i vecchi mobili delle vostre cattive abitudini, questo sarà utile a tutti, servirà a cambiare la corrotta struttura del mondo".

    Difatti, per Tolstoj, il perfezionamento morale della società può passare solo attraverso il perfezionamento morale degli individui, quindi ogni singolo individuo che voglia cambiare il mondo deve prima di tutto cambiare se stesso, eliminando l’egoismo dalle proprie azioni quotidiane e preoccupandosi costantemente di rendere felici, con atti concreti, le persone con le quali ha occasione di entrare in contatto.

    L’etica di Tolstoj non si limita ai rapporti infraumani, ma si allarga, in uno sforzo di amore e rispetto, verso tutte le forme di vita che popolano il pianeta, compresi gli animali, perciò Tolstoj stesso scelse per sé uno stile alimentare vegetariano e, nell'articolo, “Il primo gradino”, condannò la crudeltà con la quale l'uomo alleva, imprigionandoli e uccidendoli ,esseri assai simili a lui – come maiali e mucche - solo per il piacere della propria gola.

    Secondo Tostoj, giacché l'uomo è il più evoluto fra gli animali, deve prendersi cura degli animali inferiori e del loro benessere, anziché sfruttarli con la violenza.

    Molto è stato scritto sul “Dio” di Tolstoi, cioè su cosa egli intendesse per “Dio”, parola utilizzata spesso nei suoi scritti morali.

    Il “Dio” di Tolstoj non era un Dio personale e sicuramente non un “Dio” crudele o vendicativo, ma assomigliava per certi versi alla Sostanza di Spinoza, e per altri versi, all'Anima del mondo di cui parlavano i filosofi rinascimentali.

    A volte con "Dio" Tolstoj sembra intendere semplicemente la coscienza umana, altre volte una presenza spirituale al di fuori dell'uomo ma dalla quale nulla è escluso e di cui l'uomo stesso fa parte, poiché Dio è unione, Dio e Amore .

    Alcuni propugnatori della dottrina di Tolstoj, soprattutto per azione di Vladimir Chertkov, diedero addirittura vita (in maniera autonoma e non certo per iniziativa dello stesso Tolstoj, che era scettico verso tutto ciò che assomigliasse ad una setta) ad una vera e propria corrente filosofico-religiosa che prese il nome di Tolstoianesimo.

    Il Tolstoismo

    Il Tolstoismo, o Tolstoianesimo, è una corrente religiosa, nata agli inizi del Novecento e fondata sulla dottrina di Lev Tolstoj (1828 – 1910).

    Influenzati dagli insegnamenti evangelici di Gesù Cristo, i Tolstoisti non si definiscono cristiani, sebbene spesso guardino a Gesù Cristo, come a un uomo illuminato. Il fondatore del Tolstoismo si può considerare Vladimir Chertkov (1854 - 1936), il quale, confidente dello scrittore tra i più sinceri e fidati, lo assistette fino in punto di morte.

    Lontani da ogni ideologia politica, essi si sono guadagnati l’appellativo di anarchici. In realtà, tale definizione è scorretta. Essi riconoscono infatti Dio come suprema autorità, sono fautori di un'organizzazione di stampo collettivista e lottano per la costituzione di uno stato ideale in cui tutti gli uomini ricoprano un ruolo di medesima rilevanza e la ricchezza sia equamente distribuita.

    A causa delle loro credenze, i Tolstoisti scelgono sovente una dieta vegetariana e sono essenzialmente pacifisti e difendono appieno la nonviolenza in tutte le circostanze, tranne che nell'autodifesa.

    Essi basano questa convinzione sui comandamenti di Cristo, dunque sulla "non-resistenza", sull'"amore per il nemico" e sul "porgere l'altra guancia".

    Influenzato da Tolstoj, Gandhi portò avanti la sua stessa convinzione lottando per la liberazione dell'India. I primi Tolstoisti ebbero problemi col regime zarista, e ancor più coi Bolscevichi. Intorno al 1930, molti Tolstoisti si dovettero rifugiare in Siberia per non essere considerati kulaki, ma la polizia di Stalin li arrestò comunque, relegandoli nei campi di lavoro forzato tra il 1936 e il 1939.

    Annotazioni storiche di L.D.F.

