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Il tempo che ci rimane

Informazioni aggiuntive

  • Sinossi:

    Elia Suleiman, il regista del film, ritorna a Nazareth, il luogo della sua infanzia e ricorda, andando indietro con la memoria fino al 1948, quando si costituì il nuovo Stato di Israele e tutti i palestinesi che non subirono la tragicità della diaspora, decidendo di rimanere nel loro paese, affrontarono una realtà altrettanto tragica: stranieri in una terra loro e definiti spregiativamente da tutti “arabi-israeliani”. Comunque Fuad, il padre di Elia, nonostante le difficoltà che era consapevole si sarebbe trovato ad affrontare decide, comunque, di rimanere a Nazareth, non avendo cuore di lasciare la sua casa.

    E la storia di Fuad e dei suoi, narrata dal figlio si snoda, entro l’arco di 60 anni, “compressa”, come scrive Fabio Ferzetti di “Il Messaggero”, quotidiano romano, in una serie di interni domestici: praticamente la tragedia feroce della guerra latente continua e subdola degli israeliani contro i palestinesi rimasti è vissuta dentro la casa di Fuad che, per scelta del capofamiglia, nonostante tutto, è rimasta la casa sua e dei suoi.

    I ricordi del regista partono, come si è già scritto sopra, dal 1948 quando, con lo Stato di Israele, appena costituito, Nazareth venne attaccata e conquistata da soldati israeliani, travestiti da palestinesi che però, temendo la reazione internazionale, non la distrussero come avevano fatto con altre città, abitate da palestinesi.

    I ricordi proseguono con la descrizione della vita del padre, ex combattente che cerca di metabolizzare la sconfitta, pur sopportando un vicino fastidioso che non si rassegna alla situazione.

    Talvolta il film di Suleiman contiene spunti ironici che, però, vista la situazione, provocano, non solo rabbia ma anche tanta tenerezza come quando Fuad, non rinuncia al piccolo piacere di andare a pesca di notte e viene accusato di traffico d’armi; oppure quando, a una proiezione scolastica di “Spartacus” di Stanley Kubrick, la professoressa censura il film nel momento in cui il gladiatore passa, dalla lotta contro i romani di stampo anticolonialista, a scene d’amore; oppure quando, sempre in una scuola, un coro palestinese vince una gara cantando canzoni israeliane. Sono tutti spaccati di vita di una comunità che prova a vivere dignitosamente nonostante tutto.

    E così Suleiman, con lieve ironia, passa dalla distruzione, vista da lontano, di una casa palestinese, allo sguardo di nostalgia di un soldato israeliano che guarda i suoi coetanei palestinesi ballare in una casa, alla scena più divertente, anche se dolorosa del film, quando si vede il cannone di un carro armato israeliano seguire, passo passo, un palestinese che esce di casa per gettare l’immondizia e poi passeggia avanti e indietro, telefonando, mentre il cannone, imperterrito, lo segue.

  • Regia: ELIA SULEIMAN
  • Titolo Originale: The Time That Remains
  • Distribuzione: BIM DISTRIBUZIONE
  • Produzione: BIM DISTRIBUZIONE
  • Data di uscita al cinema: 4/06/2010
  • Durata: 105'
  • Sceneggiatura: Elia SULEIMAN
  • Direttore della Fotografia: Marc-André BATIGNE
  • Montaggio: Véronique LANGE
  • Scenografia: Sharif WAKED
  • Costumi: Judy SHREWSBURY
  • Attori: Elia SULEIMAN, Saleh BAKRI, Samar QUDHA TANUS, Shafika BAJJALI, Tarek QUBTI, Zuhair Abu HANNA, Ayman ESPANIOLI, Bilal ZIDANI, Leila MOUAMMAR, Yasmine HAJ, Amer HLEHEL, Nina JARJOURA, Georges KHLEFI
  • Destinatari: Scuole Secondarie di I grado, Scuole Secondarie di II grado
  • Approfondimenti:
     
    Intervista a Elia Suleiman

    Il tempo che ci rimane è più politico degli altri suoi film?

    I miei film si ispirano alla mia vita quotidiana.

    Quando vivi in una zona sensibile come il mio paese, la politica fa semplicemente parte della vita. Si dà il caso che la Palestina subisca un eccesso di esposizione mediatica, col conseguente risultato di lasciare campo libero agli ideologi sia a sinistra, sia a destra. Ho sentito che la mia sfida era quella di sottrarmi a questo approccio semplicistico e di fare film in cui non ci fosse nessuna lezione di storia da impartire.

    Mi sono focalizzato su momenti di intimità familiare, con la speranza di non ottenere altro che il piacere del pubblico e una certa verità nel modo di girare. Se raggiunge questo scopo, il film diventa universale e il mondo stesso diventa Palestina.

    Se questo dovesse suscitare un interesse per la dimensione politica, lo spettatore potrà andare in libreria o in biblioteca – invece di guardare la Tv – e scoprire altro ancora sui personaggi che lo hanno commosso. Non c’è dubbio che la poesia sia universale. Ma oggi un altro fenomeno rafforza questo senso di familiarità con il mondo, seppure in modo illusorio e perverso. Parlo della globalizzazione. Nonostante questo, spero che l’approccio scelto per il film possa incoraggiare qualcuno a smetterla di pensare alla Palestina in modo feticistico e contribuire a scrollarmi di dosso l’etichetta di “regista palestinese”. Originariamente il film doveva essere ambientato in due luoghi diversi del mondo. Ma una volta terminato il lavoro di scrittura, mi sono reso conto che la storia avrebbe dovuto espandersi non orizzontalmente ma verticalmente, non superficialmente, ma in profondità.

    Ho scelto di concentrarmi su una sola location e di dedicarmi ad una riflessione analitica su piccoli momenti della storia; di dare a questi momenti reale profondità e peso, così da renderli universali. Quando scrivi, tendi a sentirti insicuro e a fare affidamento su un tema forte, su una storia con appigli forti e chiari a cui aggrapparsi. Ma poi ti rendi conto che correre dei rischi è parte integrante del processo creativo. La poesia nasce quando tremi. Puoi raggiungere o no quel momento, ma non puoi preparatrici o provocarlo. Questo mi è stato molto chiaro quando ho girato la prima parte del film ambientata a Nazareth nel 1948.

    Lei è maturato politicamente?

    Un cambiamento c’è sicuramente stato.

    Sono in grado di guardarmi con un certo distacco, adesso. Ho notato che col passare del tempo e con l’aumentare dell’esperienza, puoi andare oltre te stesso.

    A volte si prendono determinate posizioni per puro interesse intellettuale. Ma poi quando davvero condividi un’esperienza di vita, una volta che entri nel territorio morale di altri, con la loro sofferenza, indipendentemente dal sesso e dalla nazionalità, ti rendi conto che si prova piacere non solo nell’essere sé stessi, ma anche nell’entrare nella pelle di altri, qualunque sia il colore di questa pelle. Si prova grande piacere nello sperimentare questa alterità.

    È allora che capisci che per essere libero devi essere un outsider. Dovunque ti trovi, è la condizione di outsider a renderti libero di comprendere e sentire gli altri. È in quel momento che la tua poesia diventa autentica e sincera. Quando rivedo gli altri miei film mi capita di notare dei passaggi in cui non mi riconosco del tutto, segnali di una presa di distanza che attribuisco non a una mancanza di sincerità, ma semplicemente alla riluttanza ad avventurarmi in un terreno emotivo che in quel momento non sembrava – per me – transitabile…

    Ma in Il tempo che resta mi sono messo davvero a nudo. Sono andato più a fondo possibile nella mia vita privata, intima, con tutta la gioia e il dolore che questo comporta.

    Credo che sia un film non da capire ma da sentire, un film da cui bisogna farsi coinvolgere emotivamente. Quando l’ho visto, io stesso sono stato profondamente commosso dalle scene in cui tutta la famiglia è riunita in cucina. C’ è il ricordo di cose perdute per sempre, un che di proustiano.

    La cucina mi rammenta qualcosa che a sua volta mi rammenta qualcos’altro. Non si tratta di cercare di sedurre lo spettatore, ma di invitarlo, per mezzo di dettagli minuti, intimi, a tornare alla propria infanzia – sia pure in un contesto magari completamente diverso – a lasciarsi avvolgere dallo stesso calore, dalla stessa protettiva tenerezza che io sentivo quando sedevo a tavola con mio padre e mia madre, anche all’apice del conflitto. Ho provato questo solo quando ho visto il film, non mentre lo giravo.

    Lei ci dà un’immagine sorprendente del rapporto con i suoi genitori.

    Ho avuto un rapporto molto particolare con i miei genitori. Da piccolo sono stato un po’ un ragazzo di strada. Poi ho lasciato il paese e quando sono tornato il rapporto che ho sviluppato con i miei genitori era più simile a un rapporto di amicizia. Io e mio padre andavamo insieme a passeggiare, a pesca: facevamo cose di ogni genere. È stato lui a farmi conoscere la musica che ho usato nel film. Lui amava quelle canzoni, mentre io ero un fanatico dei Led Zeppelin all’epoca, facevo il batterista in una rock band, e la musica che ascoltava lui non mi piaceva. Ma a poco a poco me l’ha fatta apprezzare, regalandomi nastri e comprandomi libri sulla musica araba. È stato lo stesso con i vestiti. Se gli piaceva qualcosa di mio se lo metteva. Quando è morto ho aperto il suo guardaroba e ho visto che era pieno di miei vestiti. E io devo ammettere che molti dei vestiti che porto erano suoi.