    La Russia nella seconda metà del XIX secolo

    Alessandro II Romanov

    Alessandro II (1818-1881) fu zar di tutte le Russie dal 1855 alla sua morte.

    Dopo la sconfitta di Crimea (1855) e il congresso di Parigi (1856) che penalizzarono pesantemente la nazione russa, Alessandro II si aprì alle pressioni di alcuni colti riformisti, concedendo contro il parere della nobiltà:

    a) L’emancipazione dei servi della gleba, emancipando, come esempio, per primo, i suoi servi.

    b) La libertà personale ai servi delle città e a quelli delle proprietà terriere.

    c) La facoltà concessa ai servi della gleba, emancipati, di riscattare i due terzi delle terre, fino allora in possesso esclusivo dei nobili cui rimaneva un terzo delle proprietà.

    d) L’autorizzazione per i servi della gleba di costituirsi in comunità rurali o “mir” cui veniva data la facoltà di prendere decisioni relative alla società contadina locale.

    Alessandro II attuò anche una riforma giudiziaria e una riforma a favore dell’insegnamento. Tutte queste aperture dello zar in campo politico-sociale, fecero sperare ai polacchi, da anni sotto il giogo russo che venissero almeno loro riconosciute le autonomie, perse con la rivolta del 1830.

    Lo zar fu sordo alle loro richieste e quando, nel 1863 in Polonia, scoppiò una rivolta, questa fu repressa duramente. Intanto, in Russia, aumentava lo scontento, sia logicamente da parte della nobiltà che dei contadini, i mugik, che, dovendo riscattare le terre, si trovavano pesanti balzelli sulle spalle.

    Nella politica estera, Alessandro II, dopo alcune vittorie contro l’impero cinese e in India, con l’appoggio della Germania volse la sua attenzione alla penisola balcanica, cercando di conquistarla politicamente e militarmente e creando, nel marzo 1878, la “grande Bulgaria”.

    Si stavano riproponendo i motivi politici che avevano determinato la guerra di Crimea, nel 1855; l’affacciarsi della Russia sul mare Mediterraneo.

    Le aspirazioni di Alessandro II si frantumarono, pochi mesi dopo (luglio 1878) nel Congresso di Berlino. Le perdite subite e la sconfitta politica al Congresso, rafforzarono, in Russia, l’opposizione al regime autocratico zarista e, dopo il 1878, numerosi attentati vennero compiuti contro nobili, ministri e funzionari di ogni grado da elementi anarchico-nichilisti. Il movimento nichilista divenuto sempre più forte, nel 1880, condannò a morte lo stesso zar.

    Dopo due attentati falliti, un’azione dinamitarda uccise Alessandro II il 13 marzo 1881.

    A lui successe il secondogenito, Alessandro III (il primogenito Nicola era morto prematuramente) che regnò fino al 1894. A

    lla sua morte divenne zar di tutte le Russie Nicola II. Con lui e con la sua famiglia, nel 1918, si concluse ad Ekaterimburg, tragicamente, la dinastia dei Romanov.

    L’anarchia

    Tracce di dottrina sull’anarchia si possono già trovare negli scritti di alcuni filosofi cinici e di alcuni sofisti dell’antica Grecia .

    L’anarchia, come movimento politico-sociale, “è contrario a ogni forma istituzionale e organizzativa di tipo coattivo, predicando una forma di governo, nel rispetto della libertà di tutti e per tutti, condizionata alla ricerca del bene individuale che porterà la società al bene comune”.

    Questo idealistico sistema sociale venne visto dai governi costituiti, fin dal Medioevo, come uno stato di confusione e di disordine in cui il governo non aveva più l’autorità necessaria per “fare da arbitro tra gli antagonismi economico, politico e sociale”. Il primo che cercò di creare una teoria sull’anarchismo fu, nel 1793, William Godwin che affermò la libertà di ciascuno di darsi una propria legge morale e di cercare una propria libertà individuale.

    Passando, poi, dall’individualismo cristiano di Tolstoj (la didattica nella sua scuola di Jasnaja Poljana) all’esistenzialismo distruttivo di Nietzsche, si giunse, nel 1840, con Proudhon alla teorizzazione di una forma anarchico-sindacalista, in base alla quale si affermava la necessità di eliminare la proprietà privata, considerata un “furto”, perpetrato ai danni della società.