    È difficile immaginare che la sceneggiatura sia ispirata così direttamente alla vita della sua famiglia.

     Quando la storia si svolge in un’epoca che ho vissuto, scrivo quello che vedo, quello di cui conosco gli odori e i sapori, poi lo adatto ai miei gusti estetici.

    Per il 1948, ho dovuto affidarmi ai ricordi di mio padre. In un certo senso lui è diventato il mio co-sceneggiatore. Quando si è ammalato gli ho chiesto di tenere un diario che io ho poi adattato come avrei fatto con un romanzo.

    Era molto importante che mi desse descrizioni precise. Avevo paura di cadere in una forma narrativa classica, ma alla fine sono rimasto fedele al mio metodo nel dare vita ai ricordi di mio padre sullo schermo. Il mio intento era dichiaratamente quello di parlare della sua giovinezza, ma questa è anche un punto di partenza cifrato per il film, che corrisponde a un “big bang” storico.

    Com’era la situazione a Nazareth in quel periodo?

    Nazareth all’epoca era stata più o meno risparmiata, per ragioni storiche molto precise. Nella loro conquista del Nord gli Haganah[organizzazione paramilitare ebraica]hanno scavalcato Nazareth, dopo aver scaricato la massa di profughi che erano stati espulsi dagli altri villaggi.

    Ben Gurion aveva chiesto di evitare Nazareth per via delle sue chiese: sapeva che le campane si sarebbero sentite fino al Vaticano, esponendo così gli Israeliani al giudizio del mondo intero. Per cominciare, gli Haganah avevano intenzione di colonizzare l’intera Palestina, l’odierno Israele, la Cirenaica, Gaza e le Alture siriane del Golan, fino al fiume Litani in Libano. Questo in effetti sarebbe stato Israele.

    Hanno raggiunto il loro scopo nel 1967 quando hanno conquistato la Cisgiordania, Gaza e le alture del Golan. Hanno conquistato il Litani nel 1982 ma poi hanno dovuto ritirarsi.

    C’era un piano preciso delineato a Tel Aviv da Ben Gurion e dal suo entourage. Un chiaro progetto di pulizia etnica. È per questo che hanno raso al suolo con i bulldozer 500 villaggi per costruire kibbutzim e moshavim. Ogni edificio, ogni villaggio che lei vede oggi è stato costruito sulle rovine di un altro.

    Come ha ritratto la Resistenza Palestinese?

    In effetti, fra i Palestinesi come mio padre, è sorto un movimento di resistenza, ma nessuno disponeva di mezzi di alcun genere. Mio padre dovette adattare un fucile inglese che aveva trovato, per farlo funzionare con proiettili tedeschi, perché al mercato nero non si trovava altro! Non dimentichi che gli Haganah erano stati addestrati come un esercito regolare dagli Inglesi.

    Cosa puoi fare contro un esercito di professionisti? La resistenza era composta da vicini di casa e gente di paese, che aveva come armi fucili da caccia o buoni giusto per proteggere le loro terre, mentre gli Haganah procedevano sulla base di un piano preordinato. L’intelligence aveva redatto rapporti su ogni singolo villaggio, approfittando della buona fede e dell’ospitalità degli abitanti. Quando arrivavano nei villaggi avevano già tutti i nomi degli anti-colonialisti, dei nazionalisti, degli attivisti di sinistra – di chiunque fosse politicamente impegnato. Molte esecuzioni sommarie furono condotte semplicemente sulla base di queste liste.

    Come è stata l’esperienza di girare un film storico?

    Volevo fare un film epico diverso da tutti gli altri. Volevo fare un film intimo e personale che raccontasse fatti storici ma che facesse anche scoccare emozioni intense senza essere manipolatorio. Alcuni degli eventi rappresentati hanno avuto luogo in modo brutale e caotico. Io stesso sono stato segnato per sempre da ricordi di questo periodo. Volevo però presentare questo caos come una danza in cui la violenza è suggerita sul piano emozionale ma non esibita.

    La sfida era quella di tradurre la violenza in un linguaggio filmico alieno da ogni sensazionalismo. La violenza di quel periodo è stata estrema, ma il mio obiettivo era di alludervi, non di rappresentarla. Un aspetto importante è stato quello economico. Fare un film storico richiede scenografie e attrezzeria. All’inizio le nostre condizioni erano le seguenti: ogni giorno, quando arrivavo sul set, il mio caro amico e partner Avi Kleinberger veniva da me per fare la lista di quello che non eravamo riusciti ad avere, in modo da poterci adattare a quello che avevamo a disposizione.