    L’organizzazione, sul piano internazionale, della teoria anarchica si deve al russo Bakunin che, dopo essersi avvicinato a Marx, nel 1872, se ne allontanò, affermando che ogni potere tradiva il popolo nella misura in cui intendeva perpetuarsi.

    Questa affermazione, fatta propria dai nichilisti russi, fece sì che essi organizzassero gli attentati per cui, oggi, sono ricordati più che per le loro idee.

    Il nichilismo

    Il nichilismo fu un orientamento ideologico-politico che nacque, in Russia, nella seconda metà del secolo diciannovesimo, dopo la sconfitta di Crimea (1855) e il fallimento delle riforme sociali dello zar Alessandro II.

    I nichilisti russi, nel corso della loro storia, non organizzarono mai un partito ma vivevano, “ab initio”, condizionandosi l’un l’altro in uno “stato di disperazione”.

    Questo stato d’animo si diffuse tra l”’intellighenzia” (medici, avvocati, ingegneri, tecnici agrari, ecc) dopo che lo zar, visto il fallimento delle sue riforme, ordinò al governo, alla polizia e all’esercito di procedere a una dura reazione contro coloro che avevano sperato in lui e non si volevano rassegnare.

    Il nichilismo, come corrente socio-politica anarchica non violenta, fu fondato in Russia da due intellettuali, Dobroljubov e Pisarev nel 1860 e negava la fatalità del male considerando che solo una società che si basasse su principi scientifici avrebbe portato il benessere alle masse.

    I primi nichilisti, seguaci del positivismo, basavano il bene di tutta l’umanità sul predominio della scienza di fronte a ogni autorità costituita.

    Nel 1870, il nichilismo (nome che mai si dettero i seguaci di questa corrente di pensiero ma che fu coniato dai loro avversari), sotto l’influenza di Cernysevskij, un intellettuale tornato dalla deportazione in Siberia, si orientò verso uno studio più approfondito della situazione russa e sulla possibilità che venissero pianificati attentati contro chi deteneva il potere.

    E anche se l’organizzazione di azioni violente contro il potere costituito non rientrasse nel programma originario del movimento, Cernysevskij entrò in contatto con Bakunin che già propugnava l’attentato come azione contraria a qualsiasi governo e i nichilisti fino alla rivoluzione russa (1917), compirono molti atti che contarono numerose vittime e non solo tra coloro che avrebbero dovuto essere colpiti. A loro si deve, dopo due tentativi falliti, l’azione dinamitarda che, nel 1881, uccise lo zar Alessandro II.

  • Spunti di Riflessione:

    di L.D.F.

    1)Tolstoj nato da una nobile famiglia, perse la madre a due anni. Quanto contò questa perdita nell’evoluzione interiore dello scrittore?

    2) Tolstoj, uomo nobile di nascita, proveniente da una ricca famiglia e grande scrittore, ebbe una vita travagliata per un profondo senso di insoddisfazione, nonostante i successi sociali e letterari. Si può affermare che quest’ansia continua di raggiungere uno scopo, anche indefinito, sia alla base del lavoro e della produzione artistica di grandi uomini, impeganti in ogni settore del mondo dell’arte?

    3) Tolstoj fin dalla sua giovinezza, pose in discussione la classe cui apparteneva, la nobiltà. Questa sua posizione dissacratoria divenne più evidente negli anni della maturità e della vecchiaia. Quando e per quali motivi?

    4) Nel 1901, Tolstoj venne scomunicato dal Santo Sinodo “per le sue idee anarchico-cristiane e anarco-pacifiste. Nonostante la scomunica, lo scrittore potè continuare a vivere tranquillamente in Russia. Perché? Cosa temeva la Chiesa ortodossa e soprattutto lo zar Nicola II se si fossero presi provvedimenti punitivi e coercitivi nei suoi riguardi?

    5) La situazione storico-politica della Russia, durante tutta la vita di Tolstoj (1828-1916), fu pervasa da sommovimenti socio-culturali che crearono lotte e ribellioni, soprattutto nel 1855 da parte dei servi della gleba a causa della loro partecipazione alla guerra di Crimea. Perché? Quale decisione prese lo zar Alessandro II che portò a loro richieste, fino ad allora ritenute impossibili?