    La mia prima reazione è stata di frustrazione. Sentivo queste limitazioni come impossibilità, come ostacoli al mio processo creativo. Paradossalmente ho dovuto fare pratica di sobrietà, imparare a fare il massimo con il minimo. Questa esperienza travalica l’aspetto puramente cinematografico. Questa attitudine monastica ti aiuta a diventare un essere umano migliore, ad essere pronto a dare più che a ricevere. E’ stata una lezione di vita per me, mi ha insegnato la generosità vera. Questo mi dà fiducia nel futuro. Sarò più attento alle piccole cose, a quei dettagli essenziali che alla fine sono la cosa che risulta più toccante per il pubblico.

    I silenzi sono una delle caratteristiche salienti del suo stile.

    Trovo che il silenzio sia molto cinematografico. Il silenzio è una cosa meravigliosamente sovversiva. Tutti i governi lo odiano perché è un’arma di resistenza. Quando leggi una poesia, per esempio, il respiro gioca un ruolo fondamentale. Molte persone si sentono intimidite dal silenzio, perché le destabilizza, li spossessa della loro identità. Prenda i film commerciali, con una narrazione classica: uno prega che arrivi un momento di silenzio, e quando il film è finito ti accorgi che non è stato detto niente; allo spettatore non è stato dato niente su cui riflettere. Il silenzio ti fa mettere in discussione le cose.

    Il silenzio è il respiro del cinema?

    È di più. È un momento di condivisione, e di partecipazione. Lo spettatore ha il privilegio di tradurre questo silenzio in parole, di prendere parte alla creazione dell’immagine. È un momento di tenebra rischiarato solo da una sigaretta accesa e dalla presenza di un caro amico. È la vista di un sorriso che ti fa capire di aver amato la vita. È il ritorno naturale e intuitivo alle origini del cinema. Si potrebbe provare a definirlo in molti modi, ma questo significherebbe fare un grande torto al silenzio.

    COME E PERCHÉ È NATO, NEL SECOLO XX, IL SECONDO STATO DI ISRAELE di L.D.F.

    Parliamo di secondo Stato di Israele perché il primo scomparve nel 70 D.C. con la conquista e la distruzione di Gerusalemme da parte di Tito, figlio dell’imperatore romano Vespasiano. Per arrivare al 14 Maggio 1948, anno di proclamazione del secondo Stato di Israele, ci furono lunghi periodi di lotte tra ebrei e palestinesi che armarono la mano di spietati terroristi, sia da una parte che dall’altra. Già tra il 1860 e il 1880 ci furono piccoli insediamenti di colonie ebraiche in Palestina che si stanziarono nelle zone più inospitali e non parvero creare preoccupazione agli arabi.

    Il problema di Israele sulla ribalta internazionale venne posto nel 1917, dall’allora ministro degli esteri britannico Lord Balfour che, con una “dichiarazione” ufficiale, riconobbe agli ebrei la possibilità di costituire in Palestina un “centro nazionale ebraico”, cui cominciarono ad affluire ebrei soprattutto europei. Il numero di questi fu, comunque, sempre esiguo nei primi decenni del patto di Balfour, anche perché gli inglesi, avendo necessità del petrolio dagli arabi, impedivano gli arrivi e giunsero ad affermare, nel 1939, con Neville Chambarlain, loro primo ministro che, se si doveva essere a favore di uno dei due contendenti era, comunque, da preferire il popolo arabo che aveva il petrolio e che, con i suoi Stati (Egitto, Siria, Iraq, Giordania, Libano), praticamente circondava la Palestina, allora territorio giordano. In una situazione politica così delicata, gli inglesi mantennero una sorta di loro protettorato nella zona dal 1918 al 1948.

    Dopo la seconda guerra mondiale e la tragedia della shoah che vide sei milioni di morti, l’esodo degli ebrei europei divenne massiccio a tal punto che, spesso su pressione degli stati arabi che vedevano con preoccupazione la diaspora ebraica dall’Europa, alcune navi, con ebrei a bordo, non vennero fatte attraccare al porto di Haifa.

    La situazione divenne incandescente anche per una serie di altri motivi. Il primo fu una proposta di re Abdallah di Giordania che riconosceva agli ebrei uno stanziamento minimo in Palestina con l’obbligo di essere a sua volta riconosciuto loro re.

    Il secondo fu determinato dal fatto che, oltre i primi terreni che erano stati concessi per sottovalutazione dagli arabi ai nuovi venuti, nel periodo tra il 1918 e il 1948, molti ebrei avevano acquistato dalle tribù arabe (aiutati da miliardari di religione ebraica, soprattutto americani) le terre in cui vivevano e con pieno diritto. Il terzo motivo fu legato a una situazione quasi paranoica della Gran Bretagna che, da una parte (il popolo) voleva che si abbandonasse questa zona calda e pericolosa del Medio Oriente e dall’altra (il governo) che intendeva ancora pazientare per non cedere.

    Alla fine vinsero i cittadini inglesi: nel 1947, lo Stato britannico annunziò che avrebbe abbandonato la Palestina mettendola sotto l’egida dell’Onu, fatto che avvenne nella prima metà del 1948.

    La Gran Bretagna, quando prese la decisione di abbandonare i territori palestinesi, forse era già al corrente della delibera che venne presa alla fine del 1947, il 26 novembre, dalle Nazioni Unite, in base alla quale le popolazioni israeliane e palestinesi dovevano essere divise: fatto gravissimo che provocò sanguinosi scontri nei quali il governo britannico non voleva più essere coinvolto. Non bisogna dimenticare però che, se gli ebrei avevano ottenuto l’allontanamento delle truppe britanniche anche con azioni terroristiche (la distruzione del King David Hotel a Gerusalemme da parte della banda Stern insegna) e la delibera a loro favore delle Nazioni Unite, pur tuttavia Israele non era ancora uno Stato, ma citando le lontane parole di Lord Balfour, era sempre un “centro nazionale ebraico”.

    La decisione di proclamare, nonostante dubbi, indecisioni e opposizioni da parte della diplomazia internazionale (gli Stati Uniti erano, soprattutto per George Marshall, allora segretario di Stato, contrari, l’Onu non prendeva posizione, gli Arabi, logicamente, erano contrarissimi, gli altri stati occidentali, meno coivolti, restavano a guardare), spettò, con un grande atto di coraggio, a David Ben Gurion che, il 14 Maggio 1948, annunciò la nascita di Israele come Stato.

    Ed ebbe fortuna perché, negli Stati Uniti, il presidente Harry Truman, sotto elezione, temendo un’opposizione politica da parte degli ebrei americani, riconobbe ad Israele il diritto di nascere come Stato e l’Onu non si mosse. Si mossero invece gli stati arabi che dichiararono guerra ad Israele e vennero sconfitti.

    Questo fatto determinò l’abbandono delle loro terre da parte di 750.000 palestinesi. Gli arabi ritentarono di battere Israele ancora nel 1956 e nel 1967.

    Furono sempre sconfitti e, anzi, diedero possibilità agli israeliani di occupare loro territori come le siriane alture del Golan, ancora in mano dei vincitori. Dal 1967 alla strana morte di Yasser Arafat nel 2004, la situazione tra palestinesi e Israele fu sempre sull’orlo di una fine disastrosa, più per i primi che per il secondo.

    Fino agli inizi del 2004, azioni terroristiche da parte palestinese si sono succedute nel tempo con violente reazioni israeliane come la creazione di un muro di divisione.

    La diplomazia internazionale, soprattutto gli Stati Uniti, ha tentato di mettere pace tra i contendenti; l’incontro tra Begin, Peres e Arafat a Washington, la concessione ai tre del Nobel per la pace, un altro incontro tra Barak, primo ministro israeliano, e sempre Arafat a Camp David patrocinato da Bill Clinton, presidente degli Stati Uniti, ne sono stati validi esempi; ma niente ha portato a una soluzione.

    Dopo la scomparsa di Arafat sembrò che nei due primi ministri Ariel Sharon, israeliano, e Abu Mazen, palestinese, ci fosse veramente l’intenzione di porre fine a questo annoso e doloroso conflitto. Purtroppo l’abbandono dei kibbutz da parte dei coloni ebrei, nei territori occupati, per restituirli alla Palestina, creò non pochi problemi al processo di pace.

    Il 10 Aprile 2005 si è evitò uno scontro dalle conseguenze incalcolabili quando i coloni ebrei, soprattutto integralisti, minacciarono di occupare a Gerusalemme la Spianata delle Moschee dove l’Islam crede che Maometto sia stato chiamato in paradiso e dove si erge la moschea di Al Aqsa, venerata da tutto l’Islam. Questa minaccia scatenò i musulmani palestinesi e solo l’intervento dell’esercito israeliano evitò lo scontro. Seguì un periodo di pace armata in cui Ariel Sharon, il primo ministro israeliano e Abu Mazen, presidente e capo della fazione palestinese Al Fatah e dell’autorità nazionale palestinese, ricominciarono a trattare. Purtroppo, un ictus colpì Sharon e Abu Mazen perse le elezioni in Palestina a favore di Hamas, altra fazione cui gli israeliani debbono la maggior parte degli attentati di questi ultimi anni. Subito dopo le elezioni scoppiò un conflitto interno in Palestina, anche perché la comunità internazionale non accolse favorevolmente l’affermazione di Hamas alle elezioni e continuò a proteggere Abu Mazen.