    6) Quale fu la posizione di Tolstoj riguardo il suddetto problema di grande rilevanza sociale e politica?

    7) Quanto contribuirono gli scritti di Tolstoj all’abolizione della servitù della gleba, nel 1861?

    8) La Russia durante tutto il secolo XIX fu, in Europa, il paese più povero e, nello stesso tempo a più alta densità demografica. I russi, nella maggioranza, erano alla fame e la Russia era sottovalutata come stato nella scacchiera mondiale. Questo fatto determinò il sorgere di movimenti anarchici come il nichilismo , cui si deve l’assassinio nel 1981 dello stesso zar. Approfondite l’argomento.

    9) Eppure Alessandro II quando salì al trono, realizzò aperture politico-sociali che fecero sperare il popolo russo. Perché fallirono?

    10) Nel 1862, Tolstoj sposò la figlia di un medico, Sofja da cui ebbe 13 figli (cinque dei quali morti prematuramente). Fin dai primi anni di matrimonio nonostante una vita familiare sostanzialmente serena, ci furono, tra i due coniugi, dissapori per questioni economiche. Eppure Tolstoj, visto il grandissimo successo delle sue opere letterarie, avrebbe potuto condurre (e far condurre alla sua famiglia) un “modus vivendi” più che agiato. Perché ciò non accadde? Quale fu la scelta di vita che fece Tolstoj?

    11) Perché la crisi tra Tolstoj e sua moglie scoppiò dopo quasi 50 anni di matrimonio? Quale ruolo giocò, nel sorgere e nell’acuirsi di questo dissidio, Chertkov, il più fidato discepolo di Tolstoj?

    12) Tolstoy era ormai anziano: aveva 84 anni. Ma la decisione che egli prese e che diseredò la sua famiglia fu presa in piena capacità sia di intendere che di volere oppure (come credeva Sofja) perché il marito era oramai succube di Chertkov?

    13) Chertkov, è indubbio, avesse un’enorme influenza su Tolstoj altrimenti non sarebbe riuscito nel convincerlo a prendere una decisione nei riguardi di Sofja che provocò nella donna risentimento e dolore. Quale fu questa decisione?

    14) Valentin e Masha sono altri due personaggi che agiscono nella storia. Quale ruolo dovrebbero, secondo voi avere nello svolgersi della lotta, senza esclusione di colpi, tra Sofja e Chertkov? Sono solo spettatori oppure debbono rappresentare una sia pur minima normalità nell’ambito di una situazione anormale?

    15) Il senso di inadeguatezza che visse sempre lo scrittore e le difficoltà di sopravvivere del popolo russo portarono Tolstoj alle idee comuniste e alla decisione di trasformare la sua casa di Jasnaja Poljana in una comune. Tolstoj era intelligentissimo e colto però molti pensano che, nella vecchiaia, fu facile influenzarlo a prendere una tale decisione con l’entusiasmo di un giovane rivoluzionario come Chertkov. Qual è la vostra opinione in merito?

    16) L’ultima stazione è il luogo in cui la contessa Sofja riesce, dopo una lunga lontananza, a rivedere suo marito prima che egli muoia. Tra loro, per cinquanta anni, c’è stato un grande amore fino a che una decisione di Tolstoj aveva provocato una dura reazione da parte della contessa. Comunque è un addio fra due persone che si sono amate. Commentate.

    17) L’etica della non violenza di Tolstoj ha influenzato, nel corso degli anni, una corrente di pensiero che dal suo nome si chiamò tolstojsmo. Approfondite l’argomento.

    18) Il pensiero di Tolstoj venne, in seguito, definito individualismo cristiano in opposizione all’esistenzialismo distruttivo di Nietzsche. Effettuate ricerche in merito.

    19) Tolstoj, a Jasnaja Poljana, una casa dove era nato e ormai anziano si era ritirato, aprì una scuola per i figli dei contadini in cui cercò di realizzare i principi dell’individualismo cristiano di cui parliamo nella domanda precedente.

    20) La didattica applicata nella scuola di Tolstoj, in breve, venne conosciuta in tutto il mondo. Effettuate una ricerca sul metodo e sui programmi di insegnamento della scuola tolstojana.

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