    A tutt’oggi Hamas e il suo capo Ismail Haniyeh sono arroccati a Gaza, mentre Abu Mazen tratta con gli altri paesi a livello internazionale. In Israele, intanto, a Sharon, impedito dal male, succedeva Ehud Olmert che continuava, tra alti e bassi, la politica del suo predecessore. Un grave scandalo colpiva nel 2007 il più alto vertice istituzionale dello Stato israeliano per cui il presidente era costretto a dare le dimissioni e al suo posto veniva eletto Shimon Peres, premio Nobel per la pace insieme a Begin e al palestinese Yasser Arafat.

    Il 27 novembre 2007 si aprì ad Annapolis, nel Maryland (Usa), la conferenza di pace del Medio Oriente cui parteciparono i paesi confinanti con Israele e Palestina, tutti arabi, e in cui si sarebbe dovuto trovare un punto di incontro che portasse alla pace tra i due contendenti.

    Ci furono allora, però, due problemi fondamentali resero la conferenza inutile: mancava Hamas, e questo fatto, fu messo subito in evidenza da Ismail Haniyeh che, con Hamas, aveva comunque vinto le elezioni palestinesi e la conferenza fu indetta e approvata da tre leader che, in ogni caso, il mondo considerava deboli:

    - George W. Bush che, avendo perso le cosiddette elezioni di mezzo termine, in Usa era considerato “un’anatra zoppa”;

    - Abu Mazen che era ed è ancora capo di una fazione e non presidente dello Stato palestinese; comunque la sua fazione è riconosciuta ufficialmente dall’occidente;

    - Ehud Olmert che “sapeva” già che la conferenza si sarebbe conclusa con un nulla di fatto, ma non poteva non esserci per impedire che si potesse attribuire agli israeliani il fallimento del processo di pace.

    La conferenza giunse, comunque, ad una conclusione: israeliani e palestinesi dovevano arrivare a un accordo di pace entro il 2008, fatto che non si è verificato. Ma già dall’inizio dell’incontro ad Annapolis c’erano stati segnali chiari sul suo fallimento e sulle difficoltà future per giungere a un accordo.

    Infatti:

    a) Alla conferenza non partecipò l’Iran che continua ad affermare che Israele deve essere distrutto.

    b) Hamas, come già è stato detto, non era stato invitato ad Annapolis.

    c) La Siria, ancora adesso, fino a che non gli verranno restituite le alture del Golan, prese da Israele durante la guerra del 1967, non scenderà ad accordi compromissori.

    d) Sarà molto difficile risolvere la situazione della popolazione palestinese che, dopo il 1947, ha dovuto abbandonare le sue terre in base alla delibera dell’ONU del 26 novembre dello stesso anno.

    Nel 2008, invece di un nuovo incontro di pace, gli israeliani che, intanto avevano blindato Gaza, si stancarono del lancio dei razzi che dalla stessa Gaza colpivano Israele e attaccarono pesantemente il territorio palestinese. Mentre la gente moriva, i capi di Hamas erano a Il Cairo, in quanto gli egiziani, appoggiati dagli USA, si erano offerti come patrocinatori di una nuova proposta di pace tra Hamas e Israele che coinvolgesse pure la fazione di Al Fatah, riconosciuta ufficialmente dall’Occidente e di cui è presidente Abu Mazen, il massimo però cui si giunse fu un armistizio armato.

    Nel frattempo, con le nuove elezioni in Israele, saliva al potere, come primo ministro Benjamin Netanyahu, contrario ad ogni accordo coi palestinesi e la situazione nella zona si fece sempre più incandescente anche per l’intervento guerrafondaio dell’Iran, il cui presidente Ahmadinejad predica, da sempre, la distruzione dello Stato israeliano.

    Nel maggio 2010 una piccola flotta di navi turche, contenente aiuti umanitari (e sembra anche alcuni guerriglieri) partì da Istanbul per attraccare al porticciolo di Gaza e in acque internazionali fu attaccata da truppe israeliane, provocando morti e feriti.

    Pochi giorni dopo un’altra nave la “Rachel Corrie” partì dall’Irlanda e, accettando di non attraccare a Gaza, è riuscita a consegnare agli israeliani gli aiuti umanitari che trasportava con l’impegno di Israele di un loro trasferimento ai palestinesi. L’attacco alle navi turche soprattutto alla “Mavi Marmaris”, l’ammiraglia della piccola flotta, provocò una fortissima reazione in Turchia e anche in altri paesi. Ci furono manifestazioni pro-Gaza e alcune ambasciate israeliane furono attaccate.

    Oggi è il 9 giugno 2010. L’ira dei Turchi non si è placata nonostante l’intervento internazionale al punto che il loro primo ministro, Erdogan, ha minacciato di guidare personalmente una flotta di aiuti umanitari verso Gaza e in Iran, il primo Ministro Ahmadinejad annuncia di voler fare altrettanto. La situazione è sempre più pericolosa: Israele non accetta una commissione internazionale chiesta da Ban Ki-Moon, Segretario generale dell’ONU che attesti le responsabilità nell’attacco alla Mavi Marmaris, sostenendo che sono i suoi soldati che si sono difesi. La situazione nella zona più calda del Mediterraneo è a tutt’oggi in uno stallo sempre più incandescente.

  • Spunti di Riflessione:
     
    di L.D.F.

    1) Nel 1917 Lord Balfour, ministro degli esteri britannico, fece una “dichiarazione” che diede speranza agli ebrei di ogni parte del mondo. Quale?

    2) Lord Balfour commise una “forzatura” politica. Perché? Egli non affermò che, con la sua dichiarazione, dovesse nascere uno Stato ebraico ma riconobbe agli ebrei, o che fossero già stanziati in Palestina o che avessero voluto trasferirsi, la possibilità di costituire un “centro nazionale ebraico”. Effettuate ricerche in merito.

    3) Il nuovo Stato di Israele è sorto in Palestina. Qual è la vostra opinione in merito al fatto che, nel territorio palestinese, fossero già stanziate, da secoli, popolazioni arabe?

    4) Gli inglesi tennero sotto controllo la Palestina dal 1918 al 1948. Quale fu la loro posizione nei confronti dei dissidi arabo–palestinesi?

    5) Perché e come la tragedia dalla shoah, con sei milioni di morti nei campi di concentramento nazisti, determinò la diaspora degli ebrei dall’Europa verso la Palestina? E quale fu la posizione degli inglesi nei riguardi di questo esodo?

    6) Quando gli stati arabi vicini (Egitto, Siria, Iraq, Giordania, Libano) cominciarono a preoccuparsi di questo aumento demografico in quello che era ancora un centro nazionale e non uno Stato?

    7) Perché, nel 1947, gli inglesi decisero di abbandonare la Palestina, affidandola all’Onu?

    8) Il 26 novembre 1947, le Nazioni Unite votarono una deliberazione che scatenò uno scontro feroce tra arabi e israeliani. Approfondite l’argomento.

    9) Quale fu il comportamento dell’Onu in tale situazione?

    10) Gli israeliani, già dalla fine della seconda guerra mondiale, premevano affinché questo “centro” divenisse il loro Stato, nonostante dubbi e opposizioni internazionali. Chi si oppose, oltre logicamente agli arabi e perché?

    11) Chi ebbe il coraggio, il 14 Maggio 1948, di proclamare lo Stato di Israele temendo gravi ripercussioni, oltre che dagli stati confinanti, soprattutto dagli Stati Uniti?

    12) Perché Washington che si era sempre opposta alla costituzione dello Stato di Israele, in particolar modo dopo la fine del secondo conflitto mondiale, attraverso il generale George Marshall, allora segretario di Stato, accettò che Israele nascesse come Stato?

    13) Quale fu il comportamento di Harry Truman, allora presidente degli Stati Uniti e da quali motivazioni politiche fu mosso?

    14) Quando nel 1948 gli Stati Uniti riconobbero lo Stato di Israele ci fu la “cacciata” di oltre 750.000 palestinesi dalla loro terra che si trasferirono, quasi tutti, in Libano creando grandi insediamenti provvisori al confine con Israele che mal sopportò tale situazione. Sabra e Shatila: vi dicono niente queste due parole: effettuate ricerche in merito.

    15) Una parte della popolazione araba quando si costituì lo Stato di Israele decise di rimanere nelle sue case. Sono i cosiddetti arabi-israeliani. La loro situazione fu (ed è) migliore o peggiore di quella dei transughi?

    16) Gli arabi dichiararono guerra a Israele in tre momenti storici: nel 1948, nel 1956 e nel 1967. Come finirono questi conflitti?

    17) Ancora oggi si stanno pagando i risultati di quelle guerre. Chi ha pagato di più tra israeliani, arabi e palestinesi e perché? E la Siria? Approfondite l’argomento.

    18) Gli Stati Uniti, con due presidenti in tempi diversi, tentarono di far giungere a un accordo israeliani e palestinesi. Quando, chi erano i presidenti, chi furono le controparti e cosa avvenne a Camp David?

    19) Perché Sharon, nel 2003, sfidò i palestinesi, invadendo con i suoi soldati la sacra spianata delle moschee a Gerusalemme? Voleva lo scontro? Quali erano i suoi scopi?

    20) E perché, dopo alcuni anni, da primo ministro, Sharon cercò un incontro con Abu Mazen, presidente dei palestinesi? Il lupo era diventano agnello o…?

    21) A Sharon è succeduto Ehud Olmert che ha continuato la politica, intrapresa dal suo predecessore. Con quali risultati? Effettuate ricerche.

    22) Alle ultime elezioni in Palestina (2006-2007) ha vinto Hamas, la fazione più estremista. Nonostante la vittoria, gli altri paesi, a livello mondiale, hanno continuato a trattare con Al Fatah e Abu Mazen. Perché?

    23) Come si è conclusa la conferenza di pace di Annapolis (Usa), voluta dal presidente Bush e aperta il 27 novembre 2007? E perché fallì?

    24) Alle ultime elezioni politiche, in Israele, è diventato primo ministro Benjamin Netanyahu. Quanto è cambiata, dopo questa elezione, la posizione dello Stato israeliano nei riguardi delle possibilità di un accordo di pace coi palestinesi? E poi quali palestinesi? Ismail Haniyeh che con Hamas detiene il potere a Gaza o Abu Mazen capo di Al Fatah l’altra fazione?

    25) Elia Suleiman il regista del film, appartiene a una famiglia di arabi israeliani di coloro cioè che preferirono rimanere in Israele anche dopo la costituzione dello Stato ebraico. In effetti gli israeliani tentarono di scacciare anche loro. Come e con quali mezzi? E perché non riuscirono nell’impresa?

    26) Elia e la sua famiglia vivevano a Nazareth. Perché la loro città fu risparmiata dalle forze paramilitari israeliane che, fingendosi palestinesi, avevano distrutto città vicine, spingendo gli abitanti verso un esodo di massa? E perché, pur essendo israeliane, queste truppe si fingevano arabe?

    27) Ci fu veramente una resistenza palestinese contro gli israeliani? Suleiman sostiene che non ce ne furono i mezzi e le possibilità perché nessun altro Stato aiutò sia gli arabi-israeliani che quelli dell’esodo. Approfondite l’argomento.

    28) Si può parlare di “pulizia etnica”, ufficiosamente realizzata da Israele quando costruisce villaggi e Kibbutz in luoghi dove prima c’erano insediamenti arabo-palestinesi? E quale è oggi la situazione degli arabo-israeliani che vivono ancora a Gerusalemme?

    29) Ove esistesse la possibilità di realizzare un ideale politico per Gerusalemme, la città dovrebbe divenire la capitale di due Stati: l’ebraico e il palestinese. Secondo voi sarà mai possibile? E, sia che rispondiate affermativamente o negativamente, chiarite le vostre motivazioni.

    30) Suleiman sostiene che la Palestina “subisce un eccesso di esposizione mediatica col conseguente risultato di lasciare campo libero agli ideologismi di destra e di sinistra”. E’ per questo motivo secondo la vostra opinione, che egli, nel suo film, ha raccontato la storia, focalizzandola in momenti di intimità familiare?

    31) Quando Fuad, il padre di Elia, ha contato nella sua vita? E quando il regista si è pienamente reso conto di quanto egli fosse importante per suo padre?

    32) Quanto, nella sceneggiatura del film soprattutto in ricordi sfuocati per il regista ha contato la collaborazione di Fuad, suo padre? Suleiman sostiene che, soprattutto nella prima parte, egli si sia limitato di dare immagini e parole ai ricordi di Fuad. Avete notato, questo modo diverso di narrare rispetto (se li avete visti) agli altri film del regista?

    33) Suleiman afferma che, in molte scene del film, soprattutto in quelle che si svolgono nella sua casa, ci sia un che di proustiano, legato al ricordo delle cose perdute per sempre. Siete d’accordo?

    34) Suleiman ha voluto con questo film scrollarsi di dosso l’etichetta di “regista palestinese” e ha affermato, inoltre, che nella sua ultima opera non c’è alcuna intenzione di impartire una lezione di storia. Esprimete la vostra opinione in merito?

    35) In “Il tempo che ci rimane” Elia Suleiman gioca soprattutto su tre corde: gli affetti, i dolori condivisi e tanta, tanta ironia. Siete d’accordo? Esprimete la vostra opinione, citando alcune scene del film e chiarendo le motivazioni che l’autore ha avuto nel realizzarle.

    36) Elia Suleiman, in molte scene di tutti i suoi film, rende protagonista “il silenzio”. Egli lo definisce - Un’arma di resistenza ed è per questo motivo che tutti i governi lo odiano - Un momento di condivisione e partecipazione per mezzo del quale lo spettatore “ha il privilegio di tradurlo in parole e di prendere parte alla creazione dell’immagine” - La vista di un sorriso che ti fa capire di aver amato la vita - Il respiro del cinema Siete d’accordo? Commentate.

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